MOSTRE

Bernardo Bellotto, i suoi capolavori riuniti a Londra

La National Gallery guidata da Gabriele Finaldi mette insieme per la prima volta i cinque dipinti che il nipote di Canaletto realizzò per il Re di Polonia

di Simone Filippetti

4' di lettura

Nessun pittore più di Bernardo Bellotto incarna il motto latino “nemo propheta in patria”. Quasi sconosciuto in Italia, l'artista veneziano si costruì all'estero, in Germania, una fortuna e una fama come “pittor di vedute”. Troppo frettolosamente liquidato come un epigono di Canaletto, Bellotto sconta la fama di un modesto copione sulla scia del più famoso e primo “pittore di vedute”. Peraltro, Giovanni Antonio Canal era lo zio di Bellotto, sul quale è sempre pesato il marchio di nepotism. Ma il grado di pittura realistica di Bellotto è forse addirittura superiore, quanto a precisione e controllo della luce, a quella del più celebre avo.

Entrambi usavano il metodo della Camera Obscura, una sorta di primordiale camera fotografica, con cui riuscivano a dipingere panorami e paesaggi che sembrano fotografie tanto sono aderenti alla realtà. Ma è facile creare un capolavoro quando si pittura il Bucintoro sul Canal Grande alla Festa del Redentore o Piazza San Marco: la materia prima è già cosi straordinaria. Molto più difficile è rendere un anonimo castello della Sassonia in una sublime opera d'arte.

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Alla corte di Re Federico

Il castello in questione si chiama Konigstein (letteralmente, la “pietra del re”) e si erge su uno sperone roccioso dove il fiume Elba, nei pressi di Dresda, in Germania, fa un'ansa. Nel ‘700 ci vive Federico Augusto II di Sassonia, Re della Polonia e uno dei grandi elettori della corona di Prussia, e anche avo della futura linea dinastica inglese: gli Windsor sono un nome artificiale, creato durante la Prima Guerra Mondiale. La casa reale effettiva è la Sassonia Coburgo-Gotha che prese il via con Alberto, il principe consorte della Regina Vittoria (che invece era una Hannover).

L'anno è il 1756 e un 36enne Bellotto approda in cima, che ricorda un po la rocca di Gradara in Italia, con un incarico particolare: dipingere cinque quadri che ritraggono tutti lo stesso soggetto, il castello del Re. Bellotto, che già si era distinto per vedute di varie città europee, arriva a Konigstein come una superstar: è il pittore più pagato di corte.

I soldi del re, però, saranno ben spesi: le cinque gigantesche tele, cosa che fa spiccare ancora di più la sorprendente precisione di Bellotto, sono dei capolavori assoluti di prospettiva. La rocca e il castello sono raffigurati da angolature diverse, lontane o vicine. Commissionati per essere una sorta di opera unica, i quadri non sono mai stati esposti insieme, nemmeno durante la vita del pittore. La Guerra dei Sette Anni tra Francia e Gran Bretagna, che scoppia proprio nel 1756, disperde le opere e alcune già prendono la via dell'Inghilterra. Nel 2021, per la prima volta dopo 250 anni, le quattro vedute del castello sono riunite tutte insieme, come avrebbero dovuto essere fin dal principio, per la prima volta alla National Gallery di Londra. L’idea museale, la mini-mostra, è il più recente omaggio di Gabriele Finaldi, il 56enne italo-londinese a capo della galleria, alla pittura italiana. L'evento su Bellotto è ospitato in una sola stanzetta, con i 5 quadri. Sarà forse questo il futuro delle mostre nel mondo del dopo Covid: questa in particolare, curata da Letizia Treves, è una sorta di monografia, di approfondimento su un solo tema di un solo autore.

Tra Arcadia e Verismo

L'effetto è alla fine piacevole: in poco tempo, al massimo 30 minuti, si impara tutto quello che c'è da sapere su un “pezzo” di vita e di arte di Bellotto, le cui opere si prestano anche a una lettura storicistica e letteraria: nelle cinque vedute si percepisce una pesante influenza dell'Arcadia, con i paesaggi bucolici e i pastori, un tema del tardo barocco italiano, ma allo stesso tempo, con la sua pittura fotografica e la sua meticolosa precisione, come l'incredibile dettaglio dei soldati di ronda in cima alla torre, dipinti usando solo due puntini di colore, Bellotto anticipa di un secolo Giovanni Verga. Il suo è un verismo in pittura ante-litteram: il committente è un re, ma il sovrano nelle tele non appare mai, mentre in primo piano c'è il popolo (contadini, soldati, donne, operai); quello stesso strato sociale che lo scrittore siciliano analizzerà come un entomologo e il medesimo popolo che in quegli anni si sta trasferendo nelle città, dove inizia la Rivoluzione Industriale, e diventerà il proletariato di Karl Marx.

Un uomo del ’700, baciato dalla Storia

Anche se anticipa fenomeni futuri, Bellotto è e rimane un uomo del ‘700, non solo come anagrafe (1722-1780), ma anche come approccio. La sua è una pittura tipicamente illuminista: la luce della ragione illumina ogni angolo delle tele, rivelando ogni dettaglio. La sua parabola si consuma tutta nel secolo dei lumi: muore mentre stanno fermentando i semi della Rivoluzione Francese, che metterà fine a quell'Ancien Regime che lo ha arricchito. La Storia gli risparmia pietosamente anche il dramma della fine della Repubblica Serenissima, dopo sei secoli: nel 1797 Napoleone conquisterà Venezia e costringerà un altro concittadino di Bellotto, Ugo Foscolo, a scappare all'estero, ma senza la stessa fortuna (morirà proprio a Londra povero e malato). Alla fine, più che la tecnica sopraffina, è stato il calendario la sua vera fortuna. Con l'invenzione della fotografia, i “pittor di vedute” furono spazzati via: fosse nato qualche decennio dopo, Bellotto sarebbe stato un disoccupato. E il mondo non avrebbe goduto dei suoi capolavori. A proposito della tecnologia che distrugge posti di lavoro.

Bernardo Bellotto, The Konigstein Views Reunited (I panorami di Konigstein riuniti), National Gallery di Londra, fino al 31 ottobre 2021

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