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«Benvenuti a Britaly», la cover di The Economist su Liz Truss che fa arrabbiare gli italiani

L’ultima copertina del settimanale britannico usa gli stereotipi sull’Italia per indicare il declino del governo inglese

di Marco lo Conte

4' di lettura

In poche occasioni lo specchio dei tempi si riflette sulla copertina di un giornale come accade sulle cover di The Economist e le sue rappresentazioni dei potenti della terra e degli eventi che ci coinvolgono tutti sono una sentenza: ne sa qualcosa Boris Johnson raffigurato in metà volto come un clown o Donald Trump, disegnato con i lineamenti di Vladimir Putin. Spesso in passato il settimanale ha messo l'Italia sotto la lente, quasi sempre per sottolineare i difetti: il Berlusconi definito inadatto (“unfit”) a governare, quel “Ci dobbiamo preoccupare” riferito a Meloni e alla sua affermazione elettorale, per non parlare dei “Mamma mia” sempre riferiti a B. L'ultima copertina è più scivolosa: ritrae la conservatrice Liz Truss - dimessasi poche ore dopo la pubblicazione del periodico - utilizzando una serie di luoghi comuni che hanno fatto arrabbiare, e non poco, gli italiani.

L’immagine della ormai ex premier britannica vestita come un centurione, con uno scudo a forma di pizza disegnato con un'Union Jack banco/rosso/verde, il forchettone al posto della lancia su cui campeggiano spaghetti e l'elmo romano, è nella sua icasticità il benchmark della decadenza della politica britannica scesa - nella rappresentazione di The Economist - ai livelli di quella italiana.

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Quel “Welcome to Britaly” è andata di traverso, com'era prevedibile, a chi ha cuore il tricolore, l'Italia, la patria, la sua storia, il suo presente e il futuro. E le reazioni, in particolare sui social non sono mancate: «Leggere l’Economist è un piacere per ogni diplomatico - dice l’Ambasciatore d’Italia a Londra, Inigo Lambertini - ma la vostra ultima copertina è ispirata ai più vecchi tra gli stereotipi. Sebbene spaghetti e pizza siano il cibo più ricercato al mondo, per la prossima copertina vi consigliamo di scegliere tra i nostri settori aerospaziale, biotecnologico, automobilistico o farmaceutico. Qualunque sarà la scelta, punterà un riflettore più accurato sull’Italia, anche tenendo conto della vostra non tanto segreta ammirazione per il nostro modello economico”.

The Economist (che lo ricordiamo ha proprietà italiana: la famiglia Agnelli tramite Exor ha acquisito il 43% della società editrice) aveva già bacchettato Liz Truss nella recente cover titolata “Come non si governa una nazione”, in cui la si vedeva in piedi su una barchetta, con il suo primo Ministro dello Scacchiere Kwasi Kwarteng che pagaiava tentando di tenere a galla l'imbarcazione.

Stereotipi e dati

Ma quest'ultima copertina è andata di traverso soprattutto perché l'utilizzo degli stereotipi rappresenta un vero “fuoripista” per un periodico economico, che invece è chiamato a documentare i propri contenuti attraverso i dati, le statistiche, le descrizioni più accurate possibili dei fatti, come ricorda Hans Rosling in Factfulness, dove spiega come è facile per tutti cadere in rappresentazioni fuorvianti della realtà. A questo serve la stampa . economica, per aggiornare sull'evoluzione della realtà che non può essere cristallizzata su retaggi del passato. Insomma con gli stereotipi non si capisce la realtà, meglio con gli aforismi. Quelli di Churchill sugli italiani: «Affrontano il calcio come fosse una guerra e la guerra come fosse un gioco». O quella degli scozzesi sui sudditi di Sua Maestà: «L’inglese va con la sua auto tedesca ad un bar irlandese, dove beve una birra belga, poi torna a casa, ordina cibo indiano e si siede sul suo divano svedese per guardare sul suo televisore giapponese serie prodotta negli Usa. E per tutto il tempo è nutre sospetti nei confronti degli stranieri.

Le copertine del passato

Certo, i titoli e le copertine sono per definizione suggestive: devono accendere un interesse e suscitare attenzione su uno scenario. Come provò a fare lo stesso The Economist nel 2014 quando rappresentò i governanti europei, Hollande, Merkel e Renzi, su una barchetta di carta raffigurante l'euro che imbarcava acqua, con Draghi – allora presidente della Bce – a svuotarla con un secchio.

La copertina di The Economist del 30 agosto 2014

Una profezia che si è rivelata lontana della realtà: erano infatti passati due anni dal “whatever it takes” e i suoi risultati si dispiegarono ancora più chiari negli anni successivi. Due anni dopo invece gli inglesi votarono per uscire dall'Unione Europea nel referendum su Brexit del 23 giugno, sull'onda soprattutto del voto popolare delle province, timorose dell'invasione di immigrati dalla Turchia e dall'est europea, di cui tanto si parlava su Facebook in quei post sponsorizzati da quegli stessi che poco dopo sostennero Trump: com'è emerso successivamente, le campagne social erano partite da server fisicamente presenti nei balcani facenti riferimento a società ramificate attraverso una fitta rete di legami con oligarchi russi.

Britaly o Brexit?

La strada intrapresa dal Regno Unito con Brexit doveva essere di gloria: il men che si possa dire è che così non è stato. Poche settimane fa il Regno Unito si è messo nel mirino dei cosiddetti speculatori, che sui mercati finanziari fiutano la debolezza di debitori aprendo posizione “corte” sui loro titoli, scommettendo cioè al ribasso su tutti ciò che era denominato in sterline. E la liquidità dei Gilt sul mercato secondario è stata come benzina vicino al fiammifero che Truss ha acceso. Com'è noto, è dovuta intervenire la banca centrale inglese per frenare il crollo della sterlina che ha messo a rischio la tenuta dell'economia brit e in particolare dei fondi pensione. Il resto è cronaca.

Quel “Welcome to Britaly” è andata di traverso anche perché l'Italia viene da una fase in cui ha affrontato criticità non da poco – la prima ondata Covid giunta da noi prima che in altri paesi europei -, ha meritato l'attenzione dei partner europei che le hanno riservato una quota non indifferente del Recovery Plan in termini di finanziamenti e prestiti, messo a terra da un governo tecnico e appoggiato da una maggioranza molto ampia cui, dopo elezioni regolari e dal risultato inequivocabile e cristallino, farà seguito un governo politico dall'ampia maggioranza. Insomma, sono in molti a ritenere di non meritarsi il ruolo di benchmark negativo per gli altri.

Tra tutti, val la pena di citare quello di Barbara Serra, giornalista angloitaliana che lavora per Al Jazeera che su Twitter ha commentato: «Il cielo sa che l’Italia è piena di problemi, ma da “britaliana” trovo offensiva questa copertina di The Economist. L’arroganza che ha portato al salto nel buio che è stata la Brexit e il caos totale che ne è seguito è stata molto, molto britannica».

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  • Marco lo Conteresponsabile social media editor

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Inglese, francese, spagnolo

    Argomenti: social media, digital journalism, risparmio, previdenza, finanza comportamentale, educazione finanziaria

    Premi: Premio Federchimica "Per un futuro intelligente", 2001; Premio PrevAer 2019 per l’impegno a favore della cultura Previdenziale & Finanziaria

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