il festival del cinema

Berlino, Agnès Varda si racconta in un autoritratto poetico e commovente

di Andrea Chimento


Catherine Deneuve alla Berlinale, è la star di "Adieu à la nuit"

2' di lettura

A Berlino è arrivato il giorno della regista più attesa del Festival: Agnès Varda, che ha presentato fuori concorso il suo nuovo documentario, «Varda par Agnès».

L'autrice, nata in Belgio ma da sempre un’icona del cinema francese, ha compiuto novant'anni lo scorso anno, ma continua a sperimentare e a raccontarsi in questo intimo (auto)ritratto in cui ripercorre la sua vita e, soprattutto, la sua straordinaria filmografia.

Dagli esordi come fotografa ai suoi film più recenti, passando per i primi successi (tra cui il celebre «Cléo dalle 5 alle 7» del 1962) e per i suoi progetti come videoartista, «Varda par Agnès» è un’intensa ricostruzione di un’esistenza segnata dalla passione per le immagini, dal rapporto sentimentale con il regista Jacques Demy e da una continua ricerca personale, sia sulle novità apportate dalla tecnologia, sia sui cambiamenti sociali (a partire dalla lotta femminista, che è sempre stato un tema centrale per l'autrice).

Anche se un'operazione di questo tipo non è nuova nel cinema di Agnès Varda (può venire in mente un suo film simile, «Les plages d'Agnès», del 2008), la regista riesce come sempre a toccare corde profonde, proponendo spunti interessanti sul tempo che passa e sui rapporti umani.

Poetico e profondo, soprattutto nelle battute iniziali e in quelle conclusive, è un lungometraggio forse un po' prolisso, ma comunque sincero, potente e appassionato al punto giusto.

Tra le persone che la regista incontra, c'è anche Sandrine Bonnaire, attrice che è stata protagonista di uno dei suoi film più importanti: «Senza tetto né legge» del 1985.

Non sarà famosa quanto Agnès Varda, ma un interessante documentario l'ha diretto anche Adele Tulli, regista italiana che nella sezione Panorama ha presentato «Normal».

Si tratta di un’indagine per capire quali sono i gesti e le abitudini legati al genere e alla sessualità in Italia. Quanto peso ha la differenza di gender nella nostra quotidianità è soltanto una delle domande di un film che riflette sull’identità, attraverso libere associazioni e scelte di montaggio decisamente coraggiose.

La parte conclusiva non è all’altezza del resto della pellicola, ma il risultato è comunque un prodotto anticonvenzionale e ambizioso, che merita di arrivare presto anche nelle nostre sale.

Infine, una menzione per «L'adieu à la nuit», nuovo film di André Téchiné.

Inserito nel fuori concorso del Festival tedesco, racconta di un ragazzo francese che va a far visita a sua nonna per un’ultima volta prima di partire per il Canada. Durante queste giornate, però, la donna scopre che suo nipote si è convertito all'Islam e che nasconde diversi altri segreti.

Da sempre regista che ha raccontato i giovani con grandissima sensibilità (tra i suoi film migliori c'è «L'età acerba» del 1994), Téchiné ragiona su spunti non semplici, politici e religiosi, ma sempre mettendo al centro l’aspetto emotivo e psicologico dei personaggi che mette in campo.

Non tutto funziona perfettamente in questo lungometraggio che ha alcuni momenti di stanca, ma le riflessioni sono potenti e Téchiné, classe 1943, continua ad avere il tocco delicato ed elegante che ha sempre contraddistinto il suo cinema.

Nei panni della nonna, Catherine Deneuve regala una prova intensa in un ruolo tutt'altro che semplice.

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