FALCHI & COLOMBE

Bce, il target dell’inflazione al 2% va rivisto

La presidenza di Christine Lagarde potrebbe ben iniziare se la Banca centrale europea si interrogasse in modo esplicito, completo e trasparente sulla strategia della politica monetaria

di Donato Masciandaro


default onloading pic
(Ap)

3' di lettura

La Banca centrale europea deve ridiscudere il target della politica monetaria continentale, che oggi è un tasso di inflazione minore, ma vicino, al 2 per cento. Per cambiarlo? Non necessariamente.

Ma è opportuno che, cogliendo il momento del cambio di presidenza, Christine Lagarde faccia discutere in modo sistematico e trasparente un tema che è centrale nel dibattito in corso tra falchi e colombe.

La presidenza di Christine Lagarde potrebbe ben iniziare se la Banca centrale europea si interrogasse in modo esplicito, completo e trasparente sulla strategia della politica monetaria. A partire dalla definizione del suo obiettivo. Oggi il disegno del mandato della Bce può essere così riassunto: l’obiettivo principale è quello della stabilità monetaria; per stabilità monetaria si intende una variazione dei prezzi al consumo nell’area euro e in un orizzonte di medio periodo che sia minore, ma vicina, al 2 per cento.

La priorità della stabilità monetaria può essere considerata fuori discussione, visto che, essendo stata sancita nel 1992 all’interno del Trattato dell’Unione, occorrerebbe l’unanimità dei Paesi membri per modificarla. Quello che la Bce potrebbe invece cambiare è la definizione operativa di tale obiettivo macroeconomico. Tale definizione è stata già cambiata in passato. Fino al 2003 il target era definito come una variazione dei prezzi al consumo minore del 2%, punto e basta. La Bce preferì poi aggiungere che il 2% doveva però essere vicino. In tal modo, si segnalava la volontà di ritenere sgraditi sia gli scostamenti verso l’alto dall’obiettivo – rischio inflazione – che quelli verso il basso – rischio disinflazione, o peggio deflazione.

Oggi la riconsiderazione dell’obiettivo della Bce è necessaria, alla luce del fatto che una variazione dei prezzi al consumo del 2% oggi non viene ritenuto un target raggiungibile come in passato – e non solo nell’area euro. Le posizioni che si confrontano sono almeno tre. La prima è quella che possiamo definire conservatrice, identificabile nella posizione ufficiale finora tenuta dalle maggiori banche centrali dei Paesi avanzati: il 2% non si tocca.

La seconda è quella che possiamo chiamare “rialzista” delle colombe: il tasso di inflazione ottimale deve essere innalzato. Il ragionamento è il seguente: il tasso di inflazione ottimale deve essere correlato all’andamento del tasso di interesse naturale, cioè al rendimento reale del capitale nel lungo periodo. Il tasso di inflazione ottimale era il 2% quando le stime del tasso naturale erano anche esse al 2%, in quanto, in tempi normali, i tassi nominali – strumento della politica monetaria – finivano per essere al 4 per cento. In questo modo le banche centrali avevano spazio sufficiente per ribassare i tassi nei momenti in cui occorreva contrastare le recessioni. Oggi che tutte le stime indicano un tasso naturale vicino allo zero, per ridare quello stesso spazio di manovra alle banche centrali occorrebbe innalzare il target inflazionistico almeno al 4 per cento. Un tasso di inflazione più alto renderebbe più credibile la politica monetaria, quindi più incisiva nel colpire le aspettative, che è condizione necessaria – anche se non sufficiente – per la sua efficacia. Nella stessa direzione vanno le proposte delle colombe di definire il target non in termini di variazione dei prezzi al consumo, ma in termini di livello di tali prezzi. La differenza è sostanziale. Se il target è espresso in termini di livello dei prezzi, ognivolta si va sotto il target prefissato, per tornare sul sentiero di crescita dell’inflazione che si è abbandonato, occorre che il tasso di inflazione sia maggiore di quello passato. Concretamente, significa che se la Bce non raggiunge il 2% per un certo lasso di tempo, poi deve avere un obiettivo di inflazione maggiore del 2 per cento.

La terza posizione è quella “ribassista” dei falchi, i quali concordano sul fatto che il tasso ottimale di inflazione deve essere correlato al tasso di interesse naturale. Ma se il tasso naturale si è abbassato, bisogna semplicemente prenderne atto, e ridurre di conseguenza ogni velleità di raggiungere il 2%, “come ai vecchi tempi”. Altrimenti, non si è credibili. Sotto questo aspetto, i falchi sorridono alla prospettiva avanzata dalle colombe di innalzare il target inflazionistico: la paragonano alla pretesa di un saltatore in alto che, incapace di raggiungere una asticella a due metri, annunzia un obiettivo ancora più ambizioso.

Tra conservatori, rialzisti e ribassisti, cosa deve fare la Lagarde? Semplicemente, ridiscutere il target. Magari per far emergere posizioni intermedie. Ad esempio, ridefinire l’obiettivo come la variazione del 2%, eliminando il “sotto” e il “vicino”. Se l’obiettivo inflazionistico deve essere simmetrico, perché non essere chiari e semplici? Quello che invece sarebbe sbagliato è far finta di niente. Il tema esiste. Non solo: dopo l’obiettivo, occorrerà anche interrogarsi sugli strumenti. Se non ora, quando?

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...