il bilancio del qe in vista della conclusione

Bce, ecco come il Quantitative easing ha ridotto le disuguaglianze nell’Eurozona

di Isabella Bufacchi

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4' di lettura

Il Qe, il programma di acquisti netti di attività finanziarie della Bce, non ha reso i ricchi più ricchi e i poveri più poveri della zona dell’euro. E gli strumenti convenzionali e non convenzionali della politica monetaria ultra-accomodante della Bce, come il Qe ma anche tassi negativi, non hanno aumentato il divario tra le famiglie più ricche e più povere nell’Eurozona. Al contrario, e diversamente dal pensiero prevalente nell’immaginario collettivo, le mosse della Banca centrale europea degli ultimi anni hanno ridotto la disuguaglianza del reddito delle famiglie nell’area dell’euro e, in maniera più marginale, hanno diminuito anche il gap della ricchezza. Come? Direttamente hanno ridotto il tasso d’interesse sui mutui residenziali e aumentato il prezzo delle case possedute dalla maggior parte degli europei, indirettamente hanno favorito gli aumenti salariali combattendo la deflazione e aumentato il reddito e i consumi contribuendo al calo della disoccupazione.

A sostenere questa tesi, e soprattutto a provare che il Qe non aumenta il divario tra ricchi e poveri, è un “discussion paper”, un tema di discussione pubblicato oggi dalla Bce che come tutti i documenti di questo tipo non riflette il parere della Banca centrale europea. L’analisi è una prima assoluta: non esistevano finora studi di questo tipo, con questo approccio e questi dati statistici, per valutare l’impatto degli strumenti non convenzionali di politica monetaria come il Qe e i tassi negativi.

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Discussione - Journal of Monetary Economics

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Il dibattito: fino a che punto è corretto dire che il Qe arricchisce solo i ricchi?
Il paper pubblicato dalla Bce entra nel vivo dei dibattiti in corso sul trend in atto dell’aumento della disuguaglianza nelle economie avanzate, dibattiti che proprio di recente hanno tirato in ballo il Qe e i tassi negativi. I depositi che non riconoscono più un interesse fanno notizia perché colpiscono soprattutto i piccoli e medi risparmiatori. Mentre il rialzo dei prezzi dei titoli in Borsa, sostenuto dall’enorme liquidità provocata dal Qe, è stato eclatante, mettendo in risalto presumibilmente l’aumento della ricchezza di chi è già ricco.
L’idea che sembra prevalere nei dibattiti è infatti quella di un Qe che avrebbe contribuito ad aumentare la disuguaglianza in particolar modo premiando i ceti ricchi per via dell’aumento dei prezzi di titoli di Stato, obbligazioni, azioni e immobili che sono attività finanziarie e immobiliari possedute soprattutto dai ceti più agiati. Sebbene il rialzo dei valori di questi asset ci sia stato, come conseguenza degli acquisti del Qe ma anche dei bassi tassi e dunque del calo dei rendimenti, l’impatto di questo effetto sulle famiglie più ricche è stato minore, in base a questo paper, rispetto al maggiore beneficio che il Qe e la politica monetaria molto accomodante di tassi bassi hanno dato nel complesso alle famiglie meno abbienti, attraverso i tassi più bassi dei mutui, più occupazione, salari tendenzialmente più alti. I possessori delle attività finanziarie sono una quota molto ristretta, rispetto al totale delle famiglie nell’eurozona, mentre è molto più elevata la quota delle famiglie medie e meno abbienti che hanno casa, che sono uscite dalla disoccupazione e che hanno maggiori benefici in termini di reddito disponibile quando il tasso del mutuo cala o si trova un nuovo posto di lavoro.

Cosa dice il paper della Bce su politica monetaria e disuguaglianza
Il paper sostiene con fermezza che la politica monetaria della Bce negli ultimi anni, convenzionale e non, «non ha contribuito ad aumentare la disuguaglianza della ricchezza, del reddito e della capacità di consumo» delle famiglie nell’euro area. Anche se va riconosciuto che la politica monetaria nel suo complesso ha un impatto minimo sul trend della crescente disuguaglianza, che è un fenomeno strutturale e guidato da altri fattori più rilevanti. Il discussion paper ha l’inequivocabile titolo “La politica monetaria e la disuguaglianza delle famiglie” ed è basato su un’ampia statistica e su un’analisi che non ha precedenti nell’Eurozona.

Come è strutturato il paper
Lo studio valuta l’impatto della politica monetaria convenzionale e non della Bce sul bilancio delle famiglie (con focus su Germania, Francia, Italia e Spagna) suddiviso in redditi, ricchezza e consumi. Il paper tiene conto di numerosi fattori rilevanti: il diffuso possesso nell’Eurozona di case e immobili di residenza (il 60% delle famiglie), che aumenta la distribuzione della ricchezza rispetto al possesso di asset finanziari, che è meno distribuito e concentrato su una quota molto ristretta di famiglie; l’effetto-leva maggiore nelle famiglie povere più indebitate con mutui residenziali, sulle quali il calo dei tassi d’interesse ha avuto un effetto positivo più forte, in termini di reddito, rispetto al calo dei rendimenti e i tassi sui depositi che hanno colpito i risparmiatori; il fatto che tutte le famiglie hanno tratto beneficio dall’aumento del reddito dato dal calo della disoccupazione o l’aumento dei salari, entrambi ritenuti effetti indiretti della politica monetaria accomodante e degli strumenti non convenzionali come il Qe.

Il tema di discussione porta la firma di Miguel Ampudia, Dimitris Georgarakos, Jiri Slacalek, Oreste Tristani, Philip Vermeulen e Giovanni L. Violante: non rappresenta l’opinione della Banca e verrà presentato al consiglio direttivo. In termini di indice di Gini, il Qe ha ridotto la disuguaglianza dei redditi delle famiglie nella zona dell’euro con un calo del coefficiente dal 43,1 al 42,8, che è 10 volte superiore del calo da 68,09 a 68,07 per la riduzione della disuguaglianza della ricchezza.

Le conclusioni del paper
La politica monetaria convenzionale e non convenzionale «tende ad avere conseguenze redistributive», conclude il paper, e la politica espansiva, con strumenti convenzionali e non convenzionali, «tende a ridurre la disuguaglianza di reddito e di ricchezza» delle famiglie. L’aumento della disuguaglianza è però soprattutto un fenomeno «strutturale» e meno relativo al ciclo economico e la politica monetaria non è tra i fattori che più influiscono sulla disuguaglianza di redditi e ricchezze delle famiglie sulla lunga distanza.

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