Arti visive

Bella, «scapiliata» e ben incorniciata

di Marco Carminati


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5' di lettura

Parma celebra i 500 anni della morte di Leonardo con una piccola ma raffinatissima mostra-dossier allestita a Palazzo della Pilotta, intitolata La fortuna della Scapiliata di Leonardo da Vinci e dedicata al capolavoro leonardesco (la celebre Scapiliata per l’appunto) che si conserva a Parma dagli inizi dell’Ottocento.

Curata da Pietro C. Marani e Simone Verde, e sostenuta dalla Fondazione Cariparma, la rassegna è rilevante per tre motivi: primo, dà conto di importanti novità emerse dallo studio del supporto, delle tecniche e dei materiali; secondo, racconta tutta la storia, la fortuna e la sfortuna del quadretto; terzo, presenta la Scapiliata per la prima volta incorniciata in una bellissima cornice coeva, acquisita per l’occasione.

La mostra parte dalla constatazione che la tipologia di una testa femminile inclinata con i capelli mossi dal vento non fosse affatto un’invenzione di Leonardo o del Rinascimento. Monete e pitture greco-romane e tavole medievali convocate in rassegna dimostrano l’antichità di questa tipologia di immagine tornata poi in auge con l’Umanesimo. In un passo del De Pictura, Leon Battista Alberti introduce l’argomento: «Dilettano nei capelli e nei crini... vedere qualche movimento». Anche Leonardo è affascinato dal tema e in un passo nel Trattato di Pittura (una copia è esposta in rassegna) così consiglia a un ipotetico allievo: «Fa tu adonque alle tue teste gli capegli scherzare insieme col finto vento intorno alli giovanili volti».

Queste righe leonardesche continuano a essere considerate la migliore descrizione della cosiddetta Scapiliata della Galleria Nazionale di Parma, una tavoletta di 25 x 21 centimetri schedata al numero d’inventariato 362. Le analisi tecniche compiute in occasione della mostra da Pinin Brambilla Barcilon, Diego Cauzzi, Gisella Pollastro e Claudio Seccaroni hanno rivelato che questa testa di fanciulla venne dipinta su biacca con pigmenti di rame, piombo e stagno, e che l’essenza del supporto (incerta sino a oggi) è un legno di noce, successivamente rifilato su due lati e riverniciato con ambra rinverdita.

Da quando la Scapiliata è apparsa all’orizzonte della storia nel 1826, gli studiosi non hanno mai smesso di interrogarsi: chi è il suo autore? Qual è la sua effettiva natura: un dipinto, un abbozzo o uno studio preparatorio? Quando venne realizzata? E qual è stata la sua storia collezionistica? E, infine, qual è stata la sua fortuna?

Attorno a queste domande si dipana la rassegna di Parma. Dal punto di vista storico, si sa che nel 1826 il restauratore Francesco Callani aveva proposto a Paolo Toschi, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Parma, la cessione all’Accademia Ducale della raccolta dei quadri ereditati dal padre Gaetano Callani (1736-1809), pittore e scultore neoclassico di una certa fama (a lui è dedicata una piccola sezione della mostra). In cambio di questa cessione, Francesco Callani sperava di ottenere un vitalizio. Come premessa alla trattativa fu necessario redigere un Catalogo di Quadri appartenenti al sottoscritto Francesco Callani(Parma, Archivio Glauco Lombardi) che al numero d’inventario 32 così riporta: «Testa in chiaro oscuro di donna. Leonardo da Vinci». Le trattative per la cessione andarono per le lunghe e si conclusero solo nel 1839. Francesco Callani cedette all’Accademia di Parma 15 dipinti, 6 disegni, un busto in marmo e 2 in scagliola, e in cambio ottenne non un vitalizio ma di una somma onnicomprensiva di 15mila lire.

«La testa di Leonardo» entrò nella Galleria Palatina di Parma (oggi Galleria Nazionale) e venne segnalata come opera di rilievo dalle guide ottocentesche del museo e della città. Ma se tutti a Parma parevano felici e orgogliosi di possedere «una cara e preziosissima tavoletta di Leonardo», un silenzio imbarazzante giungeva invece dalle voci più autorevoli della critica ufficiale del tempo: Felice Turotti, Alexis F. Del Rio, Gustavo Uzielli, Camillo Boito e Jean Paul Richter evitarono accuratamente di menzionare la «graziosa testina» parmigiana nei loro studi.

