Bussola &Timone

Battere l’inflazione eliminando i colli di bottiglia produttivi

di Giovanni Tria

(Goss Vitalij - stock.adobe.com)

7' di lettura

Si può conciliare la politica monetaria “paziente” enunciata dalla Bce con un’inflazione che aumenta, anche se in modo disuguale, nel mondo e che appare sempre meno temporanea? Probabilmente sì. Pur al netto delle oscillazioni del prezzo dei prodotti energetici, la cui volatilità risente in forte misura dell’incertezza relativa al controllo della pandemia, l’aumento che sta interessando in tutto il mondo i prezzi alla produzione si è solo in parte trasferito, fino a oggi, su quelli finali. Negli Stati Uniti i prezzi alla produzione sono aumentati su base annua dell’8,6% rispetto a un aumento dei prezzi al consumo per lo stesso periodo del 6,2 per cento. In Cina, a fronte di un indice dei prezzi alla produzione salito di oltre il 13%, quelli finali sono compressi in un aumento solo dell’1,5% circa. In Europa, i prezzi alla produzione sono aumentati del 16% (dell’8% se si escludono quelli dell’energia) mentre nello stesso periodo i prezzi al consumo sono aumentati del 4,1 per cento. Anche in Italia i prezzi alla produzione sono aumentati (dati di settembre) del 15,6% (del 7,8% al netto del comparto energetico) a fronte di un aumento dei prezzi finali che è ancora al 3 per cento.

Poiché i prezzi alla produzione sono considerati come un anticipatore dell’inflazione, nella misura in cui essi si riescono a trasmettere su quelli al consumo, si rafforza il timore di un possibile conseguente aumento dei tassi di interesse che determinerebbe un rallentamento dell’economia e qualche problema nel mercato finanziario. D’altra parte, la mancata trasmissione dell’aumento dei prezzi alla produzione a quelli finali implicherebbe che qualcuno deve restringere i propri margini di profitto. Un effetto non desiderabile, considerato che l’aumento dei prezzi alla produzione non riflette un incremento generalizzato dei margini di profitto dei produttori, ma un aumento dei costi dovuto ai maggiori prezzi delle materie prime e dei beni intermedi che si registra, anche se in maniera diseguale, a livello globale.

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Quindi sembra che l’alternativa sia quella di lasciar scaricare sui prezzi finali l’impennata dei costi oppure creare problemi crescenti alle imprese produttrici che oggi tentano di cavalcare la ripresa economica in corso.

La tesi fondamentale sostenuta dalle autorità di bilancio e monetarie della maggior parte dei Paesi, seppur con diversa convinzione, è che questa spinta inflazionistica sia, tuttavia, temporanea perché dovuta alla difficoltà dell’offerta nell’adeguarsi alla rapida ripresa della domanda. Anche se, si potrebbe rilevare, lo shock di domanda è ancora tenue, perché soprattutto in Europa non è affatto ripartita in pieno la domanda per consumi e i grandi programmi di sostegno e rilancio dell’economia dei vari governi sono ancora, in gran parte, a livello di annunci ma non di spesa effettiva. Tuttavia, si scommette che le carenze di materie prime e beni intermedi siano conseguenza di momentanei “colli di bottiglia” e non la manifestazione di problemi strutturali di offerta, accumulatisi in anni di lenta crescita dell’economia reale, che oggi stenta, almeno nel breve periodo, a far fronte alla desiderata accelerazione produttiva. La tesi per cui l’aumento dell’inflazione attuale sia temporanea si basa anche sull’osservazione che non si sono create ancora aspettative di inflazione incorporate in aumento dei salari, seppur a fronte della carenza di forza lavoro in molti settori dell’industria e dei servizi. Anche qui la scommessa sulla “temporaneità” è cruciale, perché la necessità di adeguamenti salariali a fronte di un aumento ulteriore dei prezzi finali si potrebbe porre a breve. In sintesi, ci sembra che, fino a oggi, siamo di fronte a bruschi cambiamenti dei prezzi relativi che ancora non si sono tradotti in inflazione. Ma quando mutano i prezzi relativi tra settori e tra input produttivi, qualcuno guadagna e qualcuno perde. Ma poiché prezzi e salari sono rigidi verso il basso in termini nominali, l’aggiustamento si raggiunge attraverso un aumento generale dei prezzi e l’inflazione generata potrebbe non essere temporanea.

Perché allora riteniamo corretta l’intenzione della Bce di non abbandonare un approccio “paziente”, cioè tollerante, di fronte all’inflazione? Il motivo è che se il divario tra domanda e offerta dipende oggi da difficoltà dal lato della produzione, quel che serve è rafforzare la produzione e spingere sugli investimenti per creare maggior capacità produttiva domani, anche se nel breve ciò significa tensioni dal lato della domanda, e non bloccare la crescita necessaria all’aggiustamento strutturale. Non riteniamo si debba agire dal lato del contenimento della domanda e se questo implica un periodo di maggior inflazione forse lo si deve considerare come un prezzo inevitabile.

Le politiche antinflazionistiche non dovrebbero essere perseguite attraverso strette monetarie, ma attraverso politiche dirette a incidere sui “colli di bottiglia”, con accordi commerciali e produttivi a livello domestico e globale, rafforzamento delle catene produttive internazionali e gestione sostenibile nel tempo dei programmi di investimento. Il tentativo, sperimentato in questi giorni, di coordinamento tra Stati Uniti, Cina e altri Paesi per contenere i prezzi del petrolio, va in questa direzione, e può funzionare meglio degli annunci di aumento dei tassi di interesse in funzione antinflazionistica.

