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Bestemmia, storia di un crimine immaginario

di Armando Torno

2' di lettura

La bestemmia sembrava sparita dall'orizzonte politico dell'Occidente. Qualche scrittore (Niccolò Ammaniti, per esempio) la ricorda e fa notare la sua diffusione, anche se Giovannino Guareschi con un pizzico d'ironia scriveva che i suoi concittadini emiliani ne facevano uso “non per negare Dio, ma per fargli dispetto”. Nei secoli scorsi era punita anche con la condanna a morte, come accadde a Firenze nel 1501 ad Antonio Rinaldeschi, che dopo aver perso al gioco lanciò escrementi contro un'immagine di Maria e fu scoperto. Se nell'antica Roma il concetto di bestemmia si confondeva con quello di empietà, con il cristianesimo le regole cambiarono. Chi era colto a pronunciarne poteva cavarsela con una multa, il carcere, l'esilio o con pene corporali: dipendeva dai luoghi e dai tempi.

Si potrebbe prendere spunto dal discorso del senatore Luigi Giampietro, “Lotta contro la bestemmia e l'immoralità”, pronunciato a Palermo nel 1929, per scoprire che nel 1228 a Verona (e anche altrove) il bestemmiatore era posto in un corbello (recipiente rotondo, di media grandezza, fatto di stecche di legno o di vimini) e tuffato ripetutamente nel fiume.

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Non mancavano inoltre condanne alla perforazione della lingua con un chiodo, o anche all'amputazione della stessa. A Cividale, in Valtellina, a Vercelli, i bestemmiatori si esponevano sulla piazza legati per il collo a una catena; si facevano poi correre per la città a colpi di sferza.

La Controriforma cinquecentesca peggiorò in taluni casi le pene, ma con il secolo XVIII i trattamenti si fecero più umani. Anche se Giuseppe II stabilì di considerare il bestemmiatore un pazzo, e di rinchiuderlo come tale. Per Voltaire l'insulto alla divinità apparteneva a un'altra epoca. E la Rivoluzione francese lo definì “crimine immaginario”.

Nonostante questo, il mondo è di nuovo in ansia per le sorti di chi è accusato di aver espresso una bestemmia. Il caso più noto - e da quel momento tutti se ne sono accorti - è quello di Salman Rushdie, scrittore naturalizzato britannico che vive sotto scorta da anni e che fu condannato a morte nel 1989 da una fatwa islamica a causa del suo libro “I versi satanici”, giudicato blasfemo dall'Ayatollah Khomeini.

D'altra parte, salvo ultimissimi cambiamenti, negli Emirati Arabi la pena di morte è prevista per i bestemmiatori musulmani, in Sudan si arriva a quaranta frustate, in Qatar si rischiano sette anni di carcere, in Algeria dieci; clemente è l'Egitto: si va al confino per sei mesi o poco più.

Un libro di Jacque de Saint Victor, Bestemmia. Breve storia di un «crimine immaginario» (Edizioni Ariele, pagg. 108, euro 14), aiuta il lettore a ricostruire le vicende di questo “peccato di bocca”. Vi si leggono fatti antichi e cronache attuali, con attenzione alla Francia. Paese nel quale un giornale satirico come “Charlie Hebdo” ha subito un attentato il 7 gennaio 2015 con dodici morti e undici feriti. La causa? Vignette e caricature considerate blasfeme.

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