intervista a Joseph di Pasquale

«Bergamo modello di nuova socialità urbana»

Parla l'ideatore di Chorus Life, progetto che cresce su una ex area industriale: gli architetti devono comprendere i bisogni abitativi emergenti e offrire soluzioni capaci di dare vita alle relazioni mettendo al centro le persone

di Giovanna Mancini

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Il rendering di Chorus Life, progetto di rigenerazione urbana nato dalla collaborazione

3' di lettura

«Gli architetti dovrebbero essere divisi in due grandi gruppi: quelli che provengono dal mondo dell’arte e quelli che provengono invece dal mondo della scienza e della tecnica. Sono due approcci differenti». Joseph di Pasquale, comasco, 52 anni, appartiene alla prima categoria e la sua formazione artistica e intellettuale permea in profondità tutti i suoi progetti, compreso quello più ambizioso, lo sviluppo immobiliare Chorus Life di Bergamo, frutto dell’incontro e della collaborazione tra l’architetto e Domenico Bosatelli, imprenditore bergamasco patron di Gewiss.

Per questo progetto lei ha coniato il concetto di “densità relazionale”: che cosa significa?

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È un parametro urbanistico alternativo a quello di densità edilizia, ovvero l’indice che definisce la possibilità di costruire. Io sostituirei a questo parametro numerico un parametro qualitativo, che misuri la capacità dei progetti di generare socialità, cercando di capire non perché, ma per chi si costruisce. Il ruolo dell’architetto, per me, è intercettare i bisogni abitativi emergenti e offrire soluzioni, con l’obiettivo di creare dei luoghi capaci di generare appunto densità relazionale. Questo è il cuore della ricerca che ho iniziato quando, dopo alcuni anni di attività in Cina, sono tornato in Italia per re-iscrivermi all’Università, con un dottorato al Politecnico di Milano. Da questa ricerca sono nati Chorus Life, grazie all’incontro con Bosatelli e alla sua capacità visionaria, ma anche altri progetti che sto portando avanti con il mio studio, come Proxima, la mia proposta alternativa al modello del condominio.

Quanto di questo approccio è frutto della sua formazione?

Moltissimo: io dico sempre che tutta la mia attività si basa su quattro pilastri: la formazione artistica, le istanze ideologico-sociali che ho assorbito negli anni dell’Università, sempre al Politecnico di Milano; gli anni di lavoro in cantiere, sul campo; e infine la mia esperienza nel cinema, che per me è sempre stata legata all’architettura. Del resto, la fruizione dell’architetture è come un grande piano sequenza: ogni persona è una sorta di macchina da presa, che si allontana o si avvicina a un edificio e, muovendosi, cambia il punto di vista. La mia esperienza cinematografica mi ha insegnato il tema dello storytelling. Qualsiasi elemento visivo, nel cinema, se non ha un significato rispetto all’avanzamento narrativo, non ha senso. Questo concetto, riportato all’architettura, sposta l’attenzione dall’aspetto scenografico a quello della sceneggiatura, quindi dalla forma e dall’involucro all’attività che una struttura deve contenere.

Per questo si definisce uno sceneggiatore dello spazio?

Limitare il ruolo dell’architetto alla definizione dell’involucro è riduttivo e non rende giustizia al compito anche intellettuale di questa professione, cioè sceneggiare lo spazio partendo dai personaggi, coloro per i quali si fa un progetto, e immaginando la loro vita come una storia, a partire dai loro desideri e bisogni.

In che modo tutto questo si traduce nel progetto di Bergamo?

Chorus Life parte dal recupero di un ex quartiere industriale dismesso, quindi alla base c’è un tema importante di rigenerazione urbana. Va dato atto a Bosatelli di aver intuito che non c’è rigenerazione urbana senza rigenerazione del tessuto sociale e che la densità relazionale che proviene da questa ricostruzione del tessuto sociale è la base della sostenibilità economica dell’intervento. Il progetto si fonda non sulla costruzione di metri quadrati, ma sulla gestione dei servizi forniti al suo interno. Questo è il passaggio epocale: lo spostamento dell’attenzione dal metro quadrato al servizio.

Un tema importante in un Paese come l’Italia, dove di costruito c’è persino troppo.

Il 60% del tessuto edilizio italiano è obsoleto: andrebbe demolito e ricostruito. Le città sono intasate da materiale edilizio che deve essere rigenerato e la recente legge regionale lombarda, per la prima volta, permette di considerare parte dei costi di bonifica e demolizione a scomputo. È un passaggio fondamentale: ora tutto è un po’ paralizzato per la pandemia, ma sono convinto che alla fine di questa crisi ci sarà un’esplosione di rigenerazione urbana e anche sociale.

Chorus Life sarà un modello per questa rigenerazione?

È il nostro auspicio. I lavori sono iniziati un anno e mezzo fa, dopo un iter burocratico tutto sommato rapido, rispetto ai tempi italiani. È merito anche dell’amministrazione Gori, che ha saputo creare un esempio efficace di collaborazione tra pubblico e privato. Dopo il lockdown i lavori sono ripresi e il grande obiettivo è che tutto sia pronto entro fine 2022, in modo che Chorus Life possa essere il palcoscenico di Bergamo Capitale della Cultura Europea 2023. Dopo tutto quello che la città ha passato nella pandemia, sarebbe un bellissimo segnale per ricominciare, in una Bergamo nuova e ricostruita.

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