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Bezos, Musk e Branson: la corsa nello spazio sta diventando un affare privato

Spazio, ultima frontiera. Una frontiera tutta di business: a 50 anni dalla storica passeggiata nel Mare della Tranquillità di Neil Armstrong le rotte verso la Luna e oltre, tornano a far sognare, soprattutto le imprese

di Marco Valsania


#Luna50, Apollo 11 e il grande balzo dell’umanità

8' di lettura

NEW YORK - Spazio, ultima frontiera. Una frontiera tutta di business: a 50 anni dalla storica passeggiata nel Mare della Tranquillità di Neil Armstrong - da quel piccolo passo per un uomo, gigantesco per l’umanità - le rotte verso la Luna e oltre, Marte e chissà, tornano a far sognare.

Questa volta, però, nonostante le promesse di Donald Trump di eserciti spaziali e avventure cosmiche, è anche e soprattutto una corsa di imprese private. Una conquista dello spazio meno idealistica - e meno ideologica, visto che la prima scrisse un drammatico capitolo della Guerra Fredda con Mosca - guidata piuttosto dagli intrecci inestricabili tra i sogni di imprenditori-visionari e i loro obiettivi di commercializzare progetti siderali. Comprese - un domani, forse - colonie extraterrestri.

Tute e caschi da astronauta saranno insomma indossati grazie a Ceo quali Elon Musk, che tra la sua Tesla elettrica e self driving e i suoi progetti di sposare cervello umano e intelligenza artificiale, trova tempo e soldi per la Space X. O Jeff Bezos, il creatore di Amazon come pure di Blue Origin. Oppure il magnate tuttofare Richard Branson, con la sua Virgin Galactic.

Queste società capitanano una folla di meno noti gruppi e startup americane e non, costellazione che regge e spesso si sostituisce alla missione della Nasa, che dell’allunaggio di Armstrong fu artefice.

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La verità è nei numeri: il programma Apollo costò 25 miliardi, equivalenti a 600 miliardi odierni. Una cifra da allora ineguagliata e che oggi appare inarrivabile (il budget Nasa del 2019 è 21 miliardi). La spinta a raccogliere la sfida dello spazio si affievolì dagli anni Settanta - l’ultimo a camminare sulla Luna fu Eugene Andrew Cernan nel 1972 - parte di una stagione di declino nella ricerca pubblica all’ombra di crisi di risorse e concezioni meno ambiziose del ruolo dello Stato. Un paragone per tutti: negli anni Sessanta il governo investiva qui il doppio dei privati, oggi sono le aziende a spendere tre volte tanto. La ricerca applicata, in particolare, è appalto delle imprese - orbite siderali comprese.

Non che i legami tra avventure spaziali e interessi di business siano nuovi: tra il 1960 e il 1973 i dottorati in ingegneria e scienze triplicarono e tecnologie originate dal programma spaziale si tradussero in avanzamenti nei computer, nella miniaturizzazione di componenti, in software. Adesso hanno però i business hanno una poltrona di primissima fila. Non manca la spinta di un nuovo duello tra potenze nella gara allo spazio - questa volta con la Cina, che ha promesso una base lunare entro il 2030 - ma il duello odierno Washington-Pechino non ha gli echi profondi e la spinta propulsiva di quello che fu tra la Casa Bianca e il Cremlino. Sono così sempre più le imprese oggi ad agire da protagoniste della nuova stagione dell’esplorazione, anzichè da ancelle dei governi.

Il boom delle startup
Space Funds è un caso esemplare. La società di venture capital dedicata a finanziare imprenditori dello spazio vanta in portafoglio 58 progetti solo legati alla Luna, parte di un totale di 1.800. Dal 2000 le cosiddette Space Startups hanno intascato fondi pari a 8,4 miliardi, per il 90% negli ultimi cinque anni a dimostrazione del crescente entusiasmo che circonda le iniziative. Il moltiplicarsi dei nuovi gruppi ha già visto scendere i costi per decollare trasporto di cargo verso la Stazione spaziale internazionale a 250 miglia dalla Terra. Anche se la Luna rimane una meta più ardua: occorre moltiplicare per mille quel percorso. La destinazione dei capitali evidenzia gli ostacoli da superare per molti imprenditori: gran parte dei finanziamenti ha per ora trovato la via dei progetti più limitati, quali satelliti di telecomunicazione, rispetto a quelli più avveniristici.

