Il decreto Agosto

Beni d’impresa, rivalutazioni per 30 miliardi

Uno studio Adacta analizza l’impatto del provvedimento: a giovarne soprattutto realtà delle classi di ricavi maggiori, Bolzano in testa

di Riccardo Sandre

3' di lettura

Ammonta a 30,6 miliardi di euro il valore della rivalutazione degli asset patrimoniali delle aziende del NordEst reso possibile dal Dl Agosto 2020.

Questa la stima dell’effetto sul patrimonio netto aggregato delle 8.591 imprese del Trentino, dell’Alto Adige, del Friuli Venezia Giulia del Veneto e dell’Emilia Romagna che hanno aderito all’iniziativa, circa il 25,5% (una su quattro) delle oltre 37mila imprese dell’area che fatturano oltre un milione e che avevano l’opportunità di accedere allo strumento secondo un’analisi di Adacta Advisory, la divisione di consulenza manageriale e corporate finance di Adacta.

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Un’operazione una tantum, adottata in una situazione di emergenza, quella della Pandemia, che aveva avuto solo due precedenti nella storia delle politiche fiscali del Paese nel nuovo millennio (sempre in momenti di crisi) ma che mai era stata così vantaggiosa per le aziende.

«Per supportare le imprese in un periodo di gravissime difficoltà» spiega Paolo Masotti, partner Adacta «l’allora Governo Conte 2 aveva adottato tre strumenti strategici: un meccanismo di supporto alla flessibilità del lavoro, in pratica la copertura generale della Cassa Integrazione e degli altri strumenti degli enti bilaterali di categoria, che è costato, solo nel NordEst circa 4 miliardi, l’accesso al credito garantito dallo Stato tramite Cdp e Sace per altri circa 20 miliardi solo nel NordEst e infine la possibilità di rivalutare gli asset patrimoniali delle imprese con una aliquota al 3%. Un tasso davvero molto conveniente».

Il Dl Agosto 2020 rende possibile alle imprese di procedere alla rivalutazione di alcuni asset patrimoniali, materiali (come macchinari, impianti, capannoni e terreni), ma pure immateriali (come brevetti, marchi, licenze, knowhow) con l’iscrizione di una riserva di patrimonio netto (al quale andava sottratto il valore di un’imposta sostitutiva 3%) incrementandone così il valore. Permette poi l’ammortamento degli asset rivalutati (in determinati range temporali) abbattendo in questo modo l’utile di esercizio e garantendo una riduzione fiscale annua consistente alle imprese aderenti. Un’operazione che non solo riduce il carico fiscale delle imprese, ma ne rafforza, accrescendo il patrimonio netto, il rating creditizio nei confronti del sistema bancario e nel contempo alleggerisce il rischio della garanzia di ultima istanza nel caso in cui l’impresa aderente abbia sfruttato lo strumento messo a disposizione dal Governo tramite Cdp e Sace.

«Un’impresa nostra cliente» spiega Giulia Gionfriddo, partner Adacta Tax&Legal «ha scelto di rivalutare un marchio per un valore di 3 milioni, pagando solo 90mila euro di imposta e potendo procedere all’ammortamento del bene in 18 anni. Un’operazione che avrebbe garantito una riduzione delle imposte di quasi 800mila euro in quel periodo di tempo, che con un tasso di attualizzazione del 7% circa si tradurrebbe in un risparmio vero e proprio di circa 415mila euro».

L’IMPATTO SUL TERRITORIO
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Lo strumento, pensato per agevolare le imprese in maggiore difficoltà, sembra avere ottenuto molto più successo tra quelle già solide e con buone prospettive di utile a fine anno. È in effetti questa una condizione necessaria per procedere a ammortamenti importanti che incidono proprio su questa voce di bilancio. Lo studio di Adacta Advisory registra come nel 2020 la variazione percentuale del valore netto degli asset intangibili (+46% sul 2019) sia stata maggiore rispetto a quella del valore di quelli tangibili (+15% sul 2019). Evidenzia inoltre come siano state le imprese di più grandi dimensioni ad avere scelto di usare questo strumento. Un vantaggio che rischia di essere pesantemente ridimensionato dalla Legge di Bilancio 2022.

«Le stime relativa al mancato gettito fiscale nel solo NordEst (compresa l’Emilia Romagna) ammonterebbe ad una cifra che oscilla tra l’uno e l’1,5 miliardi anno» spiegano Masotti e Gionfriddo. «Un costo importante che il Governo ha deciso di sterilizzare introducendo delle modifiche significative al Dl Agosto con la Legge di Bilancio attualmente in discussione, mirando principalmente alle rivalutazioni relative agli asset immateriali, i più pesanti in termini di valore, per lo meno a NordEst. Nei fatti o l’azienda sceglie di pagare un differenziale tra l’aliquota già saldata e una del 12, 14 o 16% a seconda del valore dell’asset rivalutato, oppure decide di dilazionare l’ammortamento da 18 a 50 anni. In entrambi i casi il vantaggio fiscale andrebbe a diluirsi notevolmente. Il Governo offre però una terza soluzione: quella della restituzione dell’imposta sostitutiva del 3% a fronte di una marcia indietro sulla rilevanza fiscale dell’ammortamento. Se questo dovesse verificarsi si tratterebbe di un colpo durissimo alla credibilità del sistema, a quella dei professionisti che hanno proposto alle imprese questa soluzione in perfetta buona fede come pure alla programmazione economia e finanziaria delle imprese aderenti ora di fronte ad un cambio di prospettiva assolutamente inedito e imprevisto».

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