La RIUNIONE

Bce, se un mese di inflazione non basta a Draghi. Avanti con il Qe

di Riccardo Sorrentino


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Reuters

4' di lettura

Il balzo dell’inflazione non cambierà la politica monetaria. Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi si è molto dilungato sull’aumento dell’1,1% dell’indice di inflazione registrato a dicembre, cogliendo l’occasione non solo di precisare quando la Bce potrà dire di aver centrato il suo obiettivo ma anche di sottolineare come il Consiglio direttivo sia stato «unanime» nel manifestare un senso di soddisfazione sulla politica monetaria. Un modo di minimizzare le divergenze di opinione all’interno dell’autorità monetaria di Francoforte.

L’inflazione di dicembre non ha dunque ricadute di politica monetaria. La Bce ha voluto precisare già nel comunicato introduttivo della conferenza stampa che l’inflazione complessiva, come atteso, «è recentemente aumentata, in gran parte per l’effetto base dei prezzi energetici, mentre le pressioni sottostanti sui prezzi restano deboli. Il Consiglio direttivo continuerà a ignorare le variazioni dell’inflazione se le giudicherà transitorie e senza implicazioni per le prospettive di medio termine della stabilità dei prezzi».

L’indicazione è molto chiara. Sulla base dei futures del petrolio, la Bce prevede che ci sia un’ulteriore accelerazione dell’indice dei prezzi «nel medio termine», mentre le misure di inflazione sottostante sono attese in rialzo più granduale nel medio termine. È vero però che l’aumento dell’inflazione non è legato solo a un effetto statistico ma anche, in parte, a un effettivo aumento dei prezzi del greggio che andrà osservato con attenzione.

«La domanda principale - ha detto a questo proposito Draghi - è ora capire quanto possano essere grandi gli effetti di secondo round» del rialzo del petrolio: un’espressione spesso usata dalla Bce per indicare non gli effetti indiretti (su altri prezzi, come quelli dei trasporti) del rialzo del greggio, ma quelli sulle aspettative di inflazione (per esempio sui tassi di mercato o sulle richieste salariali). «Osserveremo [la situazione] con grande attenzione», ha quindi aggiunto. Non basta, in ogni caso, che l’incremento dell’indice di inflazione si avvicini o raggiunga il 2% perché la Bce canti vittoria. Draghi ha spiegato che l’obiettivo deve essere raggiunto «nel medio termine», quindi senza tener conto di variazioni transitorie o non controllabili attraverso la politica monetaria (come accade quando sono in gioco i prezzi del petrolio). L’inflazione deve inoltre avvicinarsi in modo durevole all’obiettivo, e deve sostenersi da sola, quindi senza l’aiuto della politica monetaria. L’obiettivo deve inoltre essere definito per tutta Eurolandia e non solo per alcuni paesi.

Perché la Bce mantiene gli stimoli nonostante il rialzo dell'inflazione

Draghi ha anche voluto evitare che si diffondesse l’impressione di una maggiore divisione all’interno del consiglio direttivo a causa del dato inatteso di dicembre. Non solo ha precisato che il consiglio direttivo nella sua interezza ha deciso di ignorarlo, ma ha anche rivelato che i componenti del board hanno discusso sulla decisione di dicembre mostrandosi «unanimi» nel definirla «una risposta corretta alla situazione».

Anche i pochi governatori che si erano opposti al prolungamento del quantitative easing, sembra di capire, si sono in qualche modo ricreduti, secondo la ricostruzione del presidente. «Non c’è stata - ha detto Draghi - una sorta di ammissione di colpa in stile maoista. Abbiamo semplicemente avuto una discussione e c’è stata una soddisfazione generale sul fatto che la politica sta funzionando». L’orientamento della politica monetaria - è la conclusione del consiglio direttivo - è «sempre più chiaramente di successo». Il presidente della Bce ha voluto fare l’elenco completo dei risultati della strategia della Bce: dal 2015, ha detto, abbiamo avuto una crescita trimestrale del pil tra lo 0,3% e lo 0,6%; a dicembre la fiducia dei consumatori era ai massimi da aprile 2015; l’indice di fiducia economica era ai massimi da marzo 2011; l’indice Pmi composito (servizi e manifatturiero) nella componente produzione era ai massimi da maggio 2011; la disoccupazione a novembre era ai minimi da luglio 2009 mentre sono stati creati in tre anni 4,5 milioni di posti di lavoro. La dispersione della crescita del valore aggiunto è inoltre ai minimi dal 1997, e testimonia quindi la crescente integrazione delle economie europee (malgrado le eterogeneità esistenti, che Draghi non ha negato).

Dal punto di vista della politica monetaria, ha aggiunto Draghi, c’è stato un aumento delle aspettative di inflazione nelle misure di mercato ma anche in quelle dei sondaggi, migliorate nel breve termine ma stabili nel lungo termine; i rischi di deflazione, comunque misurati, sono ampiamente scomparsi; le condizioni finanziarie sono migliorate; i tassi sui prestiti per famiglie e imprese sono calati in modo significativo. L’eterogenità dei tassi sul credito tra i diversi paesi è calata; le condizioni di credito per le imprese sono migliorate e, «cosa più interessante», la ristrutturazione dei bilanci delle imprese non finanziarie è andata avanti in modo notevole negli ultimi mesi (è calato il loro leverage). Tutto bene, quindi? Sì, ma Draghi ha voluto sottolineare i rischi generati dall’incertezza a livello globale. Nulla però che possa spingere la Bce a cambiare - o a preparare un cambiamento - nella politica monetaria. Troppo presto , ha detto il presidente, per parlare di Trump e delle sue politiche; troppo presto per discutere degli effetti di Brexit.

L’unica decisione presa dalla Bce è stata allora tecnica: è stato precisato che saranno possibili acquisti di titoli pubblici (e solo pubblici) con rendimenti al di sotto del tasso sui depositi (quindi al di sotto del -0,40%) ma che avranno la priorità i bond con rendimenti più alti di quel livello. Questo significa - ha precisato la banca centrale - che l’ammontare degli acquisti a rendimenti più bassi sarà diverso da paese a paese.

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