mondiali 2019

Betty Vignotto: in Francia inizia il futuro del nostro calcio femminile

di Maria Luisa Colledani


Mondiali calcio femminile, azzurre pronte a sfide con Giamaica

3' di lettura

«Non cantiamo vittoria: il Mondiale di Francia è solo il punto di partenza per arrivare alla nascita di una Lega di Serie A femminile con lo status di professionismo o semi-professionismo per la calciatrici italiane». Betty Vignotto, 65 anni, presidentessa del Sassuolo femminile, è chirurgica con le parole come lo era quando, negli anni 70 e 80, furoreggiava nelle aree di rigore e segnava gol a grappoli. Quinta di 13 figli, debutta in serie A nel 1970, dopo infinite partite coi ragazzini di Via Sabbioni a San Donà di Piave (Venezia). Con i suoi 107 gol in 109 gare con la maglia azzurra (immaginate lo stile di Mariolino Corso), è stata, insieme a Carolina Morace, il simbolo di un'Italia che esportava il calcio Made in Italy nel mondo.

Calcio femminile, una ricorsa lunga cent’anni

C'è stata una fase in cui l'Italia era leader nel calcio femminile?
Nel 1971 partecipai a una manifestazione di livello internazionale che potremmo avvicinare al Mondiale, anche se non era organizzata dalla Fifa. C'erano le nazionali più importanti di allora e noi con loro: il movimento c'era ed era vitalissimo. Negli anni seguenti, nel 1984 e poi, anche durante il Mondiale del 1991 in Cina, mi è capitato di organizzare dimostrazioni per tante squadre straniere.

Poi, un lento declino, vent'anni di difficoltà, fino alla qualificazione per France 2019?
La decisione della Figc a favore del calcio femminile è stata una svolta; poi, l'arrivo di Milena Bertolini alla guida della Nazionale ha fatto il resto per i successi della Nazionale. Milena è molto preparata e conosce bene tutto l'ambiente, oltre ad allenare ragazze che si presentano in Nazionale già fisicamente preparate.

Dove arriverà l'Italia?
Il gruppo è unito, questo conta, non serve il Messi della situazione. La Nazionale è partita bene con l’Australia, e il morale è alto. Poi, ci toccherà la Giamaica che nessuno conosce bene e il Brasile, tutto estro e fantasia, della funambolica Marta. I punti ottenuti domenica scorsa sono una bella iniezione di autostima e aiutano a sgombrare la mente.

Le piacerebbe giocare nel calcio di oggi?
Ce lo chiediamo spesso con Carolina Morace: sarebbe ancora più esaltante con la preparazione ad hoc che viene fatta oggi.

C'è una azzurra a cui assomiglia?
Non mi piace fare nomi ma credo che Daniela Sabatino mi assomigli molto. È una veterana con uno spirito freschissimo, da ragazzina, è una faina dell'area di rigore. Un po' come me che anche con il passare degli anni riuscivo a trafiggere i portieri, perché avendo meno forza atletica facevo macinare di più la testa: l'esperienza conta tantissimo nel calcio.

Magari abbinata anche a mezzi economici…
Certo, sono fondamentali. Pensate che nel 1986, dopo che la Federazione femminile fu accorpata alla Lega nazionale dilettanti, in Nazionale vestivamo le maglie dismesse dei colleghi maschi… Stessi problemi di budget oggi: la serie A italiana non è appetibile per atlete straniere che renderebbero, in un virtuoso scambio, più ricco anche il nostro campionato. E non vengono in Italia per una questione economica: in Europa ci sono atlete di vertice che guadagnano 3/400mila euro all'anno, in Italia non si superano i 30mila euro. Sono necessari professionismo e assistenza pensionistica.

Perché altrimenti che futuro avranno queste atlete?
Se le carte in tavola saranno chiare – spero che la Figc continui a essere attiva nel progetto intrapreso, visti anche i risultati di questi due anni di lavoro – le famiglie potranno pensare di assecondare il desiderio delle figlie di andare a calcio perché in qualche modo, quella passione potrà diventare un lavoro, una fonte di reddito, e non solo se quelle figlie diventeranno calciatrici ma anche se sceglieranno la carriera manageriale nel calcio.

Per immaginare finalmente uno sport diverso, con pari opportunità per uomini e donne.

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