i due tecnici in corsa per la champions

Belli e perdenti: Klopp, Pochettino e il fascino dell’imperfezione

di Dario Ricci


Sara' tutta inglese la finale di Champions League

3' di lettura

“Una cosa bella è una gioia per sempre”, recita il verso del sublime poeta (inglese, per giunta…). E allora deve essere proprio lì, in quella bellezza talmente pura che quasi non ammette desiderio, ma solo pura contemplazione, che risiede il fascino ancestrale dei due allenatori avversari per la Champions League sul prato del “Wanda Metropolitano” di Madrid. Sì, perché tanto bello è il calcio che Jurgen Klopp e Mauricio Pochettino hanno in testa (al punto che l’argentino solletica non poco le voglie della Vecchia Signora alla ricerca di un “belgiochista” successore del pragmatico Allegri), quanto al confronto appare scarna la loro bacheca. E quasi vien male al pensiero che sabato 1 giugno solo uno dei due potrà liberarsi della sinistra fama, mentre l’altro sentirà risuonare ancora una volta nelle orecchie ululati e contumelie, e inizierà a mordere il freno in attesa dell’ennesima prossima occasione.

Bel gioco – Se mai abbiano un senso le distinzioni tra il “bel” e il “brutto” gioco, e la loro eventuale intersecazione con sterili e matematici palmares (dall’Olanda di Cruyff alla Roma di Eriksson a seguire, di incomprensibili asimmetrie è colma la storia del calcio e dello sport), va dato merito a Klopp e Pochettino di essere due allenatori “positivi”, nel senso più etimologico del termine. Capaci, cioè, il tedesco e l’argentino, di proporre – e anche, perché no? - mettere in pratica la loro idea di calcio. Forse il miglior interprete al mondo del 4-3-3, Klopp, potendo contare a Liverpool sulle frecce Salah e Mané scagliate dall'elegante “balestra” Firmino, che ripulisce il primo pallone in fase di costruzione non a ridosso della propria, ma già puntando l’area di rigore altrui; e che dire di un Tottenham che gioca sempre per segnare un gol in più, e che ha continuato a farlo anche quando, l’anno scorso, al loro tecnico i vertici del club dissero che ben poco avrebbe dovuto aspettarsi dal mercato estivo, sacrificato sull'altare del nuovo, splendido stadio? E che quel gol in più a continuato a cercarlo sempre e comunque, anche quest'anno, quando a un certo punto un infortunio lo ha privato del capocannoniere (anche di Russia 2018) e trascinatore, l' “Uragano” Harry Kane'? Tanta è la forza, e l’iridescenza, emanata da tale “positività”, da oscurare di gran lunga quelle bacheche semivuote (sguarnita in particolare quella dell’argentino di origini piemontesi… che sia un altro indizio sulla strada che porta a Torino?)

Diversità – Accumunati da propositività e scarne vittorie (ma Klopp e il suo Borussia Dortmund, in Germania, seppero conquistare due Bundesliga, altrettante Supercoppe, una Coppa nazionale, una finale di Champions… persa, appunto), i due tecnici sono profondamente diversi per molti altri aspetti. L’impatto mediatico del 52enne di Stoccarda ne nasconde (gli eventuali) limiti calcistici, ma quasi ne offusca anche gli innegabili pregi. Sorriso smagliante, battuta pronta, leadership, presenza scenica che ne fa anche il protagonista di apprezzati spot tv. Tutto l’opposto, quasi, del 47enne argentino, ex difensore che con la maglia della Nazionale partecipò alla Coppa America del 1999 e ai Mondiali di Corea e Giappone 2002, vertice di una carriera che – a differenza delle modeste esperienze da giocatore di Klopp – lo ha visto indossare altre casacche prestigiose come quelle del Newell's Old Boys (due campionati argentini vinti), Bordeaux, Paris Saint Germain ed Espanyol (due successi in Coppa di Spagna). Ma l’abituale profilo basso non vuol certo dire che manchi, a Pochettino, quella grinta che ben riesce a trasmettere alla sua truppa, proprio come il suo rivale (e le rimonte in semifinale di Reds e Spurs contro Barcellona e Ajax ne sono davvero la prova più eclatante e inequivocabile).

Detrattori – Qualità innegabili, quelle di entrambi, che prestano il fianco alle critiche dei detrattori ogni qual volta – e ci risiamo…- si sfoglia il palmares e l’album dei ricordi (e dei rimpianti…). A fronte di campagne acquisti faraoniche, infatti, i quattro anni di Klopp a Liverpool presentano ancora uno sconsolante zero nella casella dei trofei vinti (doloroso il secondo posto in Premier di quest'anno, dopo aver sprecato un significativo vantaggio sul City, senza dimenticare la Champions scorsa, sfuggita contro il Real a causa anche delle topiche di Karius e dell’infortunio a Salah in finale, oltre all'Europa League lasciata al Siviglia sempre all’ultimo atto nel 2015-16). Ancor più modesto il raccolto di Pochettino: nulla nei cinque anni all’Espanyol, i due al Southampton, e dal 2014 ad oggi con il Tottenham, con la grave “colpa” di essere arrivato secondo in Premier nell’anno della miracolosa impresa del Leicester targato Claudio Ranieri.

Insomma ce n'è abbastanza per considerare la notte del “Wanda Metropolitano” come quella della svolta nelle carriere di due strateghi belli, ma non ancora, e fino in fondo, (con)vincenti.

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