continua la latitanza

Battisti, una vita in fuga da una scia di sangue e condanne. Quasi come Carlos “lo sciacallo”

di Carlo Andrea Finotto

Brasile, il Tribunale chiede l'arresto di Cesare Battisti

4' di lettura

La prima fuga, rocambolesca, dal carcere in Italia; quindi la latitanza in Messico e in seguito in Francia. Poi la sparizione da Parigi e la ricomparsa in Brasile. E ora, di nuovo, più nulla.

La capacità di occultarsi e sfuggire alla cattura dell’ex terrorista Cesare Battisti meriterebbe forse una sceneggiatura, anche se più che un film d’avventura la sua storia assomiglia a una fuga dalla realtà e dalle responsabilità. E ricorda, per la scia di dolore che si porta dietro, la vita di un altro terrorista divenuto leggendario – nel male – per le gesta clamorose e per il mito dell’inafferabilità che lo ha accompagnato almeno fino al 1994.

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Cesare Battisti come Carlos “lo sciacallo”? Il paragone non è troppo azzardato, sia per la scia di vittime alle spalle, sia per i lunghi anni in fuga, sia, infine, per le condanne all’ergastolo. Per ora la differenza principale è che Carlos è detenuto in una prigione francese, mentre Battisti sembra abbia fatto perdere le sue tracce per l’ennesima volta. Li accomuna pure una serie di connivenze e il sostegno politico ricevuto da diversi Paesi in diversi frangenti ma che ha permesso ad entrambi di sfuggire alla giustizia per lunghi anni.

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“L’identikit di Carlos”
Carlos è il nome di battaglia scelto da Ilich Ramìrez Sanchéz (nato in Venezuela nel 1949) pare, secondo quanto riporta Wikipedia, in onore di Carlos Andrés Pérez, il presidente venezuelano che nazionalizzò l’industria petrolifera e quella mineraria. Si è conquistato la sua non invidiabile fama soprattutto con l’assalto alla sede dell’Opec, a Vienna, il 21 dicembre del 1975. Un’operazione clamorosa che si è sviluppata con la presa di una quarantina di ostaggi e la richiesta di un aereo per la fuga fino ad Algeri e poi a Tripoli. Già prima, però, “lo sciacallo” – come era stato ribattezzato – si era macchiato di una serie di attentati riconducibili al Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) e diretti a colpire obiettivi ritenuti vicini a Israele. Le sue azioni e i suoi spostamenti successivi al blitz all’Opec spaziano dal Medio Oriente alla Francia, passando per l’Africa. Il suo nome è stato accostato persino alla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Coinvolgimento mai provato e sempre smentito dal diretto interessato che ha invece accusato gli Usa e la struttura Gladio della strage.

Battisti e gli anni di piombo
La storia di Battisti è sicuramente meno internazionale, almeno dal punto di vista delle azioni terroristiche. Nato nel dicembre 1954 a Cisterna di Latina, Battisti si segnala alle forze dell’ordine per una serie di reati comuni all’inizio degli anni 70, ma rientra “ufficialmente” nella storia degli Anni di piombo italiani verso la fine del decennio, con l’adesione al gruppo Pac: Proletari armati per il comunismo. Battisti è stato condannato a due ergastoli « per i delitti Santoro e Campagna e svariati anni di carcere – come riporta la voce di Wikipedia a lui dedicata –, principalmente per concorso morale nell’omicidio Torregiani (13 anni e cinque mesi), concorso nell’omicidio Sabbadin, e per insurrezione armata (12 anni), possesso illegale di armi, banda armata, associazione sovversiva, rapina, furto a cui si aggiunse poi evasione; per quanto riguarda i quattro omicidi eseguiti dal gruppo dei PAC, in tre venne giudicato come concorrente nell'esecuzione (in due avrebbe sparato di persona i colpi mortali), in uno co-ideatore, anche se eseguito da altri».

La difesa di Battisti
Cesare Battisti si è sempre difeso sostenendo di non aver mai ucciso nessuno e di non aver mai voluto uccidere nessuno. Inoltre, sia lui sia chi sostiene la sua innocenza affermano che le accuse e le conseguenti condanne si basano unicamente sulle dichiarazioni di pentiti, in particolare quelle di Pietro Mutti. Cesare Battisti, che ha sempre definito le rapine che gli vengono imputate come “espropri proletari” e negato gli omicidi, non si è peraltro mai dissociato o pentito.

Una vita in fuga
La fuga infinita, per ora, di Battisti comincia nel 1981 in modo tanto cinematografico quanto rocambolesco. Riesce a evadere grazie alla complicità di due compagni dei Pac travestiti da carabinieri che entrano in carcere e lo “prelevano” senza dover utilizzare le armi. Secondo le ricostruzioni e i suoi stessi racconti, il latitante vive un anno a Parigi e inizia l’attività di scrittore, poi fugge in Messico, dove rimane fino al 1990. Nel frattempo viene condannato in contumacia. Torna in Francia e gode della cosiddetta “dottrina Mitterand” in base alla quale Parigi ospita e tollera senza troppi problemi diversi latitanti con alle spalle un passato nell’orbita del terrorismo rosso. L’idilio finisce a metà anni 2000, con le pressioni del governo di centrodestra in Italia. Cesare Battisti, prima arrestato e poi liberato, ma a rischio estradizione, riesce nuovamente a far perdere le proprie tracce. Ricompare in Brasile, dove viene arrestato nel 2007 ma, non senza polemiche e dispute diplomatiche, il Paese sudamericano respinge la richiesta di estradizione dell’Italia. Anche grazie a ricorsi legali, Battisti è riuscito a rimanere in Brasile fino alla cronaca di questi giorni. Con il “nuovo corso” di Brasilia dopo la vittoria alle elezioni di Jair Bolsonaro (estrema destra) viene annunciato l’imminente arresto del latitante , ma di Battisti non c’è più traccia.

Battisti e Carlos, li accomunerà anche l’epilogo?
L’Interpol inserisce Cesare Battisti nell’allerta rossa dei ricercati a livello internazionale, le forze di polizia brasiliane diramano una serie di possibili travestimenti , si parla di accerchiamento e di arresto imminente per l’ex terrorista italiano. Ma, intanto, a stemperare l’ottimismo del ministro dell’Interno Matteo Salvini – che si dice «fiducioso» – arrivano le parole del ministro brasiliano della Pubblica sicurezza Raúl Jungmann il quale non esclude che Battisti possa aver lasciato il Brasile. «È una possibilità. Non so dire se alta, ma è una possibilità».

Per Ilich Ramìrez Sanchéz, invece, le cose sono andate diversamente: è stato arrestato in Sudan nel 1994 e poi estradato in Francia, dove attualmente si trova in carcere per scontare l’ergastolo.

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