ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùla difficile transizione

Biden: situazione imbarazzante. Non ci sono prove di brogli per gli scrutatori

Trump twitta: vinceremo e il ministro della Giustizia avvia un’indagine federale sui risultati. Ma la Corte Suprema intanto dà ragione a Biden sull’Obamacare

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam

Pressing di Kushner e Melania ma Trump non si arrende

Trump twitta: vinceremo e il ministro della Giustizia avvia un’indagine federale sui risultati. Ma la Corte Suprema intanto dà ragione a Biden sull’Obamacare


5' di lettura

NEW YORK - Il rifiuto di Trump di riconoscere la sconfitta «è imbarazzante» dice Biden, che ostenta però sicurezza sul processo di transizione: «È già in corso, nulla ci può fermare. Il rifiuto del presidente non avrà molte conseguenze, possiamo andare avanti anche senza fondi e senza briefing. E comunque non vedo l'ora di parlare con lui», ha concluso parlando dal suo quartier generale a Wilmington, in Delaware, dietro una scritta a grandi lettere che rimarcava che lui è il presidente eletto.

«VINCEREMO!» ha twittato Donald Trump barricato nel fortino della Casa Bianca. Continua a insistere sulla tesi delle frodi elettorali. Il fedelissimo ministro alla giustizia William Barr ha annunciato la apertura di una inchiesta federale sulle presunte irregolarità del voto. Ennesima puntata di questa tormentata e velenosa transizione.

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Subito dopo l'annuncio di Barr, Richard Pilger, direttore della divisione dei reati elettorali del Dipartimento alla Giustizia, l'uomo che avrebbe dovuto guidare l'inchiesta, in una e-mail inviata ai colleghi ha annunciato le dimissioni in aperta polemica con il ministro per quella che giudica una interferenza politica sui risultati: «Una nuova importante decisione che abroga la quarantennale politica di non interferenza per le indagini sulle frodi elettorali nel periodo antecedente alle certificazione dei risultati elettorali», ha scritto.

Intanto si è dimesso anche James Anderson, il più alto funzionario delle politiche di difesa del Pentagono, il giorno dopo il siluramento da parte di Trump del segretario alla Difesa Mark Esper, il quarto ministro licenziato dall'inizio della presidenza, finito in disgrazia dopo il rifiuto di dispiegare i militari contro le manifestazioni del movimento Black Lives Matter, andate avanti da maggio ai primi di luglio.

Non ci sono prove di potenziali irregolarità: il sistema elettorale americano ha una serie di pesi e contrappesi, prevede la presenza dei rappresentanti dei partiti ai seggi e tutto il processo, articolato e complicato, viene controllato e certificato da responsabili locali: le possibilità di frodi e violazioni della legge, così come dell'interferenza di potenze straniere, sono davvero limitate. Come d'altronde già spiegato dagli osservatori internazionali dell'Osce e da centinaia di associazioni che monitorano il voto e gli scrutini ancora in corso in sei stati in bilico.

Il New York Times ha contattato i funzionari pubblici che hanno la responsabilità degli scrutini nei 50 stati americani: non ci sono prove di frodi elettorali hanno risposto in coro nelle interviste in 45 stati, i responsabili degli scrutini rispondendo direttamente al Nyt. Per i restanti stati le risposte sono arrivate direttamente dalle dichiarazioni pubbliche dei segretari di stato: nessuno ha parlato di grandi violazioni. Lo scrutinio finora è stato un successo, nonostante l’affluenza record e le complicazioni causate dalla pandemia che stanno rallentando i conteggi.

Ma il ministro della Giustizia ha aperto un'inchiesta per cercare eventuali illegalità. Il Dipartimento alla Giustizia in una nota precisa che nessuno dalla Casa Bianca ha chiesto a Barr di intraprendere questa azione. Ma è difficile crederci. Come mostrano le dimissioni immediate del direttore della divisione frodi elettorali. Il via libera è arrivato dal leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell, il quale in un discorso ha detto che il presidente “ha diritto al 100%” di contestare i risultati elettorali, alimentando un corto circuito politico e istituzionale senza precedenti.

Joe Biden non esclude di intraprendere a sua volta delle azioni legali contro l'amministrazione Trump accusata di ostacolare in maniera illegale l'avvio del processo di transizione: la General Service Administration, guidata da una fedelissima di Trump, rifiuta di certificare la vittoria del candidato democratico e ritarda la transizione nell'impossibilità del team di Biden di avere accesso ai fondi previsti per avviare i programmi e alle agenzie federali.

