Scenari globali

Biden, Xi e le tre facce della Guerra fredda tra Stati Uniti e Cina

di Alberto Forchielli e Fabio Scacciavillani

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3' di lettura

Un’America tronfia del ruolo di unica superpotenza poteva permettersi di chiudere gli occhi di fronte ai metodi adottati dai cinesi per dare impulso alla loro economia: pratiche commerciali discriminatorie verso gli stranieri; mancanza di reciprocità nell’accesso ai mercati; disprezzo per la tutela della proprietà intellettuale; manipolazione del cambio; furti di know-how e tecnologia. Si fantasticava che effimere concessioni sarebbero state ripagate da enormi benefici ottenuti dalle corporation Usain un mercato di oltre un miliardo di consumatori. A Washington erano persuasi che lo sviluppo economico di una nazione procedesse in simbiosi con il processo di occidentalizzazione, come era avvenuto in Giappone. E pertanto l’America avrebbe esercitato una primazia economica, finanziaria, militare e culturale nel mondo globalizzato.

Invece gli anni passavano e l’atteggiamento cinese diventava sempre meno remissivo, man mano che il Pil cresceva.

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Il colpo di maglio alla convinzione della supremazia americana lo inferse la Grande recessione del 2008-09. La Cina si dimostrò più resiliente dei Paesi occidentali e il suo Pil, calcolato a parità di potere d’acquisto, si avviò a superare quello degli Stati Uniti (come avvenuto nel 2014).

Nella Washington bipartisan che conta, il dubbio che sulla Cina fosse stata presa una svista madornale si fece certezza dopo l’avvento al potere di Xi Jinping nel 2012. Ma nonostante la consapevolezza che la Cina era diventata un concorrente, una reazione efficace, o almeno una strategia di contenimento, stentava a profilarsi. La rituale minaccia del Tesoro americano di includere la Cina nella lista dei “manipolatori” del cambio aveva assunto il carattere di una pantomima. Il Trans-Pacific Partnership (Tpp), approntato per riattrarre nell’orbita economica Usa i Paesi del Pacifico, non vide mai la luce.

Mentre Xi, sin dal Congresso di investitura, aveva riportato in auge parole d’ordine che evocavano nemmeno troppo velatamente il maoismo; dal primato del partito nell’economia e nella società; al disdegno per i diritti umani e il dissenso. Addirittura i valori che identificano l’Occidente – pluralismo politico, democrazia costituzionale, tripartizione dei poteri, tutela delle minoranze – venivano dichiarati estranei alla “millenaria cultura cinese”. Il tutto condito da una crescente aspirazione all’influenza nel mondo, prima con la Belt and Road Initiative e poi nel 2015 col piano Made in China 2025 che esplicitava l’ambizione di assurgere, entro il 2049, a prima potenza mondiale, eclissando 500 anni di predominio occidentale. Oggi la Cina intende primeggiare nelle principali tecnologie: intelligenza artificiale, veicoli elettrici a guida autonoma, energie rinnovabili, robotica, biomedicina e, con il piano China Standards 2035, punta a stabilire gli standard globali nei settori dell’industria e dei servizi hi-tech.

In Occidente la reazione inconscia a questa sfida si produsse dal basso con l’irruzione nel dibattito politico dei temi no-global dimenticati dai tempi degli scontri di Seattle nel 1999. Il protezionismo venne alimentato dalle frustrazioni di chi si sentiva vittima dello spostamento del baricentro economico verso Est e dall’ostilità verso la finanza in stile Occupy Wall Street. L’aggiunta dell’astio verso gli immigrati produsse prima la Brexit e poi l’elezione di Donald Trump. L’indulgenza della classe politica Usa verso la Cina evaporò all’istante. Per quanto la rotta di collisione con Pechino fosse segnata e sarebbe stata imboccata anche senza The Donald, la sua elezione, sulla scia di un messaggio grondante populismo e nazionalismo anticinese, cambiò le regole del gioco.

Fin dal secondo dopoguerra le relazioni diplomatiche e la politica di difesa erano state tenute separate dalla politica commerciale. I due piani raramente si intersecavano (in occasione di sanzioni a Stati canaglia) in quanto il libero scambio era considerato un valore superiore incontaminato dalle diatribe geopolitiche.

Al contrario Trump nelle relazioni internazionali prese a usare i dazi come una clava. Ma l’escalation non si limitò alle importazioni. S’iniziò a mettere in agenda l’inversione della globalizzazione (con il decoupling delle catene del valore) e l’isolamento della Cina in un’angusta, quasi autarchica, sfera economica. Alle aziende occidentali veniva intimato di rimpatriare le fabbriche o trovarsi nuovi fornitori lontano da Pechino.

L’attacco contro le reti 5G di Huawei esteso ai Paesi alleati, ha sublimato la percezione della Cina come nemico e minaccia esistenziale per gli Stati Uniti ed è ormai sfociato in una seconda Guerra fredda che, al contrario della prima, abbraccia commercio ed economia oltre alla sfera militare. Ora tocca a Joe Biden raccogliere il guanto della sfida. Al momento la linea di continuità con il predecessore non sembra in dubbio. Ma il duello è appena agli inizi. Senza padrini o arbitri.

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