Nel 1896, redigendo il Catalogo della Regia Galleria di Parma, Corrado Ricci venne allo scoperto: dichiarò che si trattava di un falso e ipotizzò che il falsario fosse lo stesso Gaetano Callani. Il drastico giudizio ebbe effetti considerevoli sulla reputazione della tavola: nelle successive pubblicazioni su Leonardo, Giulio Carotti, Wilhelm von Bode e Ettore Verga ignorarono completamente la tavola di Parma.

Fu Adolfo Venturi nel 1924-1925 a rivendicare con forza la paternità leonardesca del dipinto, sottolineandone la qualità estrema e le forti affinità con opere certe di Leonardo, come la Vergine delle Rocce di Londra, gli studi per la Leda conservati nel Castello Sforzesco di Milano e nel Castello di Windsor (esposti in mostra), il cartone della Sant’Anna Metterza di Londra.

Venturi mise anche in relazione la tavola di Parma con un’opera citata nel 1531 da Ippolito Calandra, segretario dei Gonzaga a Mantova. In una lettera indirizzata a Federico II Gonzaga (neosposo di Margherita Paleologa), il Calandra suggeriva al Duca di arredare la camera della nuova Duchessa con alcuni dipinti, tra cui un non meglio definito quadro di Leonardo da Vinci. Ma di quale Leonardo stava parlando il segretario Calandra? Andando a verificare, gli studiosi si sono accorti che il nome di Leonardo tornava a comparire tra le carte dei Gonzaga quasi un secolo dopo, nel celebre inventario delle collezioni gonzaghesche fatto stilare tra il 1626 e il 1627 da Vincenzo II Gonzaga in previsione della vendita in blocco della «Celeste Galleria» al re Carlo I d’Inghilterra. La carta 716 del prezioso inventario (presente in mostra) riporta la seguente menzione: «Un quadro dipintovi una testa d’una dona scapiliata, bozzata, con cornici di violino, oppera di Lonardo d’Avinci, stimato lire 180». Dopo questa menzione, la nostra Scapiliata (qui per la prima volta definita in tal modo) venne forse dispersa nel Sacco di Mantova del 1630 e sparì fino a fine del Settecento, quando entrò a far parte delle collezioni di Gaetano Callani (1736-1809). Nonostante l’inventario gonzaghesco parli chiaramente di «oppera di Lonardo d’Avinci», figure di grande rilievo della storiografia leonardesca, come ad esempio Wilhelm Suida (1929), non si convinsero mai dell’autografia della tavola, preferendo assegnare l’opera a un seguace del Vinciano. Altri studiosi come Kenneth Clark, Ludwig Goldscheider e Ludwig H. Heydenreich omisero l’opera dai loro scritti, e questa tendenza al silenzio è stata riproposta in tempi recentissimi anche da Franck Zoeller (2007).

A questo manipolo di dissidenti, si è però contrapposta una nutrita schiera di studiosi (da Carlo Pedretti a Carmen Bambach, da Carlo Vecce a Giovanni Agosti, da Janice Shell e Edoardo Villata, e altri) i quali, sulla scia di Venturi, si sono detti fermamente convinti dell’autenticità leonardesca del quadro.

Tra i favorevoli, vi è anche l’autorevole co-curatore della rassegna Pietro C. Marani, che ritiene la tavola senza dubbio autografa, la fa risalire agli anni ’90 del Quattrocento e pensa debba essere considerata un dipinto vero e proprio lasciato allo stato di abbozzo.

Anche se la Scapiliata è apparsa all’orizzonte della storia sono nel 1826, è possibile registrare la sua fortuna antica antica, ad esempio nelle opere del pittore lombardo Bernardino Luini, e in particolare della Salomè con la testa del Battista conservata nella Galleria degli Uffizi (presente in mostra) e grazie a un buon numero di copie antiche rintracciate in varie collezioni.

E infine, a misurare il consenso moderno della Scapiliata di Parma quale autografo di Leonardo, ci sono le mostre degli ultimi decenni, nelle quali il dipinto è sempre stato richiesto e accolto come un autentico ospite d’onore.

La fortuna della Scapiliata di Leonardo da Vinci

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