INVESTIMENTI SOSTENIBILI

Bei: «Entro il 2025 metà dei finanziamenti dedicati a clima e ambiente»

Il vicepresidente della banca europea, Dario Scannapieco parla a SustainEconomy.24 delle policy per la sostenibilità ma anche dell'impegno economico per fronteggiare l'emergenza Covid. E il Recovery Fund, dice "è un'opportunità unica e ultima per Italia" a patto di discontinuità con il passato

di Alessandra Capozzi

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5' di lettura

Pionieri nella sostenibilità con 31 miliardi di green bond emessi in 16 valute e l'impegno a non finanziare più dal 2022 progetti che utilizzano fonti fossili. Ma anche le nuove policy per allinearsi agli Accordi di Parigi: destinare il 50% delle operazioni dal 2025 in poi a finanziamenti dedicati ad azione climatica e sostenibilità ambientale e attivare nel periodo 2021-2030 investimenti per circa mille miliardi di euro a favore di clima e ambiente. Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei parla a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor dell'impegno per la sostenibilità della banca europea. Ma anche dell'impegno sul fronte anti-Covid con la presidenza dell'European Guarantee Fund, una sorta di Piano Juncker con cui la Bei potrà mobilitare fino a 200 miliardi. Il Recovery Fund, spiega, è un'opportunità "unica, ultima, determinante" per l'Italia solo se ci sarà discontinuità con il passato.

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Parliamo della missione di Bei per la sostenibilità. Siete stati pionieri tra le istituzioni. Ci traccia un quadro della vostra strategia e dei risultati raggiunti?

«Quando parliamo di essere pionieri dobbiamo parlarne su due fronti: sul fronte della raccolta perché siamo stati i primi nel 2007 ad emettere i green bond e, da allora, abbiamo emesso circa 31 miliardi di green bond in 16 valute. Dal lato dei prestiti c'è stata da sempre una fortissima attenzione e la nostra, essendo una banca che ha obiettivi di policy, ha tra i target l'ambiente. Sono quelli che si chiamano gli obiettivi di performance. Che cosa abbiamo fatto? Abbiamo deciso di fare un due passi in più: il primo è stato approvare una energy landing policy, ovvero una politica di prestiti nel settore dell'energia, in base alla quale dalla fine dell'anno prossimo non presteremo più finanziamenti a progetti che utilizzano fonti fossili standard; dall'altra abbiamo deciso di intraprendere una serie di policy della banca per essere allineati agli Accordi di Parigi».


Quindi ci racconta cosa prevedete di fare da qui in avanti?

«Questi impegni significano non finanziare più una serie di progetti con forte componente fossile: ovvero se le grandi imprese energivore - pensiamo a siderurgia e cemento - presentano progetti che hanno forte dipendenza, ovviamente non li finanziamo, ma siamo pronti a finanziarli per tutto quello che riguarda riconversione e transizione verso tematiche ambientali. Il secondo impegno è portare, entro il 2025, dall'attuale 30% al 50% la quota di finanziamenti annuali che hanno un impatto positivo su clima o ambiente. Da ultimo, nella decade 2021-2030 considerata decisiva per la lotta al cambiamento climatico, vogliamo attivare investimenti per circa mille miliardi di euro a favore di clima e ambiente. Questo vuol dire sostegno alla ricerca, infrastrutture, mobilità urbana. La mobilità va un po' ripensata, anche perché se guardiamo agli indicatori, stiamo riducendo l'inquinamento un po' ovunque tranne che nel settore dei trasporti. Staremo molto più attenti nel finanziare alcuni aeroporti e il nostro consiglio di amministrazione sta decidendo se abbandonarli oppure no, con delle eccezioni. E anche per le strade cerchiamo di spostare quanto più il traffico su rotaia».


Quanto al vostro proposito di non finanziare più progetti legati alle fonti fossili come vi muoverete?

«La nostra idea è di esaurire la quota di progetti che erano già in avanzata fase di istruttoria e poi di non generarne altri. E di dare un segnale di maggiore attenzione verso l'efficienza energetica, le rinnovabili e le nuove tecnologie e anche, la gestione ottimale delle risorse naturali. Proprio in questi giorni abbiamo fatto un'operazione nuova, si chiama Hydrobond, per sostenere piccole utility nel settore dell'acqua che da sole non avrebbero la forza per accedere ai finanziamenti della Bei».


