ciclismo

Bernal conquista il Tour de France, la prima volta di un sudamericano

Il Sud America è la vera novità di questo 2019 ciclistico. Al Giro d’Italia ha trionfato un equadoriano, Richard Carapaz, che quasi nessuno aveva pronosticato. Al Tour Bernal era certamente atteso, ma non a questo livello. Quella sudamericana, è una scuola sempre più emergente

di Dario Ceccarelli

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La maglia gialla Egan Bernal (Afp)

Il Sud America è la vera novità di questo 2019 ciclistico. Al Giro d’Italia ha trionfato un equadoriano, Richard Carapaz, che quasi nessuno aveva pronosticato. Al Tour Bernal era certamente atteso, ma non a questo livello. Quella sudamericana, è una scuola sempre più emergente


5' di lettura

Un colombiano a Parigi. Il Tour de France numero 106 finisce con il sole al tramonto che illumina , sui campi Elisi, il volto ancora imberbe ed emozionato di Egan Bernal, il più giovane (22 anni) vincitore della Grande Boucle nei tempi moderni.

Bernal arriva al traguardo stringendo la mano a Geraint Thomas, campione uscente e sua compagno di squadra, secondo in classifica a un minuto e 11”. Una bella immagine per rispondere a chi inziga sulla loro rivalità. Con l'Arco di Trionfo sullo sfondo, il colombiano sale con la maglia gialla sul gradino più alto del podio. Al suo fianco Thomas e l'olandese Steven Kruijswijk, terzo a 1 minuto e 31”. Solo quinto invece Giulian Alaphilippe, il corridore francese che più di tutti - 14 giorni in maglia gialla - ha tenuto vivo il Tour prima dell’esplosione di Bernal sul Galibier e sull’Iseran.

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L'ultima volata sui Campi Elisi va invece a Kaleb Ewan che si prende lo scettro di miglior velocista. È il suo terzo centro a questo Tour e lo certifica battendo con uno sprint maestoso l’olandese DylanGroenewegen e il nostro Niccolò Bonifazio.

Un gran finale, questo di Parigi. Bisogna dire la verità: Alla fine, quello che sembrava un Tour dimezzato ( senza Froome e Dumoulin) e con Nibali e Aru subito lontano dagli altri big, si è invece rivelato un Tour coi fiocchi, incerto quasi fino all’ultimo e ricchissimo di colpi di scena, a partire dalla tappa di venerdì verso Tignes sconvolta dal maltempo e neutralizzata tra frane, grandine allagamenti sull'Iseran. E quella di sabato, ridotta a 59 chilometri sempre per motivi di viabilità. Una tappa mutilata in cui però Nibali, 35 anni a novembre, con il colpo di orgoglio dei campione, ci ha regalato una giornata indimenticabile. Uno di quei colpi di magia che danno la misura dell'atleta. Vincenzo sembrava perso, unico tra i big presenti al Tour ad aver partecipato anche al Giro. Chiunque al posto suo avrebbe fatto le valigie. No, grazie, ho già dato. E invece Nibali, con il colpo di coda del boxeur che esce dall’angolo, ha vinto la sua sesta tappa al Tour sorprendendo tutti. Un campione di cui non siamo ancora in grado da dare l’esatta caratura. Ha vinto due Giri d'Italia, una Vuelta e un Tour de France (nel 2014). L'unico in grado di spezzare il filotto di successi del Super Team Sky/Ineos. Senza Nibali infatti lo squadrone di David Bradford avrebbe vinto il Tour otto volte di fila negli ultimi otto anni. Così sono sette, ma con in mezzo la casella dispettosa di Vincenzo.

