Interventi

Berners-lee: «Non è troppo tardi per riportare la privacy sul web»

«Gli sviluppatori devono tornare a servire i loro utenti», non sfruttare i loro dati e distrarli

di Luca Salvioli


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Sir Tim Berners-Lee

4' di lettura

Ha inventato il web 30 anni fa al Cern di Ginevra come strumento per condividere le informazioni tra scienziati: il progetto aveva l’apertura e la collaborazione nel suo Dna. Lo scorso autunno Tim Berners-Lee, britannico, fisico e computer scientist, ha detto pubblicamente che lo spirito della genesi del world wide web è stato tradito.

Diffusione di fake news, polarizzazione al posto di collaborazione, centralizzazione dei dati degli utenti nella mani di poche, potentissime piattaforme. Informazioni personali che diventano la moneta con cui viene pagata la gratuità del servizio. La rappresentazione più vivida del “tradimento” è probabilmente stato lo scandalo Cambridge Analytica, con Facebook sul banco degli imputati per aver perso il controllo dei dati degli utenti.

Berners-Lee crede che sia il momento per una rinnovata fondazione del web su nuove premesse, o meglio, sulle premesse della sua genesi. Il padre del web sarà ospite della terza edizione di Campus Party Italia, che riunirà giovani, community, università, aziende e istituzioni per rilanciare la digitalizzazione e la competitività del Paese alla Fiera Milano Rho da oggi al 27 luglio.

Sarà il keynote speaker il 25, e ha risposto in anteprima ad alcune domande del Sole 24 Ore. Cosa dirà ai giovani innovatori? «Suggerirò loro di usare le abilità per creare applicazioni e sistemi che servano i loro utenti. Non creare app che cerchino di sfruttare l’utente, distrarlo o coinvolgerlo in qualcosa che non è nel suo interesse. Gli dirò: lavorate con gli altri, collaborate su progetti open source e tutti voi otterrete molto di più di quanto fareste da soli».

È lo spirito di alcuni dei princìpi che animano il contratto che Berners-Lee ha proposto per la rifondazione del web, che ora è arrivato a una prima bozza rintracciabile online e oggetto di un sondaggio pubblico su contractfortheweb.org. Una sorta di scheletro per il web dei prossimi 30 anni e che punta molto sul decentramento.

Berners-Lee lavora a tempo pieno, in seno al Mit, alla piattaforma Solid, una specie di porto sicuro per i dati dell’utente interoperabile tra piattaforme. Uno spazio blindato per entrare nelle app e nei servizi. «Con Solid – spiega Berners Lee – puoi decidere dove memorizzare i tuoi dati. Questa privacy è pensata per gli utenti, ma anche per gli sviluppatori, che possono costruire applicazioni senza dover raccogliere grandi quantità di dati. Chiunque può creare un’applicazione che sfrutta ciò che già esiste». A questa si affianca la startup Inrupt «che porta l’energia commerciale e le risorse che credo siano necessarie per innescare l’adozione globale di Solid».

In un contesto così diverso dall’ideologia dell’apertura, vede segnali deboli che facciano essere ottimisti? «Le persone sono preoccupate per le fake news, l’uso improprio dei dati e la privacy, ma ci sono molte tendenze positive. C’è un enorme movimento di decentramento in atto e ci sono menti molto appassionate e intelligenti che ci si dedicano. Stanno lottando e creando il decentramento nelle app, nei social media, nelle politiche e altro ancora. Quando le persone hanno il controllo dei propri dati, sono in grado di spostarli liberamente in qualsiasi momento e possono decidere quali applicazioni e persone possono vederli».

Facebook, dopo gli scandali dell’anno scorso, per voce di Mark Zuckerberg ha annunciato diversi cambiamenti, con lo slogan «il futuro è privato». Non è troppo tardi? «Non è mai troppo tardi. Qualsiasi social media ha il controllo completo del codice che esegue sulla sua piattaforma. Come cittadini e sviluppatori, dobbiamo dimostrare che questo è molto importante per noi e incoraggiare tutte le aziende che utilizzano i nostri dati a considerare la privacy e i diritti degli utenti».

Anche i grandi regolatori, dall’Europa agli Stati Uniti, hanno cambiato atteggiamento rispetto alle piattaforme: Apple, Amazon, Google, Facebook, Microsoft. L’argomento a favore dei big del digitale è che il servizio per gli utenti è nella maggior parte dei casi gratuito, e in ogni caso è difficile dimostrare che si traduca in un aumento dei costi per l’utente. La vera vittima però è l’innovazione. Le startup si trovano a competere con dei colossi che nella migliore delle ipotesi le inglobano. Ma, spiega Berners-Lee, «c’è sempre un’opportunità per qualcosa di nuovo. Non sono in grado di dire come sarà o chi ne sarà l’interprete, ma tutto cambia continuamente. E l’innovazione è rapida nello spazio It. Era importante che Internet fosse sviluppato in modo aperto, in modo da poter progettare il web sopra di esso. Mantenere il web come una piattaforma aperta che permette lo sviluppo e l’innovazione ha significato che anche altri hanno potuto lavorarci sopra. Assicuriamoci di mantenere le cose aperte, assicuriamoci che sia facile innovare».

Anche la net neutrality è un tema che preoccupa i sostenitori dell’apertura in ambito digitale, in particolare negli Stati Uniti dopo l’abrograzione di alcune norme da parte della Fcc. Anche su questo Berners-Lee è tutt’altro che apocalittico: «I fornitori di accesso a Internet sono ora oggetto di un’enorme attenzione, poiché il 75% degli elettori repubblicani e l’89% degli elettori democratici sono a favore della neutralità della rete. Ci sono sforzi continui per far rientrare le regole, tra cui la legislazione a livello statale in luoghi che vanno dalla California al Maine, e le cause giudiziarie contro l’eliminazione delle regole di neutralità della rete. Dobbiamo garantire che il web rimanga un luogo aperto, dove nessuno può scegliere vincitori e vinti online. Dobbiamo continuare questa battaglia».

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