Due ruote

Biciclette, allarme delle imprese: armatori e fornitori dall’Asia penalizzano la produzione

Nel 2020 il segmento salito del 44% per cento. In tutto vendute 2 milioni di bici tradizionali. Magri (Ancma): «Parte della filiera delle forniture andrebbe riportata in Italia»

di Sara Monaci

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3' di lettura

Quando la domanda supera l’offerta. Succede raramente, soprattutto ai tempi del Coronavirus. Eppure l’industria della mobilità su due ruote sta vivendo questa anomalia. La bicicletta ha vissuto un anno di boom, che peraltro promette di proseguire anche nel prossimo futuro. E tuttavia i problemi del settore riguardano il fatto che le forniture di componentistica, provenienti dall’Asia, non riescono a stare al passo con la domanda. A questo si aggiunge un altro scoglio, quasi più geopolitico che industriale: il cartello dei prezzi - e dei tempi di consegna - messo in atto dai tre grandi consorzi mondiali del trasporto intercontinentale.

Il boom dell’e-bike

L’e-bike cresce nelle vendite a due cifre. Durante la pandemia è stata vista come un modo alternativo per muoversi in città. La diffusione è stata peraltro incoraggiata dalle amministrazioni pubbliche, che hanno aumentando le piste ciclabili riducendo gli spazi per l’auto.

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Nel 2020 l’incremento in Italia è stato del 44%, anche perché ovviamente era ancora poco diffusa. Ma anche per i prossimi anni l’incremento potrebbe essere notevole visto che sono ancora lontani i traguardi già raggiunti da altri paesi europei. «Il fatto positivo è che l’e-bike non ha sottratto nulla ad altri segmenti, anzi ha ingrandito la torta e portato questo mezzo anche a chi non lo aveva», spiega Paolo Magri, presidente dell'associazione delle due ruote Ancma, che conta 170 associati della filiera. E infatti anche la bici tradizionale è andata bene, complici gli incentivi: sono stati venduti 2 milioni di pezzi tra bici tradizionali e e-bike, con un incremento sul 2019 del 14 per cento.

Fornitori asiatici troppo lenti

Fatto paradossale: il trend di crescita potrebbe essere inibito non dalla domanda, ancora crescente, ma dalla difficoltà di stare al passo con la produzione da parte dei fornitori di componentistica, perlopiù cinesi. Dall’Asia arrivano per esempio freni, ruote, cambi e talvolta parti del motore.

«Certamente l’anno della pandemia potrebbe aver peggiorato la situazione, perché è difficile far ripartire ciò che è stato fermato - spiega Magri - Tuttavia sta emergendo una falla del nostro sistema produttivo. In Cina soprattutto, ma anche in India e a Taiwan, l’industria della componentistica per biciclette non sta al passo con il nostro fabbisogno, rischiamo di non intercettare del tutto il trend favorevole a causa di questi ritardi».

Un fatto apparentemente paradossale, sì, ma che affonda le radici nella corsa alla delocalizzazione degli anni Novanta. «Ora il mondo dell’industria deve riflettere se riportare qualche produzione in Italia e in Europa, magari anche attraverso il sostegno dalla politica», conclude il presidente di Ancma.

Il cartello degli armatori

A rallentare la corsa c’è anche il problema del trasporto intercontinentale. Dopo la pandemia i prezzi sono in alcuni casi addirittura decuplicati. Ma anche i tempi si sono notevolmente allungati, a causa del fatto che le prime cinque o sei compagnie mondiali si sono associate in tre consorzi, coprendo da soli l’85% di tutto il traffico.

L’organizzazione consortile sembrava inizialmente un modo per migliorare il servizio. In realtà si è rivelata una “trappola” per aziende e spedizionieri. Gli armatori infatti usano mezzi sempre più grandi per ottimizzare i costi - motivo per cui una nave è rimasta bloccata recentemente nel canale di Suez -, e fanno partire le merci solo quando i container sono pieni. Il risultato è che i tempi di consegna si sono più che raddoppiati. Un esempio: da Genova a New York ci volevano 15-18 giorni, ora si supera il mese. Nel breve periodo non si riesce a intravedere una via d’uscita, se non attraverso l’attività di lobby delle associazioni degli spedizionieri presso l’Unione europea o l’antitrust americana, che contrasti quella, finora più forte, degli armatori.

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