FORMULA 1

Beffa di Bottas ad Austin. Ma il “martello” vince il sesto mondiale ed entra nella storia

Ad Austin altra doppietta Mercedes, la nona quest'anno. E poi: la tredicesima vittoria della stella a tre punte, la quarta di Bottas. E' stata la gara dell'assegnazione matematica del titolo ad Hamilton

di Alex D'Agosta


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(AFP)

4' di lettura

Austin 2019, la prova di “casa” degli organizzatori che da alcuni anni hanno rilevato il circus da Ecclestone. Una gran bella pista in un ricco e autentico stato americano, con gran bei tifosi, che amano i motori: forse i migliori del mondo per i piloti, dopo quelli di Monza. Una domenica di corse vissuta, sentita, soleggiata, piena di vip, piena di gente, allegra, spensierata, creativa e, vista dalle tribune, ancora meglio dal paddock, indubbiamente divertente.

Si, c'è stata giusto un'altra doppietta Mercedes, la nona quest'anno. E poi: la tredicesima vittoria della stella a tre punte. La quarta di Bottas. E, sopratutto, la gara dell'assegnazione matematica del titolo ad Hamilton. Sei volte campione: grande pazienza dal primo al secondo, con in mezzo l'era di Vettel in Red Bull. Grande pazienza per l'anno “ceduto” a Rosberg. Grande costanza, sempre. Tanta roba: si lascia alle spalle anche Juan Manuel Fangio ed è dietro a Michael Schumacher “solo” per un titolo. Una scorpacciata di record li ha già comunque in tasca, perché costui, 34 anni, può anche batterli quasi tutti i “mostri sacri” del passato o, almeno, può farcela “agevolmente” almeno finché non cambiano le regole del gioco.

Una gran giornata, insomma, ma non una festa completa. A ben vedere, infatti, Hamilton avrebbe voluto anche un bel gran premio. Lo conosciamo bene: si è portato dietro tutta la famiglia, pure i cani! Non voleva accontentarsi di un piazzamento. Invece c'è stato poco da fare. Ha resistito finché ha potuto, ma le sue gomme sono entrate in crisi prima del termine, troppo in anticipo. E così sul finale il suo sogno di vincere anche questa, quella della consacrazione, è stato rotto da Bottas che, a quattro giri dal termine, che lo ha semplicemente sorpassato senza lottare granché.

C'è da dire che Lewis è riuscito a lasciare dietro per fortuna sua almeno Max, nonostante l'olandese avesse rosicchiato tutto il distacco fino a scendere sotto il secondo negli ultimissimi chilometri. Non bisogna dimenticare inoltre che Verstappen sentiva senza dubbio di avere un conto in sospeso con Hamilton per episodi pregressi non troppo distanti nel tempo. Ma vista l'esperienza maturata e le tante punizioni incassate alla fine si è limitato a far scendere il suo gap all'arrivo senza rischiare. Cosa che ormai non sorprende più di tanto perché, statistiche alla mano, Max quest'anno ha anche diminuito il ripetersi di eventi ascrivibile alla foga: un'ansia da prestazione non del tutto scomparsa ma, senza dubbio, riapparsa meno “tragicamente” che in passato.

Per Hamilton comunque bastava arrivare in fondo. C'era infatti solo un titolo da cogliere, da parecchio tempo, meglio se con la tranquillità di qualche punto in più. D'altra parte il vantaggio che si era costruito nella prima parte di stagione lo aveva già messo al riparo da rivoluzioni. Adesso c'è ancora un traguardo da non dimenticare: il record di punti nella stagione. 695 a oggi per i costruttori, 765 quelli racimolati insieme a Nico Rosberg nel 2016: ce la farà la Mercedes, con due gare al termine, a mettere ancora le proprie auto sul podio senza “perdere” più di 10 punti da Ferrari e Red Bull rispetto al risultato massimo possibile? Per certi aspetti è meglio di no, visto che la noia la vuole evitare anche il pubblico e la federazione: non dimentichiamo che dal 2021 verranno ulteriormente stravolte le regole per cercare di tornare a uno spettacolo con prestazioni più bilanciate e possibilità di vittorie più eque anche per team senza budget stratosferici.

Senza discutere il buon terzo posto di Verstappen, non si può che rimanere delusi per la prestazione delle Ferrari. Scattando dalla prima fila, ovviamente ci si aspettava di più. Invece Leclerc è finito quarto a 52 secondi senza una spiegazione palese, mentre Vettel si è ritirato molto presto per un cedimento della sospensione che gli aveva già pregiudicato anche i pochi giri corsi: per un po' aveva tenuto perdendo “solo” cinque posizioni, poi un crollo improvviso lo ha costretto ad abbandonare l'auto a bordo pista senza alcuna chance di arrivare nemmeno ai box. Quindi fra un calo di prestazione da imputare a possibili correzioni dopo la “precisazione FIA” sui flussometri e la mancanza di affidabilità, si porta a casa un week-end veramente da dimenticare.

Un posto, quello del tedesco in rosso, lasciato libero per Albon che, comunque, ci ha messo tanto da suo: il migliore in gara tolti i soliti cinque “predestinati”. Una gara bella per un pilota che, nonostante un distacco importante, è stato a suo modo fra i protagonisti, pur scontando le disavventure iniziali che lo avevano costretto immediatamente ai box e , di conseguenza, a una fermata in più degli altri. Quinto al traguardo ma grande onore per lui e per il suo ingaggio, che confermano la bontà del team e la sua rinascita grazie ai propulsori Honda.

Non male comunque Ricciardo, che meglio di sesto non si poteva proprio immaginare, davanti alle due McLaren e all'altra Renault, ultima delle vetture a punti.

Gli effetti dei risultati della domenica texana si vedono sopratutto a Maranello: avvio da incubo per Vettel, posizioni perse e ritiro significano zero punti e di conseguenza retrocessione al quinto posto per Vettel, dietro a Verstappen di cinque punti ma, sopratutto, in ritardo di ben diciannove dal compagno di box Leclerc.

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