la riunione di luglio

Bce: le misure di emergenza funzionano ma l’exit strategy sia molto graduale

La presidente Christine Lagarde ha di fatto chiuso la prima fase della politica monetaria di emergenza: i rischi di frammentazione e l’instabilità dei mercati si sono fortemente ridotti. Le banche però temono una brusca eliminazione delle garanzie statali sui prestiti che potrebbe interrompere il flusso di credito all’economia

di Riccardo Sorrentino

default onloading pic
(AFP)

La presidente Christine Lagarde ha di fatto chiuso la prima fase della politica monetaria di emergenza: i rischi di frammentazione e l’instabilità dei mercati si sono fortemente ridotti. Le banche però temono una brusca eliminazione delle garanzie statali sui prestiti che potrebbe interrompere il flusso di credito all’economia


3' di lettura

«Siamo a buon punto». La Banca centrale europea ha colto gli obiettivi che si era posta in questa prima fase di contrasto degli effetti della pandemia e del lockdown. Non tutto è tornato alla situazione precedente la diffusione del coronavirus, ha spiegato in conferenza stampa la presidente Christine Lagarde, ma «il sentiment dei mercati finanziari è migliorato», in seguito alla loro stabilizzazione e si è ridotto il rischio di «frammentazione finanziaria dell’eurozona».

Le misure adottate dalla Bce, insomma, sono «efficaci e adeguate; e funzionano». Non solo: sono state usate solo in parte, e per questo motivo la Banca centrale europea non ha ritenuto dover modificare né l’orientamento di politica monetaria, né le dimensioni dei provvedimenti adottati. Al momento, il piano di acquisti pandemico - che è stato anche rallentato - spinge verso l’alto, nell’orizzonte temporale che va fino al 2022, il pil di 1,3 punti percentuali e l’inflazione di 0,8 punti.

Soprattutto, è stato usato solo una parte del pacchetto: 360 miliardi dei 1.350 previsti per il solo Pepp, al quale si aggiungono gli acquisti del secondo quantitative easing e i prestiti alle banche delle Tltro, le aste di liquidità finalizzate alla concessione dei crediti bancari.

Il Pepp, ha ricordato la Lagarde, ha avuto fin dall’inizio due obiettivi: quello di evitare la frammentazione dell’eurozona e insieme il blocco del meccanismo di trasmissione della politica monetaria; e quello di sostenere la ripresa dopo la recessione “imposta” dalle misure di contenimento. Anche le sue dimensioni era quindi già adeguate allo scopo (e non è oggi previsto, come pure qualche analista ha ipotizzato, un uso solo parziale del programma).

Le banche, del resto, hanno ben risposto aumentando la quantità di credito fornito alle imprese non finanziarie. Al momento si tratta però di prestiti destinati a fornire la liquidità necessaria durante l’ibernazione e nelle prime fasi di risveglio dell’economia: non finanziano ancora gli investimenti.

Molte aziende di credito - ha ricordato Lagarde facendo riferimento all’ultimo sondaggio sulla situazione del mercato bancario - temono anche che ci sarà un irrigidimento degli standard di concessione del credito nel prossimo futuro.

È esattamente quello che occorre evitare, un cliff effect, un passaggio discontinuo da una fase all’altra. Le aziende di credito, ha notato Lagarde, temono soprattutto che vengano meno, e bruscamente, le garanzie statali sui prestiti alle imprese, mentre - come ha invitato a fare anche la Commissione Ue - occorre un phasing out, una lenta e graduale eliminazione.

Va evitato insomma il paventato rischio di una lunga serie di fallimenti aziendali e bancari. Le aziende di credito, ha ricordato Lagarde, sono del più solide patrimonialmente rispetto alla precedente - e diversa - crisi del 2008 e, in assenza di errori di politica economica, sono meglio equipaggiate per affrontare la difficile crisi.

Ancora una volta, quindi, la politica monetaria deve essere sostenuta da un’adeguata politica fiscale. Le condizioni monetarie saranno sempre più adeguate a sostenere la ripresa e la Bce può permettersi di “guardare e aspettare”, anche perché la politica monetaria «richiede tempo perché si trasmetta» all’economia.

Tocca invece ai Governi e all’Unione europea dare segnali rassicuranti perché il credito continui a fluire senza interruzioni verso le imprese. La Bce ha anche ribadito il suo pieno sostegno al Recovery fund (sia pure accompagnato da riforme strutturali concepite e applicate a livello nazionale), ricordando più volte a Bruxelles, «la grande quantità di speranze e di aspettative» per le trattative in corso.

Per la politica monetaria un cliff effect sul credito sarebbe in effetti un problema. La stessa Bce, ha spiegato Lagarde, eviterà di suscitare simili fenomeni nel momento in cui occorrerà ricalibrare gli acquisti di titoli del programma Pepp. Per queste operazioni è stata usata grande flessibilità, un «aspetto cruciale» questo, del programma pandemi rispetto ai precedenti: gli spread tra i titoli di Stato, per alcune nazioni, sono ancora relativamente elevati e richiedono interventi asimmetrici. Il punto di riferimento, il benchmark, resta però il capital key: alla fine del programma il portafoglio acquistato in ciascun paese dovrà riflettere la quota di capitale nella Banca centrale.

Oggi la Bce ha acquistato più titoli del dovuto in Germania, Italia, Portogallo; meno in Francia. È una situazione che dovrà essere, per così dire, “corretta”. «Non permetteremo mai - ha però detto Lagarde - che la convergenza verso il capital key, che a un certo punto dovrà essere realizzata, possa danneggiare i nostri obiettivi di politica monetaria».

Per l’Unione monetaria il rischio di fondo, anche perché già evidente prima dello scoppio dell’epidemia, è quello di una crescita a due velocità tra i diversi Paesi. «C’era già un certo grado di divergenza», ha spiegato Lagarde, che ha aggiunto: «Dovrà essere evitata, con ogni mezzo».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti