il museo dei sogni

Benvenuti nel paradiso dei cinefili

«Mi chiamo Gian Luca, come Godard». Nei labirinti della Cineteca di Bologna con il direttore Farinelli, alla scoperta di cimeli restaurati, vecchie e nuove pellicole. Un regno di immagini in movimento: «Il cinema è l'arte dell'ottimismo, ed è rivolto a tutti»

di Federica Polidoro

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Gian Luca Farinelli e Stefano Accorsi (completo in fresco lana con giacca doppiopetto a sei bottoni e pantaloni con pinces, Doppiaa; dolcevita in cashmere, Salvatore Ferragamo)

«Mi chiamo Gian Luca, come Godard». Nei labirinti della Cineteca di Bologna con il direttore Farinelli, alla scoperta di cimeli restaurati, vecchie e nuove pellicole. Un regno di immagini in movimento: «Il cinema è l'arte dell'ottimismo, ed è rivolto a tutti»


5' di lettura

A sinistra, Clarke Gable e Vivien Leigh; a destra, Marlene Dietrich e Jean Gabin. Due gigantografie delimitano la soglia della Cineteca di Bologna, il paradiso dei cinefili. Un luogo sacro, una città nella città, regno dell'utopia e del sogno dove si incontrano appassionati, studiosi e curiosi; dove rivivono i capolavori, le scoperte degli ultimi venti anni di ricerca, i mitici restauri – prestigio del laboratorio nel mondo – e le proiezioni nei formati più complicati, fino ai 70 mm. Centinaia gli eventi sparsi, qui, in Italia, all'estero. Ricchissimo, poi, il cartellone estivo che celebra in 60 giorni il meglio della produzione internazionale: è la manifestazione più famosa, Il Cinema Ritrovato, fiore all'occhiello della fondazione omonima, scelta dai grandi registi per riportare vecchi titoli allo splendore originale.

«Mi chiamo Gian Luca, come Godard», si presenta il direttore Farinelli. «I miei genitori amavano le arti e io sono cresciuto guardando film muti. Il mio contatto col mondo è avvenuto attraverso il cinema ed è stato irreversibile. Ricordo che la mia folgorazione con l'universo femminile avvenne la prima volta che vidi Louise Brooks. Ma negli anni Ottanta non era facile come oggi reperire film, e io ero così assetato che inventai insieme al mio compagno di banco un cineforum. Adesso lui presiede una cineteca a Bruxelles, e io qui sono il direttore. Pensa dove ti porta la passione». Come Wonka nella sua fabbrica di cioccolato, Farinelli – sempre in cravatta di maglia a strisce e occhiali verde menta – ci accompagna tra torri di pizze cinematografiche, moviole, computer avveniristici e banche dati di ultima generazione. L'odore degli acidi è pungente: nei laboratori, lacerti di pellicola viaggiano in scatole magiche, un nugolo di restauratori in camice bianco come gli Oompa Loompa si spostano silenziosi da un settore all'altro, parlando di formule, formati e misure. Dietro un oblò, in uno spazio asettico, un team di esperti discute con animo; tubi di alluminio pendono dal soffitto, agitatori, centrifughe, matracci e palloni tarati, pinze, imbuti e pipette. Tutto pulsa, vibra, dondola e tintinna. Tra alchimia e scienza, tecnologia e ingenuità, un brandello di pellicola semidecomposto si rianima, l'ingranaggio cammina e l'immagine si muove. È luce.

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La struttura della cineteca è labirintica: rampe, scalette e ascensori portano nei sotterranei dove un tecnico al quadro comanda le operazioni, mentre altri restauratori lavorano ai computer. Qui i programmi più usati sono Phoenix di Digital Video, Diamant di HS Art e After Effects. «Per fare questo lavoro bisogna conoscere bene storia e tecniche del cinema, che ha sempre avuto una frontiera tecnologica molto avanzata, con sperimentazioni continue su immagine, suono, colore e formati», spiega il direttore. A volte, di un film esistono molte versioni; il restauratore deve essere anche un filologo, allora, ricostruire la storia di queste versioni, confrontarle e, dopo un'analisi attenta e approfondita, trovare quella voluta dal regista. Per restare fedeli all'originale bisogna evitare che la tecnologia prenda il sopravvento stando molto attenti alle caratteristiche della copia d'epoca, gelosamente custodita e conservata negli archivi del museo assieme a tutti i dati digitali generati per il suo restauro.

