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Biden cerca uno zar per l’Asia, obiettivo ricalibrare la risposta a Pechino

Il nodo è definire con gli alleati una strategia che confronti la minaccia cinese tenendo però aperta la cooperazione su temi quali pandemia e clima

di Marco Valsania

Commercio, Pechino boccia le politiche Usa contro la Cina

Il nodo è definire con gli alleati una strategia che confronti la minaccia cinese tenendo però aperta la cooperazione su temi quali pandemia e clima


3' di lettura

Joe Biden cerca uno zar per sciogliere i nodi dell'Asia. Il Presidente eletto americano prepara la nomina di un responsabile per la politica regionale - in particolare per la gestione dei tesi rapporti con Pechino. Un nuovo zar avrebbe una poltrona nel Consiglio per la sicurezza nazionale. E sarebbe coadiuvato da tre esponenti impegnati a seguire più direttamente Cina, India e Giappone assieme ad altri alleati regionali.

Missione delicata

La mossa in discussione, rivelata dal Financial Times, riflette la delicata missione della prossima amministrazione democratica su una frontiera sempre più strategica: erede sia del “pivot verso l'Asia” di Barack Obama, la svolta verso il continente affidato alle armi della diplomazia. Che della “guerra fredda” di Donald Trump, a colpi di iniziative aggressive e imprevedibili per fare i conti con la Pechino, quali i dazi commerciali unilaterali.

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Biden ha definito il suo nuovo atteggiamento assieme come “duro” con la Cina - su sicurezza nazionale e militare, primato economico e tecnologico, difesa di diritti umani e democrazia. Ma anche aperto alla cooperazione sulle sfide comuni, dalla pandemia al cambiamento climatico. “Gli Stati Uniti devono essere severi con la Cina - ha indicato di recente - ma il modo più efficace per affrontare questa sfida è costruire unità con gli alleati e i partner”. Così facendo intende “confrontare i comportamenti a base di abusi e violazioni dei diritti umani della Cina, anche mentre cerchiamo di cooperare con Pechino su questioni dove gli interessi convergono, quali il cambiamento climatico”. Potrebbe essere, avvertono alcuni osservatori, più facile a dirsi che a farsi.

Una poltrona che scotta

La decisione sulla creazione della posizione non è ancora definitiva, testimonianza proprio della complessità della partita: il dibattito ha contrapposto chi ritiene una nomina rifletta l'importanza dell'area, da comunicare in particolare ad alleati che si siano sentiti trascurati o spiazzati dall’America First di Donald Trump. E chi teme possa invece e paradossalmente elevare eccessivamente l'importanza della Cina, facilitando le sue pressioni. I candidati alla poltrona che scotta però non mancano, tra i quali Jeffrey Prescott, del Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement, già impegnato sul Medio Oriente durante l'amministrazione Obama. Ancor più, è stato collaboratore di Biden proprio sull'Asia, quale vice-consigliere di sicurezza nazionale quando Biden era vice Presidente.

Obiettivo “distensione”?

L'attenzione a ricalibrare l’agenda asiatica, che uno zar sia ufficialmente scelto o meno, è stata riaffermata dalla squadra di politica estera di Biden, cercando di delineare questo nuovo cammino di diplomazia muscolare. Il prossimo Segretario di stato Antony Blinken ha definito un errore, “irrealistico e controproducente” puntare quale soluzione sul semplice decoupling economico rispetto alla Cina. Il neo-consigliere per la sicurezza nazionale ha messo nero su bianco su Foreign Affairs quest'anno che la Casa Bianca dovrebbe piuttosto puntare a “stabilire termini favorevoli di coesistenza” in quattro aree cruciali di competizione: militare, economica, politica e di governance globale. Simile approccio ha mostrato John Kerry, zar sul clima, affermando che i suoi obiettivi possono essere perseguiti anche tra “serie differenze” con Pechino. Un atteggiamento che fa forse eco a epoche di distensione con Mosca, che al pesante confronto affiancavano il dialogo. Sono tuttavia presenti anche voci più aggressive tra i consiglieri di Biden: Michele Flournoy, tra gli esponenti in pole position quale Segretario alla Difesa, ha sottolineato il rilievo della “capacità militare” di Washington quale deterrente per Pechino, quando sono in gioco Taiwan come rivendicazioni nelle acque circostanti.

Le pressioni del Congresso

Biden farà anche i conti con un Congresso dove si è rafforzato un consenso bipartisan su alzate di scudi nei confronti di Pechino. Anche di forte valore simbolico, politico e militare. L'ultimo rapporto annuale della Commissione parlamentare sui rapporti con la Cina ha raccomandato la promozione di fatto al rango di ambasciatore del diplomatico americano oggi a Taiwan, il direttore dell'American Institute. L’ipotesi è di trasformare la posizione in un ruolo che ottiene conferma dal Senato, conferendogli automaticamente maggior autorevolezza. La Cina considera una sfida aperta qualunque riconoscimento di Taiwan. Pressioni parlamentari sulla Casa Bianca potrebbero aumentare inoltre per reazioni americane più convinte ai giri di vite repressivi e a Hong Kong e contro minoranze in Cina.

Il fronte economico

La politica sulla Cina è particolarmente ardua anche sul terreno economico. L’idea è che possano in futuro rientrare conflitti commerciali aperti e destabilizzanti, a favore di una maggior diplomazia economica e di un maggior lavoro assieme agli alleati asiatici e anche europei per fare fronte comune al cospetto di Pechino. Lo sviluppo di questo aspetto si inserisce in un più generale ripensamento della globalizzazione per Biden, con i toni del nazionalismo economico, introdotti con forza da Trump, mediati da sforzi di rilanciare il multilateralismo quale strumento principe per affrontare tensioni e crisi.


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