web e democrazia

Benvenuti nell’era delle repubbliche tecnologiche indipendenti

di Antonio Pilati


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(Adobe Stock)

3' di lettura

Nella loro continua espansione (più servizi, più utenti, più diffusione, tante acquisizioni) i giganti del web come Facebook, Google o Amazon stanno assumendo sempre più caratteri simili a quelli degli Stati.

Guardiamo alcuni fatti. Facebook, che a marzo 2019 dichiara 2,38 miliardi di utenti attivi mensili (un terzo degli abitanti del pianeta) ed è presente in oltre 150 Paesi, ha annunciato di recente la creazione di un Consiglio di sorveglianza (Oversight board) che dovrà giudicare casi problematici e controversie con gli utenti. Il board, operativo da gennaio prossimo, avrà 11 membri destinati ad aumentare con il prevedibile incremento dei carichi di lavoro: li nominerà un trust separato da Facebook che però lo finanzia e ne sceglie i componenti. Di fatto una giurisdizione interna, alternativa a quella dei tribunali nazionali (e forse più rapida).

Pochi mesi prima di questo annuncio, la società aveva lanciato il progetto di Libra, una criptovaluta da utilizzare per scambi di valore peer-to-peer e per transazioni online, di cui è prevista l’entrata in funzione già dal 2020. Il progetto ha incontrato forti resistenze da parte delle banche centrali e, per superare le critiche, di recente ne è stata modificata la configurazione: si può prevedere che, nonostante le difficoltà, l’impresa andrà avanti.

Facebook intrattiene con la sua enorme platea di utenti uno scambio che per certi versi ricorda la tassazione: come corrispettivo di servizi per lo più gratuiti esercita un cospicuo prelievo di valore dal suo “popolo”: si tratta dei molteplici dati generati dal mero utilizzo della piattaforma i quali, come vera e propria materia prima rielaborata dai mezzi di produzione dell’azienda (modelli di analisi, cluster, schemi di previsione), si trasformano in conoscenza pregiata rivenduta a molteplici clienti e quindi in cash.

Infine è da ricordare la quasi indipendenza fiscale rispetto agli Stati: data la natura immateriale e borderless della tecnologia digitale, i giganti del web hanno insediamenti fisici deboli e poco riconoscibili che consentono spesso di eludere le macchine fiscali nazionali.

Giustizia, moneta, autonomia fiscale: se si sommano queste caratteristiche, si ottiene il profilo di un nuovo tipo di entità che, se ancora non è Stato (mancano le strutture della forza: esercito, polizia), tuttavia per influenza sociale e incondizionata capacità di decisione rientra tra i soggetti in grado di indirizzare la politica mondiale. Se si vuole una definizione, si potrebbero chiamare repubbliche tecnologiche indipendenti.

Si considerino solo due fatti. Primo, i giganti del web concentrano in sé tre funzioni che mutuamente si rinforzano: sono infrastrutture essenziali per la diffusione della comunicazione contemporanea e la connessa ricerca di conoscenze; hanno marchi editoriali che divulgano informazioni; usano giurisdizione interna. In questo modo possono escludere soggetti dalla circolazione delle idee, orientare l’opinione pubblica, condizionare la vita politica. Secondo, la loro moneta, come temono le istituzioni finanziarie, può influenzare le politiche economiche degli Stati.

Le repubbliche tecnologiche indipendenti sono il sintomo evidente del radicale mutamento che vive la sfera politica nel passaggio dal XX al XXI secolo. Nel XX secolo si disgregano gli imperi (ottomano e austro-ungarico nel 1919; britannico, francese e olandese tra il 1945 e il 1965; portoghese nel 1975, sovietico nel 1991), proliferano gli Stati nazionali (oggi sono circa 200) e cresce il rilievo politico delle organizzazioni multinazionali. Nel XXI secolo gli Stati nazionali in Occidente scontano una diffusa perdita di prestigio e di influenza (crisi economica, debolezza politica), le istituzioni multinazionali girano sempre più spesso a vuoto, le repubbliche tecnologiche occupano gli spazi rimasti scoperti.

È una rotazione di potere molto importante che si accentua quando Stati autoritari (Cina, Russia) valorizzano i propri giganti tecnologici, formati e nutriti dal potere politico, mettendoli al servizio di una rinascente idea imperiale (la Belt and road initiative di Pechino, rete di infrastrutture che prelude a un pervasivo dominio strategico; le mosse del presidente russo Vladimir Putin per ricostruire un’influenza larga di tipo sovietico).

In ciò emerge l’ambivalenza delle repubbliche tecnologiche: da un lato sconvolgono i sistemi politici e insidiano l’esercizio democratico, dall’altro formano un asset d’avanguardia che fronteggia le risorse digitali degli Stati autoritari.

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