La riunione di luglio

Bce: tassi bassi più a lungo, invariati gli acquisti di titoli

La banca centrale manterrà il costo ufficiale del credito ai livelli attuali o più bassi fino a quando non sarà evidente che l’inflazione raggiungerà il 2%, per rimanerci, prima della fine dell’«orizzonte temporale delle proiezioni».

di Riccardo Sorrentino

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4' di lettura

Nuova strategia, nuova forward guidance. Sui tassi, che di fatto sono destinati a restare bassi più a lungo rispetto alle vecchie indicazioni. Dopo aver adottato in nuovo obiettivo di inflazione, pari ora al 2% simmetrico, la Banca centrale europea ha modificato le proprie indicazioni sull’andamento futuro dei tassi, la cosiddetta forward guidance o «indicazioni prospettiche».

I tassi di interesse resteranno quindi al livello attuale, o a un livello più basso se l’andamento dell’economia lo dovesse richiedere, fino a quando la Bce non vedrà l’inflazione destinata a raggiungere il 2% molto prima (in pratica «nel punto di mezzo», ha spiegato in conferenza stampa la presidente Christine Lagarde) della fine dell’orizzonte temporale delle sue proiezioni macroeconomiche - almeno tre anni, quindi - e prometta di mantenersi in modo «durevole» per la parte restante di quel periodo.

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Non si accontenterà quindi di vedere comparire il 2% alla fine del “medio termine” a cui si riferisce tutta la politica monetaria e le sue previsioni, ma l’obiettivo deve apparire prima e non essere poi abbandonato negli anni successivi.

Dopo la lunga fase di bassa inflazione e di tassi vicini al minimo possibile, la Bce si aspetta inoltre - e accetterà - come conseguenza un’inflazione «moderatamente» al di sopra dell’obiettivo (presumibilmente nel corridoio 2-2,5%, ma Lagarde non ha voluto dare indicazioni numeriche). Proiezioni che puntassero a un accelerazione dei prezzi moderata non implicheranno più - come sarebbe successo nel passato - la necessità, e le aspettative, di una stretta nella politica monetaria.

I progressi nell’inflazione sottostante - la “core” inflation - dovranno inoltre essere coerenti con una stabilizzazione dell’inflazione complessiva al 2% nel medio termine. Questo per evitare che un’accelerazione dell’indice legata al rincaro di alcuni beni particolarmente pesanti nel paniere (tipicamente carburanti ed energia) che segnala forti variazioni dei prezzi relativi ma non richiede interventi di politica monetaria - non subito almeno - crei aspettative giustificabili solo in previsione di un aumento generalizzato dei prezzi.

È evidente la differenza della nuova forward guidance rispetto alla formulazione usata ancora a giugno, e presente da mesi nei comunicati ufficiali di politica monetaria. Con la vecchia strategia, la Bce puntava a un’inflazione che convergesse «a un livello sufficientemente vicino al 2% all’interno dell’orizzonte temporale delle proiezioni». Convergenza confermata dall’andamento dell’inflazione core.

La nuova formulazione e la nuova strategia, evidentemente, richiedono a parità di condizioni una politica monetaria espansiva prolungata e, se la situazione lo rendesse necessario, anche più incisiva, più energica, rispetto alla vecchia strategia. Non a caso la nuova forward guidance, o meglio l’effettiva «ricalibrazione» delle indicazioni, non è stata approvata all’unanimità, ma - ha spiegato Lagarde - con una «soverchiante maggioranza». Esito peraltro atteso, ha aggiunto.

È possibile che qualcuno dei falchi abbia voluto proprio contestare («marginalmente» ha detto Lagarde) una formulazione che ha anche - ma è in larga misura inevitabile - l’effetto di modificare non tanto l’orientamento della banca centrale quanto le aspettative degli operatori economici sulla politica monetaria.

A una domanda precisa sul significato per la politica monetaria della nuova forward guidance, Lagarde non a caso ha cercato di sfumare la portata politica dell’adesione della nuova strategia: ha detto di preferire alla formula “tassi più bassi più a lungo” un’interpretazione che dia enfasi alla volontà della Bce di non voler alzare i tassi «prematuramente» e di voler essere «paziente» nei confronti dell’inflazione per «guadagnare fiducia».

Il punto chiave, sotto questo aspetto, sarebbe - ha aggiunto - proprio l’aspetto «durevole» che devono avere le proiezioni di inflazione tra il «punto di mezzo» e la fine dell’orizzonte temporale. La differenza, in termini di conseguenze pratiche, è evidentemente minima. La presidente ha anche accennato alla funzione della forward guidance di ancorare le aspettative di inflazione.

La nuova forward guidance fa anche un riferimento molto più stringente - e Lagarde lo ha confermato, in conferenza stampa - alle proiezioni dello staff della Banca centrale europea e delle banche centrali nazionali ma - ha avvertito la presidente - non ci sarà nulla di «automatico» nelle decisioni del consiglio direttivo, la cui valutazione delle proiezioni resterà centrale.

Le nuove indicazioni sono tutte in grado in ogni caso di modificare le aspettative, anche se lo strumento dei tassi appare in questa fase molto meno efficace di altri. La politica monetaria in senso stretto resta invariata: oltre al costo del credito rimasto fermo (0% il tasso ufficiale, -0,50% il tasso sui depositi presso la Bce), restano confermati gli acquisti di titoli del programma App (il quantitative easing) pari a 20 miliardi al mese, mentre gli acquisti “pandemici” nell’ambito del programma Pepp continueranno a essere effettuati a un ritmo accelerato.

Il recente aumento dell’inflazione - che ha effettivamente toccato il 2% a maggio - non rappresenta né il raggiungimento né un avvicinamento all’obiettivo. È legato a fattori temporanei - come ha confermato Lagarde - e non è accompagnato da un rialzo dell’inflazione core. Le proiezioni di giugno puntano infatti all’1,9% medio quest’anno, ma all’1,5% nel 2022 e all’1,4% nel 2023 (1,7% nello scenario più favorevole). Non è «durevole», e le diverse misure di core inflation non vanno oltre l’1,6-1,7% medio per il 2023, e non sono coerenti con un ritorno stabile della dinamica dei prezzi al 2%.

Nessuna discussione, intanto, si è svolta a proposito della fine e delle modalità della fine degli acquisti pandemici del programma Pepp, destinati a terminare a marzo 2022 o comunque fino a quando la crisi del Covid non sarà finita. Sarebbe, ha spiegato Lagarde, «prematuro». Un’indicazione su questo punto si avrebbe inevitabilmente sovrapposta con la revisione della forward guidance, con significati tendenzialmente opposti.

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