riccardo chailly sul podio della filarmonica

Beatrice Rana e Carlo Boccadoro: «jam session» scaligera

di Carla Moreni

Milano, 30 gennaio 2017. Beatrice Rana, Riccardo Chailly, Carlo Boccadoro e l’Orchestra Filarmonica della Scala

3' di lettura

Viste da sotto, da una delle prime file di platea, le mani di Beatrice Rana sono impressionanti: non suonano, danzano sulla tastiera. Veloci, esatte, facili. In affondo elegante, implacabili, a tutto campo. La ventiquattrenne ragazza di Copertino, nelle Puglie, diventata famosa per un secondo premio (non il primo!) al van Cliburn di quattro anni fa, ormai è una primadonna. Affronta col sorriso la sala della Scala, sciolta e sicura. Nei trenta minuti grondanti di note, senza tregua, a mitraglia, del Concerto per pianoforte di Carlo Boccadoro il pubblico è tutto per lei. Tanto da siglare con un successo senza precedenti questa che è una prima esecuzione assoluta, commissionata da Francesco Micheli, mecenate illuminato e colto, e incastonata come un cammeo nella stagione della Filarmonica, qui diretta da Riccardo Chailly.
Dopo esecuzioni così, verrebbe voglia di chiedere in ogni serata uno spruzzo di novità, per ampliare il paesaggio sonoro, per rinfrescare l’attenzione, la curiosità. Persino gli “habitué” della Filarmonica, che sono come una gran famiglia allargata, prototipo di una certa milanesità, amante della tradizione, si lasciano intrigare dai gesti seduttivi di Boccadoro: il Concerto è epidermicamente musicale, suona benissimo e soprattutto (come di rado succede con il contemporaneo) restituisce l’impressione che tutto sui pentagrammi sia suonabile, esattamente per come è scritto. In un fluire ininterrotto scorrono sezioni diverse per carattere, ora più esuberanti, estroverse, affermative, ora più legate e cantabili. C’è tanta storia del pianoforte, nascosta tra i pentagrammi. La si avverte per i gesti simbolici, per un profumo che resta nell’aria, non fatta di didascaliche citazioni dirette. L’attacco iniziale rimanda al Concerto per pianoforte di Schumann, ribaltato sghembo, in levare anziché in battere. Certe evocazioni guardano al mondo materico di Bartok; il finale guizza palesemente jazz. La sezione delle percussioni è sollecitata con estrema fantasia (Boccadoro, coi calzoncini corti, negli anni del Conservatorio, era un fantastico percussionista) e giocano con libertà gli ottoni. Il dialogo col pianoforte è sempre alla pari. Intrecciato fitto, in una trama dove la tastiera va perfettamente a incunearsi nelle linee orchestrali.

La pianista leccese Beatrice Rana (foto di Marie Staggat)

Una mano duttile, che evoca e non schiaccia mai

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Eroica Beatrice Rana, riesce a mantenere una sonorità visibile, in tutta quella massa di strumenti. E non sembra nemmeno affaticata, alla fine, baciata davvero dalla fortuna di una mano duttile, che evoca e non schiaccia mai. Riccardo Chailly le lascia piena fiducia, badando soprattutto a che l’assieme con la grande orchestra non si perda: abile nel mantenere un controllo esatto sulla ritmica implacabile di Boccadoro, che ammicca disinvolta tra i diversi linguaggi del Novecento, jazz e rock compresi, con una cornice di perenne gradevolezza. Ben scritto, sorridente, esplosivo e dinoccolato, il Concerto merita il riascolto. Magari anche ripresentato nei programmi delle tournée della Filarmonica, a sparigliare le carte della prevedibilità: c’è da scommettere che all’estero colpirebbero sia la bravura della solista, sia la facilità del compositore. Perché le platee non sono poi così convenzionali e sonnacchiose come ci vogliono far credere.

Lo confermano i successi di vent’anni di concerti, a Milano, dei “Sentieri selvaggi”, creati appunto da Boccadoro. Ma lo dimostra anche l’impaginato perfetto di questo terzo appuntamento scaligero della Filarmonica, tutto poggiante su prime esecuzioni. Persino di un nome altisonante e storico come quello di Shostakovič: la sua Sinfonia n.12, del 1961, non era mai arrivata alla Scala. Compatta, impregnata di una linearità tematica che la fa apparire scritta quasi in bianco e nero, rispetto all’effervescenza timbrica di altre più famose sorelle, la pagina si apre con una frase a pieni archi, all’unisono, restituita con eleganza e fluidità dalla Filarmonica. Catturante e priva di quella retorica propagandistica del regime, che Shostakovič stesso del resto raccontò (nelle lettere private) non aver mai intaccato il proprio purissimo stile. Pregevole la concertazione di Chailly, in dialogo con leggii disciplinati, in ogni settore, in particolare nelle percussioni, dominate dal giovane timpanista Andrea Bindi.
Unica piccola osservazione: la “Suite n.1”, sempre di Shostakovič, antipasto in apertura, per minuscolo organico e pudicamente jazz, stonava col direttore sul podio. Le mancava libertà, improvvisazione. Osando un poco, la prossima volta, si potrebbe suonarla addirittura nel foyer, come una jam session scaligera.

Shostakovič, “Suite per orchestra jazz n.1”, Boccadoro, “Concerto per pianoforte e orchestra”, Shostakovič, “Sinfonia n.12”; Beatrice Rana, pianoforte, Filarmonica della Scala, direttore Riccardo Chailly; Teatro alla Scala

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