La Cineteca di Bologna conserva oltre 70.000 pellicole cinematografiche e, nella sua biblioteca, si trovano 46.000 volumi, 1.100 testate di riviste italiane e straniere dall'epoca del muto ai giorni nostri, 35.800 audiovisivi, oltre 5.200 videogiochi, 40 fondi archivistici di carte di cinema, 200.000 manifesti cinematografici, oltre 2.000.000 di fotografie

Il museo è un'esperienza enciclopedica: ogni angolo, mensola, risega, ripiano contiene, mostra ed espone stampe, quadri, libri, dvd, manifesti, volantini, brochure e insegne che ricordano, celebrano e raccontano star, film, registi e attori di tutte le epoche e di tutti i Paesi. Un horror vacui senza scampo quand'anche si alza lo sguardo al soffitto, dove dalle travi in legno penzolano cento sagome di Charlie Chaplin coi suoi piedi a papera. «A 19 anni ero assistente di un programmatore della Cineteca», sorride Farinelli. «All'epoca, esplorando gli archivi, emergevano ogni giorno oggetti oscuri, incunaboli dipinti a mano. Solo a Pordenone, dove c'è una delle più importanti manifestazioni dedicate allo studio del cinema muto, furono in grado di spiegarci come classificarli, recuperarli e proiettali, perché allora non esistevano pubblicazioni».

Nel 1986 la cineteca istituì un festival, Il Cinema Ritrovato, e a Bologna cominciarono ad arrivare restauri da tutte le cineteche del mondo. In Italia non c'era ancora nessun laboratorio: i tempi erano maturi per aprire il primo. «All'inizio i restauri furono catastrofici», ammette Farinelli, «ma nel 1994 la Cineteca di Bologna fu consacrata nel circuito internazionale con l'ingresso nella FIAF (Fédération Internationale des Archives du Film). Il laboratorio era la chiave per lavorare sul patrimonio e con l'avvento del digitale la richiesta è diventata globale».

Il direttore assicura che nel museo le scoperte sono continue, nonostante la fragilità delle pellicole prodotte fino alla metà degli anni Cinquanta. «Misteriosamente, i film si autodistruggono. Producono un gas che li disintegra. Questo processo può essere rallentato, ma non fermato. Sono fatti di un materiale della stessa famiglia del fulmicotone e della nitroglicerina, che a un certo stadio di decomposizione si scalda fino a prendere fuoco da solo». Nonostante la natura autocombustibile dei film, nelle cantine e negli archivi del mondo si continuano a fare scoperte sconvolgenti. In cineteca, per esempio, esiste un rarissimo filmato risalente ai primi anni Dieci, che mostra la fuga degli armeni dal porto di Istanbul. Si dice che nessuno potrà mai vedere Sea Gulls (1926) di Charlie Chaplin, perché lui distrusse le uniche due copie esistenti, ma intanto la cineteca ha restaurato un film di Abel Gance che si pensava perduto per sempre. «Parliamo del regista di Napoleon, uno che faceva film impossibili, il papà spirituale di Francis Ford Coppola. Dopo cinque anni di restauro, La roue (1923), che era stato proiettato una sola volta prima di essere smembrato e dimenticato, è stato riportato alla sua versione di sette ore e mezza, e mostrato a Berlino orchestrato dal vivo sulla partitura originale. La prossima tappa sarà Lione».

Tra le molteplici attività, la Cineteca è anche distributore di alcune pellicole che hanno difficoltà a trovare spazio nelle sale, e sul tema Gian Luca Farinelli non risparmia l'entusiasmo: «Roma doveva arrivare al cinema. E l'abbiamo distribuito noi. Nessuna arte può restituire quella emozione. Mi sono battuto perché arrivasse nelle sale e nonostante la distribuzione limitata, il bianco e nero, la lingua messicana e i sottotitoli ha trovato un pubblico molto importante. Film come questi sono realizzati per amore. Dopo l'Oscar, Cuarón voleva fare il suo Amarcord, il suo Fanny e Alexander, ma prima della metà del film il budget era finito: ecco perché è intervenuta Netflix. Esattamente come è successo per The Irishman di Scorsese. Queste operazioni vanno coadiuvate, come anche Variety ha sostenuto di recente».

Mentre fiero si aggira nel suo regno di immagini in movimento, cimeli e collezioni, che generoso dispensa ai suoi ospiti, il direttore riassume la sua filosofia di uomo innamorato: «Abbiamo troppe ragioni per essere ottimisti, perché il male ci oscuri la mente. I miei nonni emigrarono in Belgio e poi in America, e non avevano nulla in tasca. Noi siamo i primi esseri umani ad avere una versione tascabile della storia grazie alla tecnologia. Non possiamo sentire un'intervista a Napoleone, ma possiamo ascoltare le parole di Hitler, Mussolini, Churchill, Roosevelt e De Gasperi con una stereofonia e una precisione senza precedenti: un giacimento incredibile da cui attingere per essere più saggi, intelligenti e profondi. Il cinema è l'arte dell'ottimismo, ed è rivolto a tutti. Nella sua complessità, ognuno può trovare bellezza e sentirsi appagato. Quest'arte ha aiutato il mondo ad andare avanti».

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