ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùFalchi Colombe

Benvenuta Croazia, ecco cosa l’euro può darti (e cosa no)

Due giorni fa il Consiglio europeo, sentiti il Parlamento Ue e la Banca centrale europea, ha accolto la Croazia nell’area euro: dal prossimo primo gennaio l’Unione monetaria avrà un nuovo membro, il ventesimo

di Donato Masciandaro

(Rochu_2008 - stock.adobe.com)

3' di lettura

Due giorni fa il Consiglio europeo, sentiti il Parlamento Ue e la Banca centrale europea, ha accolto la Croazia nell’area euro: dal prossimo primo gennaio l’Unione monetaria avrà un nuovo membro, il ventesimo. Dai media internazionali e nazionali la notizia è stata praticamente ignorata. È un peccato, perché soprattutto oggi, quando il maggior problema macroeconomico è come combattere l’inflazione, minimizzando al contempo i rischi di una recessione, occorre chiedersi qual è l’analisi dei benefici e dei costi per un Paese europeo di aderire all’Unione monetaria.

Cosa possono aspettarsi i cittadini croati? Se si pongono nella prospettiva più corretta per valutare una riforma monetaria, che è quella del medio periodo, la domanda diventa: quale è stato il contributo della politica monetaria della Bce alle performance macroeconomiche dell’Unione, nel ventennio appena trascorso?

Loading...

Premessa indispensabile: il rapporto tra condotta monetaria e risultati macroeconomici è argomento da maneggiare con cautela, perché tra l’azione monetaria e le performance macro non esiste un rapporto diretto. Piuttosto, si è di fronte una catena, di cui la politica monetaria può essere uno dei primi anelli, mentre i risultati macroeconomici sono l’anello ultimo.

Fatta la premessa, quali indicatori possiamo guardare? Essenzialmente tre: il tasso di inflazione, il tasso di crescita del prodotto interno lordo, il quoziente di equità (sacrifice ratio). Mentre i primi due non richiedono spiegazioni, il terzo sì: in parole semplici, è la sintesi degli altri due. Il quoziente di equità indica le variazioni relative tra crescita economica e inflazione. È il quoziente che consente una doppia, e complementare, interpretazione economica. Da un lato, ci indica se la tutela della stabilità monetaria implichi dei costi reali netti in termini di crescita; più il quoziente è alto, più il rischio di costi da stabilità monetaria è basso. Che è esattamente la sfida a cui oggi le banche centrali devono rispondere: combattere l’inflazione, minimizzando i costi reali. Simmetricamente, il quoziente ci dice anche se una crescita economica è avvenuta a spese di una redistribuzione del reddito occulta, cioè creando inflazione; più il rapporto è alto, più l’effetto iniquo è basso. Traduzione: se la crescita economica è stata drogata, magari da un mix di svalutazione della moneta e inflazione – è la fotografia dell’Italia prima dell’euro – a pagare il conto sono i cittadini più deboli.

Cosa ci dicono i dati? In generale, che sono confermati gli insegnamenti dell’analisi economica su quello che una unione monetaria può e non può dare. Da un lato, avere una banca centrale indipendente transnazionale che gestisce la politica monetaria ha come effetto macroeconomico principale quello di una riduzione dell’inflazione, senza effetti negativi sulla crescita economica. Ed è quello che è accaduto nell’area euro.

E per i singoli Paesi? Prendiamo l’Italia: anche per il Bel Paese, il quoziente di equità è positivo, ma il suo valore assoluto è la metà di quello dell’area euro nel suo complesso, anche se quasi il doppio rispetto al ventennio che ha preceduto l’unione monetaria. Quindi per l’Italia avere l’euro è stato conveniente rispetto al suo passato, ma meno che per altri Paesi. Perché? La risposta è in quello che una unione monetaria non può dare: una maggiore capacità di crescita, oppure di reazione a shock macroeconomici idiosincratici, non dipende dalla politica monetaria, bensì dalle altre politiche economiche, quelle cioè gestite dai governi nazionali, o da Bruxelles.

Va sottolineato che questi semplici risultati sono in linea con quelli finora ottenuti utilizzando analisi empiriche sofisticate, e cioè che la convergenza strutturale tra i Paesi dell’euro area è finora avvenuta sulle variabili nominali: tassi di interesse e tassi di inflazione. Per il resto, i cittadini croati faranno bene a tener d’occhio quello che faranno i loro politici. E lo stesso vale per noi.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti