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Biden non porterà il disgelo nelle relazioni tra Usa e Cina

Dazi, tecnologia, sfere di influenza, diritti umani: la competizione tra le due superpotenze è destinata a continuare

di Gianluca Di Donfrancesco

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Il presidente eletto Joe Biden

Dazi, tecnologia, sfere di influenza, diritti umani: la competizione tra le due superpotenze è destinata a continuare


4' di lettura

Il grande gelo è sceso nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina: lontanissimi i tempi dell’economic engagement di Kissinger e Nixon, lo scontro è aperto. Alla competizione economica, su commercio e supremazia tecnologica, si sovrappongono tensioni sempre più forti su sfere di influenza e diritti umani: Mar della Cina meridionale, Hong Kong, Taiwan sono i dossier principali, ma frizioni si sono riaccese anche sul trattamento delle etnie in Tibet e Xinjiang. Il ritorno della geopolitica vecchio stile, quella delle alleanze militari e delle contrapposizioni tra blocchi, anche ideologici. A tutto questo si sommano le accuse al regime cinese per l’opaca gestione della pandemia di Covid-19.

A cambiare lo stato delle relazioni tra le due superpotenze globali non sarà l’avvicendamento alla Casa Bianca. Joe Biden ha dato del «delinquente» a Xi Jinping in campagna elettorale e ha definito «genocidio» il programma cinese di detenzione e rieducazione degli uiguri nello Xinjiang. Xi ha aspettato fino a venerdì 13 prima di aderire al rito delle congratulazioni nei confronti del presidente eletto. Ma al di là delle schermaglie, da Biden Pechino si aspetta al massimo qualcuno che guardi alla Cina come a un concorrente e non come a un nemico.

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Una nuova dottrina multilaterale

Come scrive Richard Haass, su Foreign Affairs, l’Amministrazione Biden avrà bisogno di tempo per elaborare una politica completa. Quello che ci si può aspettare nell’immediato, è l’impegno a definirla in stretto coordinamento con gli alleati in Asia e in Europa: in questo modo otterrebbe un consenso più ampio e maggiori probabilità di successo rispetto alle spallate da solista di Donald Trump. Biden, scrive inoltre Haass, può tentare di avviare «un dialogo serio e strategico con Pechino, al fine di determinare temi di potenziale cooperazione, ad esempio sulla Corea del Nord e sui cambiamenti climatici, e di circoscrivere le aree di inevitabile disaccordo, o più realisticamente, forse, di limitare la possibilità che tali disaccordi sfocino in uno scontro».

Biden potrebbe forse cercare di recuperare le fila della strategia del contenimento tentata da Barack Obama con la sua dottrina «Pivot to Asia», che aveva nella Trans Pacific Partnership il suo strumento principale: 12 economie del Pacifico unite in una sorta di cordone commerciale attorno alla Cina. L’Amministrazione Trump l’ha immediatamente ripudiato: nel vuoto lasciato, la Cina anni ha costruito la propria rete di relazioni economiche con la Regional Comprehensive Economic Partnership appena siglata.

Il terreno perso non è irrecuperabile: molti Paesi dell’area, a cominciare da India e Giappone, subiscono con irritazione crescente l’espansionismo cinese.

Dazie e tecnologie

Biden eredita da Trump dazi su tre quarti delle importazioni dalla Cina e quattro anni di retorica che hanno fatto breccia nell’opinione pubblica. Convinto sostenitore del libero scambio, in campagna elettorale il democratico ha tuttavia a sua volta accusato Pechino di «assalto alla creatività americana», furto di proprietà intellettuale, attacchi informatici e sussidi ingiusti. Una volta insediato alla Casa Bianca, sarà spinto a continuare su questa linea dal Partito democratico, nelle cui fila ci sono esponenti che hanno scavalcato perfino l’Amministrazione Trump quanto a oltranzismo. Il mese scorso, i parlamentari Democratici hanno presentato un piano da 350 miliardi di dollari «per affrontare la chiara e presente minaccia che la Cina rappresenta per la nostra prosperità economica e sicurezza nazionale».

La guerra commerciale è solo l’aspetto più appariscente di una competizione profonda e drammatica: quella per la supremazia nelle nuove tecnologie, chiave per il dominio dell’economia del futuro. Lo scontro è cominciato ben prima di Trump, che lo ha esaltato con le sanzioni e i provvedimenti su Huawei, Zte, Tik Tok (solo per citare i casi più eclatanti), e non finirà con la sua Amministrazione. Gli Stati Uniti non arretreranno di un passo. Nel programma Buy American di Biden, ci sono 300 miliardi di dollari per la creazione di posti di lavoro qualificati in settori come veicoli elettrici, 5G, reti mobili, intelligenza artificiale e energie rinnovabili. Servono a difendere gli Stati Uniti dalla sfida lanciata da Pechino con il piano Made in China 2025 e ribadita nel piano quinquennale appena varato da Xi Jinping.

Hong Kong

In campagna elettorale, il neo presidente ha promesso di dare piena attuazione alle leggi che puniscono Pechino per aver eroso l’autonomia di Hong Kong. Secondo Jean-Pierre Cabestan, professore di studi internazionali dell’Università Battista di Hong Kong, «sarà molto difficile abbassare i toni e allentare le sanzioni». Tanto più che la morsa del regime cinese si stringe sempre più: pochi giorni fa i parlamentari democratici si sono dimessi in massa dall’Assemblea legislativa di Hong Kong per protestare contro l’espulsione di alcuni di loro, per «scarso patriottismo». Su questo fronte l’asse tra Usa e Europa è già nei fatti.

Taiwan e Mar della Cina meridionale

Nel gennaio del 2016, Tsai Ing-wen ha conquistato la presidenza di Taiwan promettendo di difenderne identità e indipendenza dalle pressioni della Cina, che la considera parte del proprio territorio nazionale. Su quell’impegno, Tsai Ing-wen si è guadagnata la riconferma nel 2020, insieme all’ostilità di Pechino. Le tensioni sono aumentate dopo la lezione impartita dal regime di Pechino a Hong Kong con la draconiana legge sulla sicurezza nazionale.

L’Amministrazione Trump si è inserita in questa relazione complicata incrementando le vendite di armi a Taiwan. Taipei, che prende sul serio le minacce di invasione cinese, cercherà anche con Biden di cementare il legame con gli Usa. Il democratico non potrà inviare segnali di incertezza, per non minare la credibilità degli Stati Uniti e del loro impegno verso gli alleati nella regione. Il teatro di attrito è direttamente collegato a quello più ampio del Mar della Cina meridionale, dove Pechino è sempre più aggressiva e navi militari Usa e cinesi incrociano le rotte.

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