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Berlino: l’Orso d’oro al film rumeno sulla porno insegnante

L’Orso d’Argento al giapponese Hamaguchi. Il premio della Giuria al documentario di Maria Speth

di Cristina Battocletti

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(Epa)

3' di lettura

Giusta vittoria alla 71esima edizione della Berlinale con l’Orso d’oro tributato a Babardeală cu bucluc sau porno balamuc (Bad Luck Banging or Loony Porn) di Radu Jude: il film più radicale ed estremo della competizione.

Racconta la storia di una professoressa rumena, interpretata da Katia Pascariu, che si trova imputata in un processo, fuori dalle aule dei tribunali, i cui accusatori sono i genitori e i nonni degli allievi della classe in cui insegna. Il suo reato è quello di aver ripreso un rapporto intimo con il marito, che non si sa per quali misteriose vie è stato caricato su internet e è diventato virale.Il rumeno Radu Jude, che ha fatto incetta di premi in numerosi festival internazionali, narra un fatto, accaduto per davvero anche a una giovane maestra in Italia, e declina gli eventi secondo un andamento assai originale. Jude segue la sua eroina per le strade di Bucarest, ma in realtà vuole restituirci l'immagine di una nazione immersa nella maleducazione e nella volgarità di pensiero, di immagini e di costumi, in cui a vincere è la prepotenza e il dominio del denaro. Nella parte centrale ospita un alfabeto della pornografia culturale in cui, secondo il regista, è sprofondato il suo Paese.

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L’Orso d’Argento - Gran Premio della Giuria va a “Wheel of Fortune and Fantasy” di Ryusuke Hamaguchi. Il regista giapponese, già noto per il suo “Happy Hour”, passato a Locarno nel 2015, snocciola una storia femminile suddivisa in tre parti, in cui le protagoniste affrontano vecchi amori, si prestano a giochi di seduzione, si occupano del nostro futuro digitale. Sfugge la logica del premio a un film che non ha nulla di nuovo.

L’Orso d’Argento - Premio della Giuria è assegnato a “Mr Bachmann and His Class” di Maria Speth. Nell’assegnazione di questo riconoscimento potrebbe aver pesato la presenza in giuria del nostro Gianfranco Rosi. Si tratta di un documentario che osserva un insegnante, Mr Bachmann, alle prese con un gruppo di giovani immigrati dalla provenienza multietnica, nell’età peggiore, quella tra i 12 e i 14 anni, per prepararli all’esame per accedere alla scuola secondaria. I suoi metodi non tradizionali, come l’ascolto del gruppo heavy-metal AC/DC, la naivité e l’assoluta mancanza di mediazioni dei suoi studenti, fanno ben sperare in un’ottica di integrazione. Evviva il premio.

L’Orso d’Argento per la Miglior Regia va a Dénes Nagy per “Natural Light”. Un grande incoraggiamento per il regista ungherese, che si trova, dopo l’esperienza documentaristica, alla prima opera di finzione. Siamo nel 1943 e un pastore ungherese si arruola durante la seconda guerra mondiale a fianco dei nazisti per scovare partigiani nascosti nei villaggi dell'Unione Sovietica. A raccontare l’orrore della guerra non sono tanto le persone che perdono la vita o sono protagoniste di piccole miserie, ma la natura schiacciante, silenziosa ed eterna contro la finitudine dell’essere umano.

L’Orso d’Argento - Miglior Interpretazione Protagonista: Maren Eggert per “I’m Your Man” di Maria Schrader, tra i film di apertura della Berlinale. Irriverente e sornione ci mostra un mondo fatto di androidi, che costellano la nostra vita e ci catturano più del dovuto. La pellicola ci lascia più di qualche volta sorridere, ma è anche molto prevedibile. Tuttavia se un altro premio doveva essere dato alla Germania, meglio a questo film, che almeno fa ridere (o sorridere).

L’Orso d’Argento - Miglior Interpretazione non Protagonista: Lilla Kizlinger per “Forest - I See You Everywhere” di Bence Fliegauf. Ancora un ungherese nel Palmares: si sente che nella giuria c’è l’ex Orso d’oro Ildikó Enyedi. Il film racconta la nevrosi della nostra società in dialoghi che riprendono coppie dal rapporto logoro, o legami padre-figlia, madre-figlio, compromessi da una tragedia o da un'educazione soffocante. A tratti misterico, Fliegauf dilata l'isteria fino a renderla patologia con un eccesso di mano pesante sul dolore che non lascia mai respirare il film.

L’Orso d'Argento alla Miglior Sceneggiatura va a Hong Sangsoo per “Introduction”. Non certo il migliore tra i lavori del regista coreano. Un rapporto tra genitori e figli sfrangiato, in cui sono gli adulti a non voler prendere atto di cosa sono e di cosa vogliono essere i figli. Il tratto sentimentale è sempre delicato, ma gli episodi sembrano appiccicati quasi a voler forzare un quadro non ben chiaro nemmeno al regista.

Peccato aver lasciato fuori “Albatros” di Xavier Beauvois che spicca il volo da metà pellicola verso una universalità commovente o “Memory box” di Joana Hadjithomas e Khalil Joreige che nella sua patina anni Ottanta rivisita la guerra civile libanese con gli occhi di una ragazza, poi fuggita all'estero, perduta nel mal d’amore.

In sostanza, niente male però, per un’edizione vissuta online, e quindi senza le suggestioni del grande schermo e dell’audio avvolgente, e nella sostanza con una selezione di ottima qualità.

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