Arte

Belle pennellate sporche

di Pia Capelli

La mostra di Jasper Johns dal titolo «Something Resembling Truth» allestista alla Royal Academy di Londra

4' di lettura

Una notte del 1954, un Jasper Johns ventiquattrenne sognò di dipingere la bandiera americana. La mattina dopo, comprò i materiali che gli servivano per farlo. Le stelle all’epoca erano 48, e Johns non sapeva che avrebbe continuato a dipingere quella bandiera così a lungo da vedere il numero degli stati cambiare: in tutto, ne avrebbe fatto 27 dipinti, 10 sculture, 50 disegni e 18 edizioni grafiche.

L’altra cosa che Johns non sapeva era che la vernice con cui abitualmente lavorava non gli sarebbe andata bene, perché asciugava troppo lentamente. Il primo gesto rivoluzionario di quel giorno fu proprio la scelta di una tecnica nuova per lui ma antichissima, l’encausto. Con la ricchezza e la trasparenza degli strati offerti dalla cera, i quadri di Johns potevano incorporare altri materiali, ritagli di giornale, pennellate “sporche” che agitavano la superficie e problematizzavano l’idea stessa di simbolo, costringendo l’occhio a considerare immagini familiari in modo nuovo.

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Per questo la retrospettiva che la Royal Academy di Londra gli dedica si apre con una sezione chiamata «Cose che la mente conosce già», e prosegue con l’intelligenza di un percorso tematico che sottolinea il lato concettuale di Jasper Johns, ma anche la costanza con cui ha continuato a produrre dai primi anni Cinquanta a oggi.

Intitolata Something Resembling Truth, (Qualcosa che somiglia alla verità), la mostra porta in Inghilterra 150 lavori a cominciare dai più conosciuti, le Flag e i Target dal 1958 in poi, le mappe degli Stati Uniti dei primi anni Sessanta, le grandi serie di numeri su tela e in metallo, le sculturine finto-archeologiche in bronzo in cui Johns fa emergere oggetti “illuminanti”, torce, lampadine, occhiali, da un sedimento terroso, come se li avesse appena ritrovati in un futuro lontano.

Le prime sale della mostra introducono quello che, appunto, sappiamo: che nella ripetizione di quelle immagini usuali Johns ha iniziato un lavoro di intellettualizzazione dell’opera d’arte, divenuto poi insieme più chiaro e più difficile negli anni a venire. Che le sue stelle e le sue strisce, i suoi bersagli che sembrano occhioni, nascondono una riflessione sulla natura della rappresentazione e della percezione. «Il suo interesse chiave è sulla creazione di significato» spiegano le due curatrici Roberta Bernstein e Edith Devaney, «Johns gioca sulla linea che sta fra l’astrazione e il riconoscimento». «Mi interessa l’idea della visione, l’uso dell’occhio. Mi interessa come vediamo e perché vediamo nel modo in cui lo facciamo» diceva lui nel 1969.

L’altro nucleo tematico forte della mostra londinese è dedicato al Dipinto come Oggetto, e raggruppa lavori dal 1954 al 2006 in cui si mette in discussione l’idea di quadro: sulla tela Johns posiziona gli strumenti con cui misura il mondo, cornici, righelli, termometri, cavi, forchette. Dal Moma di New York arriva Painting Bitten by a Man, del 1961, che porta il segno dei denti del pittore: il dipinto può essere non solo tridimensionale e calato nella realtà delle cose, ma addirittura morsicato. Lo status dell’opera cambia. Un gioco che prosegue nella sezione «In the Studio», dove il materiale dell’artista si mescola a quello della sua ispirazione, i barattoli dei pennelli diventano scultura di bronzo, telai cornici scope e tazze del caffè entrano nell’opera. E ancora, nella sala del museo dedicata a facce e frammenti il dipinto continua a ragionare sul rapporto tra monocromo e colore, ma porta aggrappati a sè braccia e gambe, reca il passaggio delle mani di Johns, dei suoi piedi, offre il suo volto su un piatto.

Questo senso del «mondo di Jasper Johns» percorre tutta la mostra, e diventa molto potente quando si arriva ai lavori maturi meno conosciuti, ma più che mai compiuti e autobiografici, degli anni Ottanta. Come il ciclo dedicato alle stagioni, del 1986, in cui alla stessa sagoma d’uomo si accostano climi e cromie diversi, gesti, oggetti, e tanti riferimenti pittorici sempre più chiari, da Grünewald a Picasso. O come le 5 grandi Postcards del 2011, con tavolozze e ricordi che si disfano e si ricompongono. Nell’ultima parte del percorso si vede bene che Johns insiste su elementi che gli sono cari, foto di famiglia, immagini di galassie, occhi che guardano, stick-figures di pittori che brandiscono pennelli, presenti anche nell’ultimissimo quadro dipinto apposta per la mostra, un Untitled del 2016 che arriva direttamente dal suo studio.

La sua grande perizia di disegnatore e incisore è al culmine nelle serie dei Regrets, (Rimpianti), del 2013, ma è già all’opera anche nei 33 fogli dei Fizzles iniziati nel 1976, in cui Johns lavora su testi di Samuel Beckett.

Ecco, forse l’unica porta che resta socchiusa è quella sul circolo intellettuale e umano di Jasper Johns, che pure è stato cruciale, sin dai tempi della sua storia con Rauschenberg (fu nel suo studio che Leo Castelli scoprì Johns, offrendogli la mostra del 1958 poi acquistata dal Moma), e della loro amicizia di coppia con Merce Cunningham e John Cage. Ma questo esistere solo nell’opera pare appartenere alla natura schiva dell’artista: in un bel saggio in catalogo Robert Storr ne racconta la riservatezza e il modo in cui questa si è scontrata con il successo della sua pittura.

Paradosso di una vita d’artista dedicata al vedere e al far vedere, nel timore di essere visto troppo.

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