Il parlamento sembra aver raggiunto un accordo di massima sulla legge delega per la riforma fiscale. Il punto più condiviso è quello che riguarda la necessità di ridurre la pressione fiscale diretta, cioè l’Irpef, sulle classi di reddito medio basse. Ma per ciò che riguarda la dimensione possibile di questa riduzione, un tema che sembra dimenticato nel dibattito è quello del possibile spostamento del prelievo dalle imposte dirette (Irpef) alle imposte indirette (Iva), cioè dai redditi dei fattori produttivi, che nel caso dell’Irpef sono sostanzialmente i redditi da lavoro, oltre che da pensioni, alla tassazione dei consumi. Il ministro Tremonti definiva questo spostamento “dalle persone alle cose”. Una dimenticanza che è molto strana perché, in un periodo di europeismo condiviso, si elude proprio una raccomandazione tradizionale della Commissione europea. Una raccomandazione il cui fondamento sta nel fatto che questo spostamento del prelievo favorisce la crescita a parità di pressione fiscale complessiva. La ragione è che si ridurrebbe il cuneo fiscale, che entra nei costi di produzione, determinando un aumento delle remunerazioni al netto delle tasse. Ma questo spostamento di prelievo sarebbe anche utile alla crescita perché determina una “svalutazione fiscale”, poiché l’Iva non grava sulle esportazioni, mentre colpisce i consumi di beni e servizi importati in egual misura rispetto a quelli prodotti sul territorio nazionale. In tal modo si recupera competitività internazionale. Non è un caso, inoltre, che nell’economia globalizzata, per tassare localmente i profitti delle multinazionali, si stia valutando di prendere come riferimento le loro vendite nei vari Paesi. E anche nelle discussioni sulla tassazione delle ricchezze si mette in rilievo che quelle personali, in vario modo legalmente o non legalmente occultate, si riflettono nel livello di vita dei beneficiari
al momento del consumo.

Il fatto rilevante è che seguire questa strada permetterebbe oggi una riduzione del prelievo Irpef sui redditi medio-bassi doppio o anche triplo rispetto a quello di cui si discute e ciò faciliterebbe la definizione del “metodo” con il quale ridurre in misura percepibile l’imposizione diretta sulle classi di reddito medio e medio-basso. C’è da decidere, infatti, “come” operare la correzione e le sue dimensioni. In altri termini, vi è da una parte il problema di come finanziare la riduzione del prelievo Irpef e dall’altra il problema di definire la struttura del prelievo, il grado di progressività e come applicarla. Su questo secondo punto, il dibattito politico si è concentrato su due possibili alternative ben descritte, come hanno ricordato Paladini e Visco sul Sole del 30 giugno, nell’ottimo rapporto presentato in una audizione al Parlamento dal direttore generale del Dipartimento delle Finanze del Mef, la professoressa Fabrizia La Pecorella, e ben studiate nello stesso Dipartimento fin dal 2019. La prima alternativa consiste essenzialmente nella riduzione, da 5 a 3, del numero di aliquote applicate per scaglioni di reddito. La seconda ipotesi è quella di passare al cosiddetto modello tedesco, cioè disegnare una curva continua di aliquote marginali, che coinciderebbero sostanzialmente con quelle medie effettive, da applicare per ogni singolo livello di reddito. Avendo già preso posizione su questa rubrica a favore di questa seconda alternativa (15 agosto 2020), ne richiamo i motivi fondamentali. Le maggiori attrattive del modello tedesco risiedono nella sua trasparenza e nella sua flessibilità. Trasparenza perché ogni percettore di reddito saprebbe, senza fare calcoli personali, quale percentuale del suo reddito deve versare allo Stato, che è ben diversa da quella che si legge nella sua aliquota marginale. L’argomento di chi parla di complicazione “algoritmica” o matematica per la determinazione della curva delle aliquote è fuorviante perché il compito del calcolo è dell’amministrazione fiscale, e non è complicato perché basta decidere quale debba essere, mentre al contribuente verrebbe solo comunicata la percentuale effettiva del suo reddito che deve pagare. Quanto alla flessibilità, va considerata da un duplice punto di vista. Permette di decidere in modo mirato i livelli di reddito da beneficiare oggi con una riduzione di prelievo, disegnando con precisione la curva della progressività, ma permette anche con facilità di appiattire progressivamente, in futuro, la curva delle aliquote fino al livello desiderato di reddito. In altri termini, sarebbe facile spostare verso livelli superiori di reddito la progressività del prelievo dettato dalla Costituzione, man mano che l’equilibrio della finanza pubblica lo permetterà e secondo le scelte politiche discrezionali che sono alla base della democrazia. In ogni caso, deciso il metodo, l’importante è ridurre progressivamente in misura significativa la pressione fiscale sui redditi medi e medio-bassi. Lo si dice da decenni, almeno da quando l’inflazione alta fece lievitare i redditi nominali, ma non quelli reali, con la conseguenza che le aliquote concepite per redditi medio-alti finirono per colpire anche i medio-bassi. Il dibattito sul fiscal drag, come venne chiamato il fenomeno, fu intenso ma senza effetti rilevanti. La fame di gettito fiscale a fronte di spesa pubblica crescente, purtroppo non per investimenti, ha fino a oggi sempre collocato questa esigenza di correzione del prelievo nella cartella dei buoni propositi.

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