L’intervista al ministro

Bianchi: «Laboratori e istituti aperti al territorio per la scuola del futuro»

C’è da recuperare il fardello che la troppa didattica a distanza dei mesi scorsi ha lasciato sugli apprendimenti dei ragazzi. Un aiuto dalle risorse del Pnrr

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Primo giorno di scuola, il messaggio del ministro Bianchi: "Bentornati, tutto il Paese è con noi"

3' di lettura

La scuola del futuro ha «saldo il principio della condivisione dei saperi: si studia insieme, si lavora insieme, si impara insieme». E, poi, è «una scuola in cui si sperimenta di più, si fa laboratorio e non solo di scienze». E, ancora, è una scuola «capace di uscire dalle quattro mura e di aprirsi al territorio, più integrata con questo». A dirlo è stato il ministro Patrizio Bianchi, intervenendo all’evento digitale del Sole 24Ore sull’istruzione del post-Covid. Una scuola - ha aggiunto il responsabile dell’Istruzione - «in cui si condividono le esperienze, anche del digitale, per permetterne un uso critico». Una scuola in cui si «fa tesoro delle esperienze fatte per poterle generalizzare», così da farla diventare - ha sottolineato l’ex rettore di Ferrara - «uno strumento di recupero di quella inaccettabile disparità tra i nostri territori che è uno degli elementi che segna di più il paese».

L’inizio dell’anno scolastico è andato bene. Guardando indietro però c’è da recuperare il fardello che la troppa didattica a distanza dei mesi scorsi ha lasciato sugli apprendimenti dei ragazzi. Un aiuto in tal senso può arrivare dalle risorse del Pnrr o da un’ultima coda del piano estate?

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Sono appena tornato da Pizzo Calabro, ieri (lunedì 20 settembre, ndr) è stata una giornata emozionante. Il presidente della Repubblica ci ha donato parole bellissime per questa scuola e anche per la scuola del futuro. Abbiamo lavorato da marzo-aprile per permettere ai nostri ragazzi di recuperare non solo le competenze ma anche l’amicizia e la fraternità perse in quei momenti. Abbiamo tenuto in classe quasi tutti i bambini più piccoli e riportato in presenza il prima possibile i ragazzi più grandi. E sempre in presenza abbiamo fatto gli esami di maturità e di terza media. La scuola d’estate ci ha permesso non solo di recuperare un milione e 650mila ore di didattica, ma anche di sperimentare la scuola del futuro. Cioè una scuola che è più sperimentale, con più laboratorio, con più condivisione della conoscenza. È vero che abbiamo un fardello pesante ma è un fardello su cui bisogna riflettere attentamente perché anche nei momenti più duri possiamo apprendere e fare nostre cose per il nostro futuro. È proprio nel momento più difficile che abbiamo cominciato a costruire la scuola del futuro.

Pensare alla scuola del futuro significa pensare a nuovi spazi e una nuova didattica. Riusciremo a incidere con i fondi del Pnrr?

Sì. Riusciremo a incidere con il lavoro che stiamo facendo tutti insieme. Ci sono tantissime persone che in Italia stanno ragionando, stanno sperimentando. La scuola del futuro non nasce per la volontà di un pensiero, ma nasce raccogliendo al meglio tutte le esperienze che stiamo facendo da anni. La Fondazione Agnelli da tempo ragiona sul tema degli spazi, la didattica tra quattro mura è per forza costretta, stiamo ragionando sugli spazi per una didattica più condivisa, con più laboratori, di matematica, lingua, scrittura. I 35mila progetti che abbiamo fatto durante l’estate si sono dimostrati uno strumento potentissimo di educazione collettiva.

Parlare di educazione collettiva significa parlare di insegnanti. Quest’anno sono state fatte 59mila assunzioni ma continuiamo ad avere una classe docente troppo vecchia, ce l’ha ricordato l’Ocse. C’è l’obiettivo di ringiovanirla?

Ce l’ha ricordato l’Ocse con cui siamo in dialogo continuo ma ce lo ricordiamo noi stessi. La riforma della didattica si fa con i docenti, con il personale tecnico amministrativo e con i dirigenti: dobbiamo formare gli insegnanti, non solo i nuovi ma anche riqualificare quelli che abbiamo, dando più spessore organizzativo alla scuola. Su questo stiamo scrivendo l’atto di indirizzo per i contratti ed è uno dei cardini del Pnrr. Ma c’è un’altra riflessione da fare: abbiamo fatto quasi 60mila assunzioni in ruolo, abbiamo attuato i concorsi straordinari avviati dal governo precedente, completeremo i concorsi ordinari, ridisegneremo la modalità per dare cadenza regolare ai concorsi ma bisogna avere un percorso più chiaro a livello universitario per permettere a chi vuole fare l’insegnante di sceglierlo sin dall’inizio. Insegnare non può essere una scelta dell’ultimo momento e questo coinvolge moltissimo le nostre università».

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