ALLARME CLIMA

Bce, il nuovo «bazooka» di Lagarde è contro il climate change

Lagarde, che dal 1° novembre guiderà la Banca centrale europea, ha preso posizione contro il mutamento climatico. E non è sola: su iniziativa di Mark Carney, numero uno della Banca d’Inghilterra , è nato un colossale network finanziario a difesa dell’ambiente con trenta tra banche centrali e istituti di regolamentazione, forte di un portafoglio complessivo di 100mila miliardi di dollari

di Enrico Marro


Il climate change spiegato con i numeri giusti

3' di lettura

Christine ha in testa un “whatever it takes” diverso da quello di Mario: mentre allora ci fu la difesa dell’euro, oggi in primo piano c’è (anche) la lotta al cambiamento climatico, che «dev’essere al centro della missione della Bce e di ogni altra istituzione». Parola appunto di Christine Lagarde, l’ex ministro delle Finanze francese e attuale numero uno del Fondo monetario internazionale che dal primo novembre siederà sulla poltrona di Mario Draghi nel nuovo palazzo della Banca centrale europea a Francoforte. «Siamo solo agli inizi, ma dobbiamo farne una priorità”, ha scandito in una recente audizione al Parlamento Ue, aggiungendo che «ogni istituzione dovrebbe avere come missione la protezione dell’ambiente».

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Certo, la Bce non può investire all'improvviso tutto il suo bilancio di 2600 miliardi di euro in green bond, anche perché non esiste un mercato di “obbligazioni verdi “così vasto. Ma la Lagarde ha chiaramente indicato che la strada su cui bisogna muoversi è quella degli investimenti sostenibili. Almeno per quanto riguarda l’istituzione che presto guiderà.

Sulla strada della lotta della Bce al global warming c'è un unico problema: il principio della “market neutrality”, che obbliga l’istituzione comunitaria a non discriminare un settore rispetto ad altri. La soluzione però è a portata di mano, e a indicarla è stata la stessa Lagarde. Si tratterebbe di accelerare il via libera alla normativa comunitaria, attualmente in discussione presso il Parlamento europeo, che classifica con precisione il profilo di sostenibilità dei vari asset finanziari. Provvedimento opportuno, anche perché classificazioni puntuali e dettagliate sugli investimenti sostenibili tendono a latitare, con la conseguenza che alcuni green bond si sono rivelati ben poco “verdi” , come ha rivelato un recente studio di Insight, società di asset management del gruppo Bny Mellon.

Christine in realtà potrebbe rivelarsi solo la punta dell’iceberg di un'inedita sensibilità ambientale del mondo finanziario, molto preoccupato delle ricadute economici di un climate change che secondo un recente studio di Moody's Analytics potrebberoro toccare i 69mila miliardi di dollari. Oltre trenta tra banche centrali e autorità di regolamentazione hanno unito le proprie forze nel nuovo “Network for Greening and Financial System”, fondato dal Governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney (ex di Goldman Sachs e della Banca centrale canadese), che per primo nel settembre 2015 sollevò in ambito finanziario il problema del mutamento climatico. Il network può contare su asset gestiti colossali: qualcosa come 100mila miliardi di dollari, quaranta volte il debito pubblico italiano.

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Intanto tutte le grandi multinazionali mondiali, inclusi i colossi della Silicon Valley e naturalmente le banche europee già colpite dai tassi sottozero, si stanno preparando a far fronte a un crollo della profittabilità legato al riscaldamento globale. Ma c’è già chi ha iniziato a soffrire: i l climate change sta colpendo con durezza alcuni settori del mondo della finanza e dell’economia. Un paio di esempi? Mentre le grandi società assicurative stanno già da anni leccandosi le ferite del mutamento climatico, con picchi di catastrofi naturali molto costosi da gestire, le major petrolifere sono alle prese con performance borsistiche assai deludenti, per usare un chiaro eufemismo, probabilmente legate a loro volta al vento che cambia nei portafogli degli investitori.

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Forse, anzi, il vento sta cambiando un po’ troppo in fretta: la stessa Bce ha sottolineato che una violenta “decarbonizzazione” dei portafogli mondiali rischia di destabilizzare il sistema finanziario internazionale. Quindi sì agli investimenti green, ma con regole chiare su cosa significhi essere “verde” e senza creare scossoni troppo forti nell’abbandono degli asset legati ai combustibili fossili.

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