PREZZI IN IMPENNATA

Berlino si ribella al caro-affitti: referendum per «socializzare» gli appartamenti

di Alb.Ma.


Affitti per studenti: Milano la più cara

3' di lettura

Era un’oasi felice. Sta diventando costosa quanto le altre metropoli tedesche, ma senza gli stessi livelli retributivi. Negli ultimi anni, Berlino ha registrato un aumento massiccio del prezzo degli affitti, con un rincaro del 10% nel solo 2017 e un raddoppio complessivo dei canoni nell’arco di sette anni. Il boom sta facendo felici gli investitori dell’immobiliare, sull’onda di un mercato che è valso vendite per 18,2 miliardi di euro solo nel 2017. Un po’ meno gli aspiranti residenti, schiacciati da una concatenazione letale fra aumento dei prezzi e carenza di spazi abitativi. Le proteste di strada contro l’impennata dei costi sono sfociate in un’ipotesi che sta prendendo quota, anche a livello politico: un referendum per chiedere al governo cittadino di «espropriare» spazi abitativi alle società di investimento private con almeno 3mila appartamenti nella capitale.

La petizione popolare, sostenuta a sinistra da Die Linke e Verdi, ha già raccolto le 20mila firme necessarie ad attivare la procedura. Per passare allo step successivo ne servono almeno 170mila, anche se c’è già chi mette in dubbio la validità giuridica della consultazione. Il concetto stesso di «nazionalizzare» gli immobili ha già fatto sollevare paragoni con i tempi della Germania dell’Est o, addirittura, del Terzo Reich.

Rialzi fino a 4,2 volte. Mancano 200-300mila case
I prezzi di affitto e di vendita sono ancora contenuti, rispetto a città come Monaco o Amburgo. Ma i ritmi di crescita ingranati negli ultimi anni fanno temere che si arriverà a livelli simili a quelli di altre metropoli europee, rendendo l’accesso alle abitazioni ostico anche per i cittadini con elevati standard di reddito. Secondo Numbeo, un portale di comparazione prezzi, un appartamento con tre camere da letto nel centro città costa in media 1.610 euro. Ancora poco rispetto a città come Monaco, dove si arriva a pagare 2.129 euro (il 24% in più), ma la dinamica si spiega meglio nel confronto con gli standard di qualche anno fa.

Gutthmann Estate, un’agenzia di immobiliare tedesca, ha stimato che in una zona come Neukölln  (quartiere ad alta densità di popolazione e forte presenza internazionale) i prezzi siano cresciuti di 4,2 volte nell’arco di 10 anni: da 1000 a 4.200 euro per metro quadro, ancora al di sotto degli standard che si possono raggiungere nel centralissimo Mitte (6.400 euro, in rialzo del 2,8% rispetto ai 2300 euro del 2007). La situazione è esacerbata dalla crescita di popolazione di una città che conta già oltre 3,5 milioni di abitanti e continua a espandersi, aggravando la carenza di abitazioni (e l’inflazione dei loro costi di affitto o acquisto). A seconda delle stime, i media tedeschi parlano dell’urgenza di erigere 200-300mila unità abitative in più entro il 2030.

L’ipotesi (controversa) di un referendum
Dopo lo studio di varie ricette, incluso un tetto sui prezzi di affitto, le associazioni di residenti hanno fatto quadrato sull’ipotesi di un referendum. Il provvedimento potrebbe trovare l’appoggio del Senato di Berlino, l’organo esecutivo della città stato, anche se non mancano le controversie. L’obiettivo della consultazione, capeggiata dall’ex militante della Linke Rouzbeh Taheri, è di «socializzare» parte degli appartamenti di proprietà delle società più capillari a Berlino. Il principale bersaglio della campagna è Deutsche Wohnen, colosso dell’immobiliare con oltre 100mila appartamenti solo nella capitale tedesca. Il no alla consultazione arriva soprattutto dal centrodestra, dove esponenti della Cdu giudicano «un brutto segnale» l’idea di una sorta di buy-back di stato sulle proprietà private. Ma la questione potrebbe essere decisa in punta di diritto, visto che la legittimità dell’esproprio chiama in causa la costituzione tedesca. Il testo difende l’inviolabilità della proprietà private, ma evidenzia alcune eccezioni. L’asso nella manica dei supporter del referendum è l’articolo 14, che stabilisce che «terre, risorse naturali e mezzi di produzione» possono essere «trasferiti alla proprietà pubblica o altre forma di impresa pubblica con una legge che determina la natura e l’estensione della compensazione».

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