l’intervista

Bertelli: il lusso vede la ripresa, Prada investe 100 milioni l’anno

Accelerazione post Covid-19 fatturato da 3 a 5 miliardi entro quattro, cinque anni. «Continueremo ad acquisire fabbriche. Non c'interessa assorbire anche dei marchi».

di Silvia Pieraccini

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Prada. La sede della società fondata da Patrizio Bertelli e Miuccia Prada a Valvigna (Arezzo)

Accelerazione post Covid-19 fatturato da 3 a 5 miliardi entro quattro, cinque anni. «Continueremo ad acquisire fabbriche. Non c'interessa assorbire anche dei marchi».


4' di lettura

Ha il rammarico di non poter viaggiare nel mondo a causa della pandemia. Quest’anno non andrà neppure a Auckland, in Nuova Zelanda, dove la “sua” barca sta gareggiando nell’America's Cup. Ma Patrizio Bertelli, azionista e amministratore delegato di Prada, il gruppo del lusso creato con la moglie Miuccia che oggi ha 22 fabbriche, più di 600 negozi e impiega 14mila persone, non è certo il tipo che si fa “fermare” dal virus. Dal suo ufficio di Valvigna, a due passi da Arezzo (dov’è nato), progetta, programma, dispone e commenta col piglio di sempre: «Matteo (Renzi) è un amico che dice cose giuste nei modi sbagliati»; «Al sistema industriale italiano non interessa che governo ci sia ma cosa fa per le imprese e per i lavoratori». E sul settore della moda, in cui opera da mezzo secolo, Bertelli prevede: «Tra vent’anni il mercato del lusso sarà ancora più grande di oggi».

Patrizio Bertelli (Credit B Lacombe)

Signor Bertelli, ora il vaccino c’è. Per il lusso si avvicina la normalità?
No, ancora no. Il vaccino serve a non farti morire, ma non uccide il virus. Dovremo ancora continuare a portare la mascherina, fino a quando non arriveremo a un’immunità di gregge. A livello produttivo non cambia molto. A livello di mercato il problema è soprattutto l’Europa: in questo momento abbiamo 144 negozi chiusi, è chiaro che mancano i ricavi.

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Quando ripartirà il settore?
Tutto dipenderà dal mese di marzo: a quel punto finiranno i lockdown pesanti in corso in Germania, Svizzera, Austria, Francia, Inghilterra e anche in Svezia, cambierà la stagione e ci potranno essere segnali positivi. Marzo sarà un mese fondamentale.

Anche lei prevede il boom del fashion post-Covid?
Io sono fiducioso sulla ripresa di tutti i settori quando ci sentiremo di nuov0 liberi e riprenderemo le vecchie abitudini.

Com’è successo in Cina, dove anche Prada sta crescendo?
A Pechino hanno chiuso le strade e in un giorno hanno fatto 1 milione di tamponi e arginato il virus. Io questa la chiamo democrazia organizzata, non regime. La Cina è un Paese giovane che vuole godere di tutti gli aspetti del consumismo. Non si possono fare confronti con altri, non ci sono buoni e cattivi.

L’arrivo di Joe Biden in Usa porterà sviluppo?
Qualunque presidente americano che si è insediato ha portato sviluppo. Biden annullerà alcuni atti di Trump come quelli sul clima e porterà rapporti più distesi con l’Europa.

Guardiamo a Prada. Nel 2020 (i dati di bilancio saranno diffusi entro metà marzo) i ricavi scenderanno ma avete già annunciato un risultato operativo (ebit) positivo e un miglioramento della posizione finanziaria netta. Dove avete tagliato?
Ci siamo concentrati sui costi, cercando di non gravare sui dipendenti. Ad esempio abbiamo ridotto il costo delle collezioni del 50%, diminuendo i prototipi e facendo molte più simulazioni digitali. Anche i fornitori hanno fatto la stessa cosa: non usare la leva della cassa integrazione ma dell’organizzazione del lavoro. È statl'l’ un esercizio molto utile.

C’è voluta la pandemia per spingervi a farlo?
Come c’è voluta una guerra mondiale per togliere la dittatura. La pandemia, vista dal lato giusto, ha obbligato l’industria a lavorare meglio.

Negli ultimi anni Prada ha investito molto negli stabilimenti in Italia, da ultimo nel grande centro logistico in via di completamento in Toscana. Continuerete a fare fabbriche, come stanno facendo i grandi marchi francesi?
I francesi hanno chiuso le fabbriche in Francia e, visto che in Italia non le avevano, le stanno costruendo adesso. Prada invece è nata con le fabbriche, per noi fare fabbriche è come mangiare un piatto di pastasciutta.

Dunque ne farete ancora?
Continueremo ad acquisire fabbriche, non brand che non mi interessano. Per me questo è un impegno sociale oltre che industriale, lo vedo come un modo per salvaguardare il territorio: non possiamo disperdere energie e know how, e dobbiamo pensare ai prossimi vent’anni, quando il mercato del lusso si allargherà.

Come sarà il mercato tra 20 anni?
Sarà più grande, perché ci saranno anche India e Africa.

E il gruppo Prada come sarà tra vent'anni? Passerà da 3 a 5 miliardi di fatturato?
A cinque miliardi ci arriveremo prima, nel giro di quattro-cinque anni. Il Covid ha dato una forte scossa a tutto il sistema, finita questa fase avremo una forte accelerazione. Finora non siamo cresciuti come avremmo voluto ma siamo il gruppo che ha mantenuto meglio la propria identità.

Quanto investirete tra fabbriche e negozi nei prossimi anni?
Investiremo 100 milioni all’anno. E la produzione made in Italy sarà sempre più importante. Per anni ho detto che quel che contava era il made in Prada, ma oggi il made in Italy non è più solo un tema di marketing, è un tema di difesa del territorio, del know how artigiano, delle capacità imprenditoriali. L’80% della nostra produzione è made in Italy.

Tra i vostri produttori terzisti ci sono anche aziende cinesi?
Sì, due o tre di Prato. Bisogna aiutare i cinesi, che sono bravi a produrre, e io lo sto facendo. Naturalmente vanno controllati, devono lavorare alle nostre condizioni. Ma avremo bisogno di forza lavoro nei prossimi 20 anni.

Tra pochi mesi lei compirà 75 anni. Cosa le resta da fare dal punto di vista imprenditoriale? E personale?
Dal punto di vista imprenditoriale nulla, anzi: mi legano a questa seggiola per continuare a lavorare. La mia aspirazione massima è essere lucido e attivo fino alla morte. Dal punto di vista personale vorrei tornare a volare, andare in Cina, in Giappone, in America, vedere da vicino i mercati e i nuovi giovani.

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