economia a due ruote

Bici cinesi, la Ue allarga i dazi all’Asia. Le imprese: salvi 100mila posti

di Laura Cavestri


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3' di lettura

La grande muraglia cinese che protegge da anni le biciclette europee resta più forte che mai. E conferma il suo “firewall” antifurbi: ovvero, sotto la scure cadono non solo le produzioni “Made in China” ma anche le importazioni cinesi spedite dall’Indonesia, dalla Malaysia, dallo Sri Lanka, dalla Tunisia, dalla Cambogia, dal Pakistan e dalle Filippine, Paesi spesso utilizzati dai produttori di Pechino per delocalizzare o semplicemente spedire i propri prodotti in dumping aggirando i veti di Bruxelles.

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Ue (L 225/1 del 29 agosto) – ed è quindi in vigore da ieri – il regolamento 2019/1379 che conferma – per ulteriori 5 anni – i dazi antidumping – al 48,5% – nei confronti delle importazioni, in Europa, di biciclette dalla Cina. Non solo, nella misura ci sono anche Indonesia, Malesia, Sri Lanka, Tunisia, Cambogia, Pakistan e Filippine, in quanto il riesame delle misure, iniziato l’anno scorso, ha confermato che questi Paesi riesportavano il prodotto cinese in Europa con l’unico obiettivo di aggirare i divieti imposti da Bruxelles. Una concorrenza giudicata sleale perchè, a differenza di quanto accade in Europa, in Cina è Pechino a decidere quanto le aziende devono produrre e a “sussidiare” le proprie imprese – dai bassi costi di acciaio e alluminio a quelli di ricerca e sviluppo – in un quadro di competizione distorta.

Volumi e posti di lavoro in Ue

Quella delle biciclette è in Europa – e soprattutto in Italia – un’industria ancora fiorente (non più negli Usa, dove proprio la concorrenza sleale cinese ha spazzato via la filiera).

Secondo i dati diffusi dalla Commissione europea, l’industria Ue delle biciclette produce ogni anno oltre 11 milioni di pezzi in 22 Stati membri. Il settore offre lavoro, direttamente o indirettamente, a 100mila persone in circa 900 imprese, che generano annualmente oltre 1 miliardo di euro di investimenti nella Ue e circa 12 miliardi di euro di crescita della produzione industriale.

«L’industria europea – ha sottolineato Moreno Fioravanti, il segretario di Ebma (l’associazione europea dei produttori di bici) – ha sempre investito in innovazione e tecnologia. Ha potuto farlo grazie al fatto che il mercato era tutelato dai dazi antidumping e questo ci ha consentito di poter continuare a innovare. Oggi il 50% dei componenti bici è fatto nella Ue. La bicicletta a pedalata assistita è stata inventata in Europa proprio grazie a queasta capacità di investimento che negli anni non è venuta meno a causa della concorrenza sleale. Perchè in Ue investono i privati. In Cina l’innovazione si fa con i finanziamenti dello Stato». Del resto – fa notare la Commissione nel regolamento Ue antidumping sulle bici — il XIII piano della Cina per le biciclette stabilisce, entro il 2020, un tasso di crescita medio annuodel comparto pari al 6 %, pari a 200 miliardi di yuan (circa 25 miliardi di euro).

Il settore in Italia

Solo in Italia, il settore occupa più di 14mila addetti in circa 250 imprese e realizza un fatturato di oltre 1,2 miliardi di euro.

«Il beneficio della concorrenza sul mercato è un valore fino a quando resta leale – ha spiegato Giannetto Marchettini, il commissario di Ancma (l’Associazione nazionale ciclo motociclo accessori) –. Questo limite è stato superato ed è giusto condurre queste battaglie. È una presa di posizione che non riguarda solo aspetti economici, ma anche la tutela di un’eccellenza e della riconoscibilità del saper fare italiano».

Contro ogni evidenza, nell’era della sharing economy, con una straordinaria crescita di bike sharing a postazione fissa e free floating (+ 147% solo nel 2017 e una flotta di circa 40mila mezzi sul territorio), il mercato interno delle biciclette continua a tenere. Sono infatti 1.595.000 le biciclette vendute nel 2018, mentre la produzione si attesta su oltre 2.445.000 di pezzi.

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