La squadra di legali di Trump, guidata da Rudy Giuliani, ha fatto causa alla Pennsylvania, lo Stato che ha dato la vittoria a Joe Biden, denunciando una presunta violazione della Costituzione: durante lo spoglio si sarebbe ricorso a un “doppio standard” per valutare i voti in persona e quelli per posta, usando meno rigore nell'accertare la validità di questi ultimi. Il team dei legali di Trump ha presentato ricorsi anche in Nevada, Michigan, Arizona, Wisconsin e Georgia, tutti i stati che vedono Biden in testa nei conteggi delle schede. Ormai è chiaro che Trump andrà avanti con la tesi delle frodi elettorali, rilanciata dall'inchiesta del ministero della Giustizia, contestando i risultati. E cercherà di portare il caso davanti alla Corte Suprema, dove ha zavorrato la maggioranza conservatrice (6 a 3) con le recenti nomine.

Entro l'8 dicembre i contenziosi legali e i riconteggi dovranno essere conclusi, ultima data utile per riuscire a stare dentro a quella che i costituzionalisti chiamano il “safe harbor day”, per rispettare le date del processo elettorale e una settimana dopo dichiarare il vincitore: il 14 dicembre i 538 grandi elettori si incontreranno per dichiarare i risultati del voto nei 50 stati americani. Chi raggiunge quota 270 voti vince la presidenza.

Secondo la maggior parte degli osservatori è molto improbabile un capovolgimento del voto. Stando alle proiezioni dei media che riportano i risultati degli stati Biden ha 279 grandi elettori contro i 214 di Trump. Ma il conteggio è ancora in corso e Biden può arrivare fino a 306 grandi elettori. Con i 16 voti della Georgia, dove continua ad aumentare il vantaggio salito a 12.428 voti, oltre mille in più ieri. E con gli 11 voti dell'Arizona rossa che non ha perdonato le critiche di Trump al suo eroe John McCain. “Mio marito sarebbe molto contento della vittoria di Joe Biden”, ha affermato ieri la moglie del defunto senatore repubblicano Cindy McCain.

Un punto importante a favore di Biden e una sconfitta per Trump è arrivata ieri dalla Corte Suprema impegnata a esaminare un ricorso repubblicano per l'abolizione del programma di assistenza sanitaria Affordable Care Act, più noto come Obamacare. Biden ha già annunciato che nel primo giorno della sua presidenza vuole espandere programmi di assistenza sanitaria pubblica. Un annullamento da parte della Corte sarebbe stato uno schiaffo al presidente eletto.

Il presidente della Corte John Roberts e il giudice conservatore Brett Kavanaugh, prima ancora del voto, hanno fatto trapelare che non spetta alla Corte invalidare le 900 pagine dell'Obamacare. Biden di nuovo ieri, dopo aver presentato la sua task force di 13 persone già lavoro per il suo piano anti covid, ha illustrato nella conferenza stampa le sue intenzioni di ampliare l'Affordable Care Act dal Day One della sua presidenza, il 20 gennaio. E ha continuato a insistere con gli americani sull’importanza dell’uso della mascherina, parlando già da presidente: «Dobbiamo indossare tutti la mascherina, un semplice gesto che permetterà di salvare la vita di migliaia di persone».

Solo quattro senatori repubblicani finora hanno riconosciuto pubblicamente la vittoria di Biden: Susan Collins del Maine, Mitt Romney, Lisa Murkowski dell'Alaska e Ben Sasse del Nebraska. L'ex presidente George W. Bush ha telefonato a Biden e si è congratulato della sua elezione.

Dietro le quinte la famiglia Trump starebbe già pensando all'ipotesi di una ricandidatura di Donald fra quattro anni e sarebbe pronta a lanciare un'opa per acquisire il controllo del Partito repubblicano. I più attivi in queste ore sarebbero Donald Trump Junior, primogenito del presidente uscente, e la pasionaria fidanzata Kimberly Guilfoyle, ex volto televisivo di Fox, già ex moglie del governatore democratico della California Gavin Newsom ora convertita al trumpismo. Una parte del partito sembrerebbe preferire questa soluzione piuttosto che tagliare fuori i Trump dopo la sconfitta, visto l'enorme seguito elettorale che comunque il presidente uscente ha dimostrato di avere con oltre 71 milioni di voti conquistati, 5 milioni in più rispetto alle elezioni 2016. Non gli è bastato per vincere: Biden e Harris, a scrutini ancora non conclusi con i maggiori voti ancora in arrivo da stati democratici come la California, finora hanno conquistato 76,5 milioni di voti: quasi 5 milioni di voti in più rispetto a Trump. Il record di preferenze nella storia delle elezioni americane.

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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