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Berlusconi, Renzi e Conte: ecco chi ha previsto i maggiori aumenti dell’Iva

L’eredità delle clausole di salvaguardia ha una storia con tanti padri. E un prologo che risale all’estate del 2011, alla crisi dei conti pubblici. Tra sforbiciate e nuove tagliole, il conto è arrivato a livelli record con il governo gialloverde

di Dario Aquaro e Cristiano Dell'Oste


Senza contromisure l'Iva aumenterà e costerà 541 euro in più a famiglia

4' di lettura

Le forze politiche responsabili devono bloccare l’aumento dell’Iva, dice Matteo Renzi. Aumento dell’Iva che voi del Pd avete inventato, risponde Matteo Salvini. Martedì al Senato, durante il voto sul calendario della crisi, c’è stato il classico rimpallo su chi abbia sfoderato per primo la spada di Damocle sospesa sulla prossima legge di Bilancio: il doppio rincaro dell’Iva previsto dal 1° gennaio 2020.

Senza contromisure, infatti, l’anno prossimo l’aliquota ordinaria del 22% salirà al 25,2%, e quella ridotta al 10% passerà al 13 per cento. Con un effetto sul budget familiare che Il Sole 24 Ore ha stimato in 541 euro in media all’anno (cioè 45 euro in più al mese su una spesa di 1.982 euro). Stime peraltro effettuate a consumi invariati, mentre l’esperienza insegna che in occasione del primo aumento dell’Iva del 2011 ci fu addirittura un lieve calo di gettito, e senza considerare il rischio di incremento dell’evasione fiscale collegato alle aliquote maggiorate.

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La «polizza» delle clausole
Al di là degli effetti economici, l’eredità delle clausole di salvaguardia ha però una storia con tanti padri. E un prologo che risale all’estate del 2011, quando la crisi dei conti pubblici – unita all’impennata dello spread – spinge il governo Berlusconi a varare la manovra correttiva di luglio (Dl 98) e poi il “decreto di Ferragosto” (Dl 138).

La salvaguardia prevede un aumento automatico di alcune imposte nel caso non dovessero essere raggiunti certi risultati in termini di taglio della spesa pubblica (o di entrate sotto altri fronti). È una rassicurazione per i mercati e per Bruxelles, che ci accusano di spendere soldi che non abbiamo. Ma anche un segnale di debolezza da parte dei governi che la utilizzano.

Se è vero che l’onda si è originata in quell’estate del 2011, però, il “valore” degli aumenti Iva messi in programma dal governo Conte non ha precedenti: 23,1 miliardi per il solo 2020 (mentre sono 28,8 i miliardi che incombono dal 2021).

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Lo start del governo Berlusconi
Tutto parte, dunque, dall’esecutivo dell’ex Cavaliere. Perché quel “decreto di ferragosto” di otto anni fa (firmato da una coalizione che comprende la Lega Nord) menziona per la prima volta la possibile «rimodulazione delle aliquote delle imposte indirette, inclusa l’accisa», quale alternativa «anche parziale» al taglio lineare delle tax expenditures (cioè le agevolazioni fiscali), con l’obiettivo di recuperare 4 miliardi nel 2012 e 20 miliardi a regime dal 2013. Intanto, però, si sancisce già un primo rincaro ufficiale dell’Iva: il 17 settembre 2011 l’aliquota ordinaria passa dal 20 al 21 per cento.

I tentativi del «tecnico» Monti
Il governo dei tecnici di Mario Monti, subentrato a novembre 2011, riesce via via a disinnescare le clausole piazzate dall’esecutivo Berlusconi, ma non a eliminarle. Dopo gli interventi “Salva Italia” e “Spending review-bis” (Dl 201/2011 e Dl 95/2012), la legge di Stabilità 2013 dispone che dal 1° luglio l’aliquota Iva del 21% «è rimodulata nella misura del 22 per cento», se non arrivano risparmi per almeno 6,5 miliardi con il riordino della spesa e la sforbiciata ai bonus fiscali.

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La nuova tagliola di Letta
Il nuovo passaggio dal 21 al 22% è segnato: viene solo posticipato di qualche mese dal successivo governo Letta (Dl 76/2013) e scatta il 1° ottobre del 2013. Ma si apre un secondo capitolo. Perché Enrico Letta, perso l’appoggio dell’ex Cavaliere, si trova a dover innescare un’altra “tagliola” con la legge di Stabilità 2014: senza maggiori entrate o risparmi, dal 2015 ci sarà il taglio delle tax expenditures e «variazioni delle aliquote di imposta» per garantire 3 miliardi per il 2015, 7 miliardi per il 2016 e 10 milairdi a partire dal 2017.

Le aggiunte del governo Renzi
Arriva quindi l’«#enricostaisereno» e il famoso passaggio della campanella: sotto la spada di Damocle va a sedersi Matteo Renzi, che in due anni – anche grazie alla flessibilità europea – sterilizza le clausole per il 2015 e 2016 e le riduce per gli anni seguenti. Comprese quelle (aggiuntive) che lui stesso ha piazzato nella legge di Stabilità 2015, a copertura dei suoi provvedimenti (cioè 12,8 miliardi sul 2016, 19,2 sul 2017 e 22 miliardi dal 2018). Le clausole cominciano a sommarsi. E aleggia il pericolo che l’Iva possa salire ancora, non solo nell’aliquota più alta.

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Le sforbiciate di Gentiloni
Dopo l’ultima manovra di Renzi (legge di Bilancio 2017), che azzera il peso dei 15,3 miliardi per l’anno in corso, il nuovo premier Paolo Gentiloni eredita un fardello da 19,5 miliardi per il 2018, sempre coperto dall’aumento automatico dell’Iva e delle accise.

Gentiloni avvia una prima ripulitura con la manovra di primavera (Dl 50/2017), che neutralizza 3,8 miliardi e porta il conto a 15,7 miliardi. Il successivo decreto fiscale (Dl 148/2017) e la legge di Bilancio 2018 sterilizzano poi gli eventuali rincari Iva del 2018, ricorrendo all’aumento del deficit per il 70% dei 15,7 miliardi necessari. E riducono anche di 6,4 miliardi l’ipoteca del 2019, che passa a 12,4 miliardi.

Il record di aumenti del governo Conte
Il conto da pagare viene quindi sforbiciato da Gentiloni, ma resta nel complesso sostanzioso: 31,5 miliardi. Di cui 12,4 da reperire nel 2019, e altri 19,1 che pesano sul 2020 (pena l’aumento dell’Iva e delle accise sui carburanti). Sulla carta resta questa previsione: in assenza di interventi, l’aliquota Iva del 10% salirà al 11,5% nel 2019 e al 13% nel 2020; quella del 22%, invece, passerà al 24,2% nel 2019 e al 24,9% nel 2020, per assestarsi al 25% nel 2021.

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E siamo all’esecutivo gialloverde, guidato da Giuseppe Conte. Che neutralizza i rincari previsti per il 2019, ma per il 2020 mette un carico dello 0,3% sull’aliquota ordinaria (che così arriva al 25,2%, poi destinata a diventare 26,5% dall’anno successivo) e conferma il 13% di quella ridotta. Ecco spiegato il peso di una clausola così rilevante: 23,1 miliardi per il 2020 e 28,8 miliardi dal 2021.

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