il caso

Berlusconi-Lario, divorzio (e assegni) a tappe

di Alessandro Galimberti

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2' di lettura

Iniziato con la famosa lettera in prima pagina di Repubblica esattamente otto anni fa - in cui Veronica Lario evocava epicamente «figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica» - il divorzio tra l’ex premier (allora in carica) Silvio Berlusconi e Miriam Bartolini (alias Veronica Lario), non poteva che diventare un case study a tappe, sia per la giurisprudenza ma anche e soprattutto per gossip e tabloid. Con l’inevitabile corteo - soprattutto in quegli anni del quarto e ultimo governo del tycoon milanese - di contrapposizioni politiche, ideologiche, di genere e di vero e proprio tifo incrociato.

Tanto da rendere difficile dipanare la matassa processuale, davvero complicata nel suo sviluppo, dalla melassa dei talk show, nonostante lo sforzo dei coniugi di trasformare il processo, dopo i botti iniziali, in un fiume carsico. Sei mesi dopo la denuncia pubblica, il 4 novembre 2009, Veronica Lario deposita il ricorso per la separazione: con l’addebito di colpa, la richiesta è di assegnazione della casa coniugale e di un assegno mensile da 3,6 milioni. Dall’udienza presidenziale esce un provvedimento provvisorio “calmierato”, 50 mila euro al mese che, al rilascio della casa coniugale, salirà a un milione.

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Dopo tre anni arriva la prima sentenza: i coniugi Berlusconi rinunciano a contestarsi reciprocamente l’addebito, e il tribunale di Milano fissa il mantenimento a 3 milioni/ mese, ferma la casa già occupata dalla Bartolini. In appello, luglio 2014 e sempre a Milano, l’importo scende a due milioni, confermati ieri dalla Cassazione. Ma intanto - potere dei binari separati della giustizia - erano già maturati i tempi per la sentenza di divorzio, partita giocata questa volta davanti al tribunale di Monza. A fine 2013 il giudice fissa le condizioni provvisorie per l’assegno divorzile La Lario chiede ancora 3 milioni/mese ma la presidente Anna Maria di Oreste taglia di oltre il 50%, stabilendolo in 1,4 milioni.

Nel giugno di due anni fa viene depositata infine la sentenza di divorzio, che conferma l’assegno in quell’ultimo ammontare. La battaglia non finisce però qui: un mese fa Bartolini ha avviato il pignoramento sui conti dell’ex marito per 26 milioni di euro, per una sottile questione di regime delle decisioni dei giudici e degli effetti sulle “finestre temporali”del delicato incastro di carte bollate. L’ex premier, dice il ricorso, da un certo punto in poi avrebbe scelto di corrispondere l’importo divorzile anche nel periodo di separazione. E non basta, vista la sentenza Grilli della scorsa settimana sul taglio draconiano dell’assegno post divorzio e il fatto che Berlusconi ha fatto appello proprio contro l’entità dell’assegno: la causa è in corso.

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