LE PROTAGONISTE/1

Bergamaschi: «Il problema è culturale e il sistema tende alla conservazione»

di Flavia Landolfi

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3' di lettura

Giulietta Bergamaschi, milanese 50 anni, managing partner di Lexellent.

Le donne nelle professioni legali sono in aumento ma nelle posizioni di vertice fanno fatica ad affermarsi. Perché?
La percentuale delle donne ai vertici degli studi legali è molto simile a quella delle donne che rivestono la carica di amministratore delegato nel settore privato, il che conferma che la scarsa presenza femminile nelle posizioni di vertice è trasversale in buona parte degli ambiti professionali e dei settori economici del paese. Diversa – ben più alta - è la percentuale delle donne nei Consigli di amministrazione delle società quotate e questo grazie agli effetti della legge Golfo Mosca, in questi giorni al centro di un acceso dibattito dopo l’approvazione da parte del Senato di emendamenti che ne ridefiniscono i limiti. Ho sempre pensato che il tema della parità di genere sia più che altro culturale e le discussioni di questi giorni me ne hanno dato conferma. Le organizzazioni consolidate tendono a replicare il modello che garantisce una certa tranquillità: pertanto, se l’organizzazione al maschile ha lavorato più o meno bene, chi sta in posizioni di vertice proroga il modello e non ne introduce uno nuovo che all’inizio comporterebbe dei cambiamenti e grande impegno da parte di tutti. Quando nell’organizzazione succede qualcosa che sovverte l’ordine, allora si è costretti a intervenire, c’è una maggiore propensione al cambiamento e questo fa si che ci sia spazio per far emergere anche i talenti femminili.

Conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Cosa manca?
Dal 1 agosto 2019 è in vigore la direttiva europea che introduce nuove tutele per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei genitori e dei prestatori di assistenza, con l’obiettivo di favorire la parità di genere e una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. L’esigenza di rafforzare in modo uniforme la conciliazione vita e lavoro è sentita sia dalle donne sia dagli uomini, sia come singoli sia nella vita di coppia. I temi, in pratica, sono quelli della condivisione e della flessibilità. Per quel che riguarda gli studi legali, credo che il punto cruciale sia la flessibilità. Negli studi, anche in quelli che si professano fra i più innovativi, c’è ancora una forte propensione al controllo da parte dei soci e alla presenza in studio per molte ore da parte dei collaboratori. Si torna alla questione culturale di cui sopra. Ciò che manca è la consapevolezza che si debba e si possa lavorare e essere valutati per obiettivi e non per il numero delle ore trascorse in studio alla propria scrivania. La tecnologia consente la flessibilità, ma i supporti tecnologici non sono sufficienti a sopperire alle mancanze di un’organizzazione ancorata al modello di studio tradizionale.

Quali novità ha introdotto il suo studio per ridurre il gender gap e per favorire il percorso professionale delle sue colleghe?
Nel mio studio non c’è mai stato il problema del gender gap, le colleghe ed i colleghi sono sempre stati trattati nello stesso modo, siamo una boutique nell’ambito della quale tutti ci occupiamo di diritto del lavoro per le aziende, tutte e tutti hanno le medesime possibilità ed i carichi di lavoro sono distribuiti in modo equo. Nella nostra organizzazione ci sono sia la condivisione sia il coinvolgimento, che cambiano a seconda della seniority dei professionisti, ma tutte e tutti contribuiscono a indirizzare il proprio percorso di crescita all’interno dello studio.

Lei ha sfondato il tetto di cristallo. Quali difficoltà ha incontrato?
Non ho mai avuto la sensazione che il mio percorso di carriera fosse segnato da difficoltà, si è trattato di una crescita costante. Non ho mai pensato a quello che stavo facendo in termini di carriera, l’ho fatto e basta, soprattutto perché mi piaceva e un certo senso mi divertivo a farlo. Non ho lavorato a stretto contatto con modelli di riferimento femminili, ma la perseveranza delle donne che in Italia e all’estero hanno creato le condizioni per una più completa affermazione dei diritti femminili me la sono portata dentro fin dai tempi dell’università e ancora me la porto dentro grazie alla frequentazione di gruppi di donne straordinarie; sono sempre rimasta me stessa e, con un occhio al mondo che mi circondava, ho lasciato che i miei valori mi guidassero in ogni scelta che ho fatto. Credo di avere buone capacità negoziali, non solo in ambito professionale, l’ascolto è fondamentale, non provo mai a imporre il mio punto di vista, in caso di dissenso mi spiego e cerco di aggregare il consenso. Credo che questa dote mi sia riconosciuta. A mia volta preferirei non essere un modello, alle colleghe più giovani dico sempre che devono puntare sulla loro unicità, tirare fuori il loro meglio; con tanto impegno, caparbietà e rispetto degli altri e di sé si possono raggiungere ottimi risultati.

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