3D printing sull’acqua

Beluga, la barca a vela stampata in 3D con polimeri riciclati

Presentata alla Milano Design Week, l’imbarcazione è realizzata in un pezzo unico con materiali rinforzati da fibra di vetro o carbonio

di Riccardo Oldani

3' di lettura

Si chiama Beluga e per gli appassionati di vela è una deriva simile a una O'pen Skiff, barca riconosciuta dalla federazione internazionale come classe da regata. Per i profani è una piccola imbarcazione a vela, lunga 280 cm, con uno scafo in polietilene in cui si innestano un albero, per una vela da 4,5 metri quadri, e il timone rimovibile.

Contrariamente al cetaceo a cui si ispira, però, questo Beluga non è candido, ma completamente nero, e ha due caratteristiche che lo rendono unico.

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È realizzato in un unico pezzo con un processo speciale di stampa 3D e il materiale di cui è fatto è un polimero interamente riciclato unito a fibra di vetro.

Stampa 3D con i robot

A presentare questa barca molto particolare, il 4 settembre, nell’ambito della Milano Design Week, è stata Caracol, azienda italiana specializzata in soluzioni avanzate per la manifattura additiva.

Tra le sue innovazioni spiccano un sistema di stampa 3D che impiega robot industriali e che rende possibile realizzare pezzi di grandi dimensioni, e un estrusore, coperto da più brevetti, che consente di depositare polimeri plastici rinforzati con fibra di vetro o di carbonio.

«La nostra tecnologia - spiega il Ceo e co-founder di Caracol Francesco De Stefano - ci consente di liberarci delle geometrie sui tre assi cartesiani tipiche delle 3D printer tradizionali e di stampare con inclinazioni particolari, anche di 45 gradi, che ci consentono di creare strutture cave come quella dello scafo del Beluga».

Collaborazione corporate

Il progetto di questa piccola imbarcazione è nato ed è stato sviluppato in appena tre mesi, ed è nato dall'incontro di Caracol con il gruppo Maire Tecnimont, e in particolare con una società nata dalla sua controllata NextChem, MyReplast Industries. Quest'azienda, che opera in provincia di Brescia, ha messo a punto un processo per produrre un polimero vergine partendo da rifiuti plastici, opportunamente trattati attraverso un processo di cernita, lavaggio e trattamento meccanico.

«Maire Tecnimont - spiega l’open innovation director Marco Grassi - è un gruppo che opera come “abilitatore” della trasformazione industriale e, per questo, oltre alla propria attività di innovazione cerca continuamente contati con i protagonisti dell'innovazione, sia dal lato accademico che tra le startup. In questo momento abbiamo oltre 1.500 progetti deliberati di open innovation e quello avviato con Caracol è uno tra questi».

Pensiero all'ambiente

«Ci eravamo già incontrati in occasione di un altro progetto - spiega De Stefano - e quindi quando abbiamo pensato a Beluga è stato naturale metterci in contatto con loro».

Sì, ma perché una barca a vela? «Durante la pandemia abbiamo avuto tempo tutti quanti di ripensare al nostro stile di vita. Il Covid-19 ci ha bloccati anche nella pratica dei nostri sport preferiti e creato forti criticità nelle supply chain che tuttora condizionano fortemente l'attività del nostro manifatturiero. L'unico aspetto positivo è forse che quando ci siamo chiusi in casa le nostre città sono rifiorite, il cielo è tornato più limpido e anche il mare si è ripulito. Ma ora che stiamo ripartendo, con l'obiettivo di rendere il pianeta più pulito e di ridurre il nostro impatto ormai insostenibile, ci stiamo accorgendo che dare nuova vita ai nostri rifiuti non è assolutamente facile. E che l'impiego di materiali riciclati è ancora troppo limitato».

Beluga nasce quindi come una sfida per dimostrare che la plastica riciclata può essere utilizzata per applicazioni sfidanti.

Tempi brevi, alte prestazioni

Una barca a vela utilizzabile in regata, e quindi sottoposta a sollecitazioni notevoli, rappresenta senz'altro una sfida che il polimero riciclato MyReplast ha reso possibile. Beluga nasce con un processo di stampa 3D del polimero rinforzato in fibra che consente di evitare i metodi classici di produzione degli scafi in vetroresina, realizzati con stesure successive del materiale su grandi stampi in tempi molto più lunghi.

Il pezzo che esce dagli ugelli dei robot “stampatori” - vengono usati bracci industriali Kuka - viene poi rifinito a mano per conferirgli la necessaria impermeabilità. Le prestazioni sono state testate dai ragazzi del gruppo agonistico dello Yacht Club Santo Stefano di Porto Santo Stefano, in provincia di Grosseto.

E poi, giunto al termina della sua vita sportiva, Beluga può essere nuovamente triturato e utilizzato come materia prima per dar vita a un nuovo prodotto in plastica.

Se non è economia circolare questa…

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