Ma non c'è stato solo Nibali. In chiave tricolore vanno anche ricordate le vittorie di Matteo Trentin ed Elia Viviani. Tre successi di tappa che ci mancavano dal 2005. E non si possono dimenticare i due giorni in giallo di Giulio Ciccone, il 24enne abruzzese la cui carriera sembrava compromessa per due interventi al cuore. Una buona spedizione quella italiana, arricchita anche dai tanti piazzamenti di Colbrelli e Nizzolo

Ma la grande novità di questo Tour è la maglia gialla di Bernal. Una nuova stella che brilla nel firmamento delle due ruote. Oltre ad essere un ottimo scalatore e pure dotato a cronometro, il ragazzo è il primo colombiano a vincere il Tour. Un colombiano che parla ottimamente la nostra lingua perchè ciclisticamente cresciuto in Piemonte, nel Canavese, a Cuorgnè.
«Dell'Italia mi mancano tre cose: la Nutella , i gelati e gli amici», ha detto Bernal che non ha dimenticato di ricordare la sua prima squadra importante - l'Androni di Gianni Savio - dove il colombiano ha fatto la gavetta imparando il mestiere. Avrebbe dovuto correre già al Giro d'Italia del 2017, ma siccome l'Androni non era una squadra di primo livello, Bernal non potè partecipare a quell’edizione.
Altri tempi. Ora Bernal è il futuro del ciclismo. Ingaggiato per 350 mila euro da Sky nel 2018, dopo la vittoria al Tour ora riceverà sei milioni all'anno fino al 2023.

Il Sud America è la vera novità di questo 2019 ciclistico. Al Giro d’Italia ha trionfato un equadoriano, Richard Carapaz, che quasi nessuno aveva pronosticato. Qui al Tour Bernal era certamente atteso, ma non a questo livello. Lui è la punta di diamante, ma subito dietro ci sono Uran, Quintana e Chaves.

Evidentemente, quella sudamericana, è una scuola sempre più emergente. In passato ricordiamo altre figure come Fabio Parrra (terzo nel 1988) o Cacaito Rodriguez protagonista negli anni Novanta.
Ma erano eccezioni. Alcuni solo meteore. Negli ultimi anni, soprattutto al Tour ma anche al Giro d’Italia, a farla da padroni erano i corridori di lingua inglese (Wittings, Froome, Thomas). Adesso invece la tendenza sta nettamente cambiando. Evidentemente, si è creato un ciclo virtuoso. Ragazzi come Bernal nati in Colombia vengono in Europa a “studiare” ciclismo. Prendono la laurea nelle migliori università a due ruote e poi, grazie alle loro doti ( non ultima di essere nati e vissuti oltre i 2000 metri) mettono a frutto quello che hanno imparato. In Colombia Bernal è un idolo, come Carapaz in Ecuador. Il ciclismo, a differenza che in Europa, è uno sport popolarissimo. I tesserati si moltiplicano. I tifosi fanno festa fino a tarda notte. Per loro vincere al Tour o al Giro d'Italia è una impresa eccezionale, salutata da presidenti e ministri come un successo del Paese.

Poi, diciamolo, conta anche la povertà, o il minor benessere. Pedalare è un mestiere pesante, soprattutto quando si è giovani e ci si deve allenare mentre gli amici vanno a ballare o divertirsi. «Il Tour è una bestia che non ti lascia il tempo per nulla, come vivere in una bolla», spiega Bernal. «Non avevo quasi il tempo di sentire i miei».

Bisogna avere voglia di emergere. Di uscire da una vita non facile di sacrifici. Ci vogliono disciplina e molta umiltà. Insomma, la vecchia scuola del ciclismo: sudore e fatica. Anche se poi, dietro lo sforzo individuale, ci sono squadroni come la ex Sky che nulla lasciano al caso.
«Se vuoi emergere al massimo livello devi essere un corridore completo», conclude Bernal, ricordando che nella vita bisogna essere anche fortunati e che il destino a volte si diverte a cambiare i tuoi piani. Il colombiano infatti non ha partecipato all'ultimo Giro per la frattura di una clavicola. Una sfortuna che però gli ha permesso di arrivare al Tour al meglio della condizione: «Sono quasi sicuro che con il Giro nelle gambe, a 22 anni, non sarei qui in maglia gialla. Due ore dopo quell'infortunio, avevo già cominciato a concentrarmi sul Tour».

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