Se la Nasa apre al turismo spaziale
La via dello spazio attraverso una sua commercializzazione trova tuttavia inattesi alleati o compagni di strada. La stessa Nasa, sempre a caccia di fondi per la sua sopravvivenza dei quali rimane a corto, dopo averle a lungo snobbate, sta studiando inedite opportunità per la Stazione spaziale. E lo fa nonostante le critiche di chi grida ai rischi di una privatizzazione dello spazio. Potrebbe applicare una commissione da 35.000 dollari a notte per spalancare le porte a una sorta di albergo orbitante ospitato nella stazione, immaginando il decollo verso di lei di razzi e passeggeri facoltosi e interessati a un soggiorno alternativo o a particolari studi. Astronauti privati potrebbero intrattenersi per 30 giorni nei “locali” e lavorare in orbita oltre che ammirare il panorama. La gara è già aperta tra aziende che intendono sfruttare la svolta, con ogni missione che in tutto potrebbe costare 50 milioni: tra i primi a prenotare viaggi commerciali ci sono stati la Bigelow Aerospace del Nevada, che ne ha in preparazione quattro (ciascuno con quattro posti disponibili) utilizzando per il volo la Space X di Musk. La Axiom del Texas sta a sua volta studiando vacanze spaziali a partire dall'anno prossimo.

La Luna - e Marte - ai privati?
Non basta: la Nasa prepara anche un porto d’attracco verso la Luna, il Gateway, che assicuri ruoli centrali al business. Ha affidato per 375 milioni di dollari alla Maxar Technologies la costruzione, il lancio e i test, assieme a Blue Origin e Draper Laboratory, di questo cosiddetto Power and Propulsion Element. Altre tre startup, la Astrobotic Technology, la Intuitive Machines e la Orbit Beyond sono state incaricate di sviluppare moduli di allunaggio dall'anno prossimo capaci di scaricare attrezzature scientifiche in località lunari di particolare interesse. Astrobotic sta anche mettendo a punto un MoonRanger che percorra il suolo per mappature tridimensionali. Altri veicoli sono in preparazione da Lunar Outpost al fine di analizzare le risorse della Luna. Oxeaon Energy studia un procedimento chimico che sappia convertire ghiaccio lunare in ossigeno e carburante. Oltre confine, la viennese Lithoz intende utilizzare il 3D Printing sulla Luna, in barba alle condizioni climatiche o alle polveri. La Altius prepara un durevole robot in grado di operare con molteplici attrezzi. Un'altra società ancora, Housing, sta progettando abitazioni per quattro persone con materiali disponibili sulla Luna o su Marte.

Il pioniere: Elon Musk
Tra i nuovi avventurieri spaziali è sicuramente Musk a farla da pioniere e da padrone. Il suo più recente successo l’ha avuto a Cape Canaveral, venerabile base per il decollo di sogni spaziali. Un razzo si è staccato dal promontorio della Florida il 24 giugno. A bordo del Falcon 9 un grappolo di 60 satelliti. Obiettivo: metterli in orbita attorno al nostro pianeta, a 270 miglia di distanza, prima parte d’un nuovo sofisticato sistema di comunicazione Internet, Starlink. A un'ora dal lancio, il piccolo esercito tecnologico si è sganciato dal propulsore e ha dato il via lentamente alla missione individuale di ciascun satellite, raggiungere progressivamente la propria bassa orbita.

Spazio, lanciati in orbita i primi 60 satelliti di Space X

Il marchio di fabbrica del progetto appartiene alla Space X di Musk, nata nel 2002. Che da allora è diventata una sorta di Uber spaziale, pronta a portare cargo di terzi. Ma anche impegnata in attività tutte proprie, quali appunto Starlink. Un tempo Space X era considerata la più tribolata idea di Musk. Oggi appare tutt’altro che fantascienza: prevede una rete di centinaia, forse migliaia di satelliti per la comunicazione ad alta velocità. Musk ne ha ipotizzati fino a 12.000, al ritmo di mille o duemila l'anno. Un numero che trasformerebbe SpaceX in un re assoluto, visto che al momento il totale dei satelliti in orbita è di forse cinquemila. Se e quando sarà del tutto operativa, la nuova rete potrebbe agli occhi di Musk connettere ogni angolo del pianeta attraverso una ultra-potente autostrada elettronica. Ma Starlink potrebbe anche dare credibilità e risorse, grazie al boom delle entrate del nuovo servizio, al sogno di finanziare spedizioni spaziali vere e proprie - con carichi di esseri umani - alla volta di Marte e della Luna. È nei piani: le prime due navicelle cargo targate SpaceX ad atterrare sul Pianeta Rosso potrebbero essere lanciate nel 2022, per dare la caccia a fonti d’acqua e cominciare a preparare la costruzione di un impianto di carburante. Due anni dopo altre quattro missioni dovrebbero decollare con le prime persone a bordo, gli albori di una colonia.

