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Benjamin e Scholem, tensioni a confronto

È in libreria “Archivio e camera oscura. Carteggio 1932-1940, Walter Benjamin e Gershom Scholem” a cura di Saverio Campanini per i tipi di Adelphi

di David Bidussa

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È in libreria “Archivio e camera oscura. Carteggio 1932-1940, Walter Benjamin e Gershom Scholem” a cura di Saverio Campanini per i tipi di Adelphi


3' di lettura

Il carteggio tra Benjamin e Scholem tra 1933 e 1940 (l'unica parte che ci sia rimasta completa del loro carteggio perché tutte le lettere di Scholem a Benjamin precedenti il 1933 sono andate distrutte o disperse, mentre si trovano a Gerusalemme, nell'archivio di Scholem, quelle di Benjamin a Scholem), è soprattutto un confronto in cui traspare la tensione che ciascuno dei due corrispondenti nutre a fronte di una condizione personale e generale intrisa di incertezza.

Nel 1933 Scholem è trapiantato in Palestina da un decennio, mentre Benjamin, negli stessi anni, è attraversato da una passione costante per i temi che stanno al centro della ricerca di Scholem, anche se non condivide la scelta ideologica ovvero l'opzione sionista che ha condotto Scholem nel 1923 a rompere con il suo mondo e ad abbandonare la Germania.
“Se il carattere di un uomo, ossia il suo modo di reagire, fosse conosciuto in tutti i suoi dettagli, e se anche gli avvenimenti universali fossero conosciuti almeno nei loro punti di contatto con quel carattere si potrebbe dire con esattezza che cosa accadrà a quel carattere e quali saranno le sue azioni. In altre parole, sarebbe conosciuto il suo destino”.

Sono le parole di esordio con cui Walter Benjamin apre Destino e carattere, che scrive nel 1919 (lo pubblicherà nel 1921). Carattere interpretato come autonomia della volontà, e destino, interpretato come idea di colpa, di vendetta che esercitano una egemonia sulla possibilità di scelta di ciascuno.

Un binomio che è anche la cifra che complessivamente attraversa tutto il carteggio tra Benjamin e Scholem nel corso degli anni 30 fino alla scena tragica della morte nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1940 sul confine franco-spagnolo, quando sentendosi un uomo braccato che nessuno era disposto ad accogliere, Walter Benjamin decide di porre fine alla sua vita.

Il carteggio tra Walter Benjamin e Gershom Scholem, suggerisce il curatore Saverio Campanini, oltre che questo è indubbiamente una pista che illumina alcuni momenti della riflessione e dei percorsi di scrittura di entrambi.

Tuttavia, quelle lettere illuminano e raccontano altri due aspetti.
Da una parte esse sono infatti anche un registro delle loro r eciproche tensioni e incomprensioni, in un gioco a specchio dove spesso nessuno si mostra per davvero completamente o si disvela. Un percorso che, tra i molti non detti, fa emergere reciproci timori, continue allusioni, cose dette a metà. Talvolta anche bugie. Una condizione dove l'amicizia non abbassa la diffidenza reciproca, anzi in certi momenti la rafforza.
Dall'altra quelle lettere sono anche la testimonianza di uno stato d'animo, del vissuto di una generazione messa di fronte alla trasformazione radicale della propria quotidianità, talvolta con la convinzione di essere sulle soglie della fine.

Una sensazione che torna soprattutto nelle lettere dell'ultimo periodo, quello che si apre con l'avvio della crisi europea a ridosso dell'Anschluss tra Germania e Austria (12 marzo 1938) e che in Palestina significa anche il crollo dell'ipotesi del piano di spartizione Peel tra un possibile governo arabo-palestinese e la definizione di una possibile autonomia ebraica. Un processo che pochissimi vogliono (non solo in gran parte i palestinesi, ma, per esempio, anche il Vaticano preoccupato che i Luoghi Santi possano finire sotto il controllo degli ebrei).

In quella parte del loro scambio, tra 1938 e 1940, è soprattutto Scholem a descrivere la condizione di una progressiva catastrofe che tra 1938 e 1940 si colora di toni cupi (più da parte di Scholem che non di Benjamin). Vale per tutti la lettera del 30 giugno 1939 dove Scholem descrive, sono parole sue, “la degradazione della Palestina a teatro di una guerra civile” [p.356].
Ammissione cupa da parte di Scholem che per anni aveva pensato alla possibilità di un processo di pacificazione tra arabi ed ebrei. Il suicidio di Benjamin chiuderà il dialogo parlato, non quello interiore. A Scholem rimane il senso di dover tentare di dare una cornice pacificata a un confronto che la morte improvvisa di Benjamin aveva interrotto.

Osserva Campanini che questo sarà uno dei temi irrisolti della lunga riflessione solitaria con cui Scholem per il resto della sua vita ha continuato a parlar non solo di, ma soprattutto con Benjamin.

Archivio e camera oscura. Carteggio 1932-1940, Walter Benjamin e Gershom Scholem, a cura di Saverio Campanini, Adelphi, Milano, pagg. 463, € 26

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