MODA E GEOPOLITICA

Benetton sospende l’import dal Myanmar, Ovs sottoscrive l’appello internazionale di Clean Clothes

Dopo il golpe del 1° febbraio, la situazione nel Paese asiatico sta precipitando, con decine di morti ogni giorno tra i manifestanti - Le aziende di abbigliamento che producono in loco stanno decidendo come agire

di Giulia Crivelli

3' di lettura

È passato un mese e mezzo dal golpe che ha riportato al potere in Myanmar i militari, che hanno messo agli arresti domiciliari Aung San Su Ki, presidente fino al giorno del golpe, avvenuto il 1° febbraio scorso, e principale artefice della svolta democratica del Paese. Da allora i manifestanti pro democrazia sono scesi in piazza tutti i giorni e le proteste si sono estese dalla capitale Rangoon a ogni città del Paese: le reazioni della polizia sono diventate sempre più violente e – benché sia difficile avere informazioni complete, visto l’oscuramento di internet e il divieto di entrata alla stampa straniera – ogni giorno si registrano decine di morti. Nella quasi indifferenza del mondo, forse ancora troppo concentrato nella lotta al Covid. Iniziano così a muoversi le singole aziende che hanno rapporti con il Myanmar, dove molti marchi dell’abbigliamento hanno delocalizzato parte della produzione (nella foto in alto, una fabbrica in Myanmar ai tempi del Covid).

La presa di posizione netta di Benetton

Benetton Group si è mosso per primo già da venerdì 12 marzo e ha sospeso con effetto immediato tutti i nuovi ordini dal Myanmar, citando come motivazione il colpo di Stato e le successive manifestazioni. «Desideriamo manifestare la nostra più profonda preoccupazione per quanto sta accadendo in Myanmar», ha scritto il gruppo veneto in una nota aggiungendo che i nuovi ordini sono stati sospesi vista «la situazione presenta tali problemi di sicurezza e violazione dei diritti e della libertà». « Benetton Group si è fatto portabandiera, in tutti i mercati in cui opera, di valori fondamentali come inclusività, integrazione, non violenza – ha dichiarato Massimo Renon, amministratore delegato di Benetton Group –. Non possiamo non contribuire come azienda al loro rispetto e intendiamo fare la nostra parte. Sospenderemo gli ordini provenienti dal Paese per dare un segnale forte e concreto». «Il nostro auspicio è che la situazione torni a garantire, nel più breve tempo possibile, i diritti fondamentali delle persone e che il Gruppo possa riprendere quel percorso di sostegno alle popolazioni locali che passa anche attraverso il lavoro e la dignità ad esso connessi», ha aggiunto Renon.

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La scelta di Ovs

Di oggi è la presa di posizione di Ovs, principale catena italiana di abbigliamento, presente in Myanmar con alcune produzioni, che – si legge anche in questo caso in una nota – sta monitorando gli sviluppi della situazione nel Paese e «al fine di prendere una posizione a supporto delle condizioni di lavoro in Myanmar, ha deciso di sottoscrivere l' appello lanciato da Clean Clothes e da molte altre ong e trade unions (sindacati) internazionali».
«Data la modesta entità delle produzioni attualmente realizzate, Ovs potrebbe facilmente abbandonare il Paese, tuttavia fino a che sarà possibile continuerà a mantenere una ancorché limitata presenza in Myanmar, sospendendo qualsiasi attività con quei fornitori che effettuassero atti discriminatori contro i lavoratori impegnati nelle azioni di protesta – si legge ancora nella nota –. Ovs da sempre pone il rispetto e la tutela dei diritti delle persone , l'etica e la trasparenza al centro delle proprie attività.

L’analisi e l’appello di Clean Clothes

Come ricordato qualche giorno fa da Elena Paparelli su Altraeconomia , Clean Clothes è una rete globale formata da più di 230 ong e sindacati attivi in 45 Paesi, che a tutela dei salari dei lavoratori durante la pandemia ha fatto una campagna globale affrontando anche aziende come H&M, Primark e Nike. E che ora si concentra sulla critica spirale in cui sta precipitando il Myanmar. «Quella dell'abbigliamento e delle calzature in Myanmar è un'industria, per la maggior parte di proprietà straniera, da sei miliardi di dollari, che soprattutto negli ultimi dieci anni ha conosciuto nel Paese una crescita decisa, complice anche il basso costo della forza lavoro, facendo dell'Europa il suo mercato principale. E il cui futuro, però, appare oggi incerto – scrive Elena Paparelli –. La posizione dei lavoratori dell'abbigliamento in Myanmar rischia di essere sempre più critica. Prima ancora del golpe, è stata la pandemia, fra tagli salariali e licenziamenti, ad assestare un duro colpo al settore, che prima della crisi nel Paese dava lavoro a più di 700mila persone, soprattutto donne».

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