Quanto possa generare tutto questo in termini di affari è difficile dirlo. Musk ha stimato che la sua tradizionale attività di lanci commerciali, per conto terzi, può crescere fino a 3 miliardi l’anno. I ricavi legati ad un nuovo servizio Internet “spaziale” quale Starlink potrebbero invece generare almeno dieci volte tanto, 30 miliardi l'anno. I razzi Falcon, che hanno la caratteristica di essere riutilizzabili, sono diventati talmente popolari che la Ue ha deciso nei fatti di “copiarli”, con un programma chiamato Retalt con sede principale in Germania. E c’è poi il potenziale difficile da misurare dei viaggi interplanetari tra colonie spaziali. Un prototipo per il suo programma Starship è reduce da un test fallito, ma il progetto prosegue con meta un atterraggio di un modulo senza equipaggio sulla Luna fra due anni - e una riedizione della camminata di Armstrong nel 2023. Questo simbolicamente batterebbe sul filo di lana la Nasa che al momento non prevede alcun allunaggio prima del 2024.

Il grande rivale: Jeff Bezos
Con la sua Blue Origin - blu dal colore attribuito al pianeta Terra quando osservato dallo spazio - Jeff Bezos vuole tenere il passo di Musk nella conquista delle nuove opportunità spaziali. Blue Origin predata anzi di due anni in realtà la rivale Space X. È però rimasta spesso finora nella sua ombra. Ma non è affatto ferma: sta sviluppando voli suborbitali per poi, come nel suo motto latino Gradatim Ferociter (passo a passo, con tenacia) offrire quelli in orbita e future missioni lunari. Dal quartier generale di Kent, nello stato di Washington, e da centri di ricerca in Texas, dal 2014 ha già condotto esperimenti con tecnologie per i voli più ambiziosi. E quest'anno Bezos ha delineato la sua visione per lo spazio, che ha sua volta rivaleggia con i sogni di Musk: è popolata di milioni di persone che vivono e lavorano in stazioni spaziali e in centri lunari. Ha studiato tecnologie per decolli e atterraggi verticali; e messo a fuoco disegni per un modulo di allunaggio, chiamato Blue Moon, che dovrebbe essere pronto per l’uso entro il 2024 e il cui motore, il BE-7, è allo stadio di prototipo.

Tra i progetti iniziali in vista di una colonizzazione, c’è il trasporto di carichi verso la Luna in partnership con l’Università dell'Arizona. Bezos punta allo spazio anche attraverso Amazon: il colosso dell'e-commerce e di Internet, in diretta concorrenza con Space X e il suo Starlink, quest'anno ha chiesto l'autorizzazione dell'ente federale Fcc per lanciare 3.236 satelliti collegati tra loro e in grado di offrire servizi broadband. Un sistema battezzato Project Kuiper, che dovrebbe mirare a un mercato di 3,8 miliardi di consumatori che, a detta dell'azienda, al momento non ha affidabili performance online.

Il terzo incomodo: Richard Branson
Tra Musk e Bezos, il terzo incomodo è Richard Branson che, con le oltre 400 controllate del suo Virgin Group, un impero creato dagli anni Settanta, non è nuovo all’avventura e al rischio. La sua Virgin Galactic diventerà presto quantomeno la prima società di turismo e esplorazione spaziale a volare in Borsa. Nell’orbita di Wall Street arriverà entro l’anno grazie a un'operazione che vede l’investimento nel gruppo da parte di una Spac, la Social Capital Hedosophia Holdings creata e capitanata da un ex top executive di Facebook, Chamath Palihapitiya. La Spac, cioè un veicolo speciale quotato dedito a trovare opportunità per rilevare aziende, investirà 800 milioni di dollari ottenendo una partecipazione del 49% nella Virgin Galactic. E come conseguenza, nei prossimi mesi, i titoli della società spaziale faranno il loro ingresso sul parterre azionario, primi in assoluto a compiere questo passo tra i leader del settore. Con i capitali raccolti, Branson finanzierà a seguire i suoi progetti galattici. Ha già “venduto” posti da futuro astronauta a oltre 600 passeggeri, per un totale di 80 milioni di dollari. Un biglietto da 250.000 dollari compra un volo da 90 minuti con Virgin Galactic. Il primo viaggio suborbitale riuscito è ormai alla spalle, nel dicembre 2018 con la VCC Unity; nel febbraio di quest'anno ha imbarcato anche il primo passeggero. Il futuro resta però incerto: nel 2014 aveva sofferto una significativa battuta d'arresto a causa di un grave incidente alla sua navicella tuttora sperimentale SpaceShipTwo, che costò la vita a uno dei due piloti.

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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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