E' inevitabile, però, fare i conti con la pandemia. Come la state affrontando?

«La pandemia è un episodio che avrà ripercussioni molto rilevanti sul modo di vivere. Intanto ci ha insegnato l'importanza di avere reti digitali di elevata qualità. Ci ha insegnato che molto del lavoro si può fare da casa e ha modificato nettamente gli stili di vita. Sappiamo d'altra parte che è un episodio che avrà anche una conclusione. Come Bei abbiamo aumentato, a bocce ferme, l'attività a supporto delle Pmi, le più colpite, per avere liquidità e finanziare il capitale circolante in modo che abbiano ossigeno per sopravvivere fino alla fine della pandemia. Abbiamo poi dato un grande impulso alla ricerca e sviluppo in ambito farmaceutico: ci sono una serie di imprese sia attive nella ricerca del vaccino che nella definizione di cure che abbiamo sostenuto per oltre 1,1 miliardi di euro. La risposta immediata al Covid ha portato a prestiti in Italia per 6,5 miliardi nel periodo marzo-luglio, il 35% di quanto ricevuto da tutti i Paesi europei. E abbiamo finanziato con 2 miliardi il settore della sanità per aumentare i posti in terapia intensiva, sub-intensiva e rafforzare i pronto soccorso. Poi abbiamo lanciato un'iniziativa nuova, ed io sono presidente di questo comitato dei contributori: l'European Guarantee Fund, una sorta di Piano Juncker con cui la Bei potrà mobilitare fino a 200 miliardi, che, con il contribuito degli Stati Ue, potrà offrire strumenti di garanzia e controgaranzia agli operatori finanziari in modo che il credito vada a sostegno delle Pmi. E' una bella risposta congiunta europea e stiamo iniziando a firmare già le prime operazioni».


Ma, secondo lei, la pandemia è destinata a influire su un percorso verso una maggiore sostenibilità?

«Le crisi possono essere anche uno strumento di ripensamento e rilancio; è sempre stato così nella storia. Bisogna avere l'accortezza e l'intelligenza di coglierne gli elementi di discontinuità rispetto al passato che sono emersi e concentrare le risorse ed investire in quello che di nuovo ci ha suggerito la pandemia. Basti pensare che oggi le priorità, nell'Ue, sono tre: clima, digitalizzazione e, ora, un tema di coesione sociale. La seconda ondata sta dimostrando che c'è da lavorare sulla coesione sociale, soprattutto nelle aree, all'interno dell'Unione, che avevano meno resilienza».

SustainEconomy.24 - La spinta degli investimenti sostenibili

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Il Recovery Fund è una grande opportunità, soprattutto per l'Italia. Come si deve muovere il nostro Paese e quali dovranno essere le priorità?

«Darò una risposta su due fronti. Partiamo dai numeri: dal 2000 ad oggi l'Italia è cresciuta del 7,7% rispetto al 32% della Francia e al 30,6% della Germania e al 40% di media Ue. Quindi l'Italia non sa crescere. Perché? Perché abbiamo procedure farraginose, incapacità amministrativa nel preparare i progetti e incapacità di implementazione; dobbiamo prenderne atto. Quindi il Recovery Fund non va visto solo nell'ottica di una quantità di risorse finanziarie che saranno disponibili ma va colta l'opportunità per ripensare il sistema di effettuazione degli investimenti pubblici da parte dell'Italia. Quindi la parola chiave che io ricollego al Recovery Fund è ‘discontinuità con il passato'. Se noi pensiamo di approcciare questa opportunità - che non è grande, è unica - con i metodi vecchi, siamo destinati a perdere. Se agiamo in discontinuità con il passato, con procedure più snelle, con persone competenti messe a gestire i progetti, allora il Recovery Fund può divenire un'opportunità unica. E dico anche che, oltre ad essere unica, è anche l'ultima perché la dinamica del debito pubblico è tale che, senza spingere fortemente sull'acceleratore della crescita e liberarci di questo tetto alla crescita del Pil - che se guardiamo i dati è evidente che esiste perché l'Italia negli ultimi 40 anni non è mai crescita più del 2% e allora c'è un tema strutturale – allora sarà difficile avere un debito pubblico sostenibile perché è chiaro che dobbiamo agire sul denominatore del rapporto debito pubblico/Pil».

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

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