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Bielorussia, folla alla Marcia della Libertà. Putin: «Assistenza militare a Minsk, se necessario»

Qualche osservatore invita ormai a parlare di “rivoluzione”: ma quello che è avvenuto in queste settimane, un movimento di protesta che ha attraversato le elezioni del 9 agosto, ha reagito alle evidenti frodi scatenando la repressione del regime, e miracolosamente è uscito da cinque giorni di violenze senza farsi contagiare, restando movimento pacifico, ancora non ha vinto

di Antonella Scott

Bielorussia, continuano le proteste a Minsk

Qualche osservatore invita ormai a parlare di “rivoluzione”: ma quello che è avvenuto in queste settimane, un movimento di protesta che ha attraversato le elezioni del 9 agosto, ha reagito alle evidenti frodi scatenando la repressione del regime, e miracolosamente è uscito da cinque giorni di violenze senza farsi contagiare, restando movimento pacifico, ancora non ha vinto


2' di lettura

È una folla immensa quella che si è raccolta domenica pomeriggio (16 agosto) attorno alla Stela, l'obelisco di Minsk: la Marcia della Libertà non ha leader, ma decine di migliaia di persone nel sole, in festa dopo il buio dei giorni scorsi. È così non solo nella capitale, ma in tutte le altre città della Bielorussia, la più grande manifestazione della sua storia.

Qualche osservatore invita ormai a parlare di “rivoluzione”: ma quello che è avvenuto in queste settimane, un movimento di protesta che ha attraversato le elezioni del 9 agosto, ha reagito alle evidenti frodi scatenando la repressione del regime, e miracolosamente è uscito da cinque giorni di violenze senza farsi contagiare, restando movimento pacifico, ancora non ha vinto.

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Alexander Lukashenko non ha alcuna intenzione di cedere le armi. Intervenuto qualche ora prima a un raduno di sostenitori di dimensioni visibilmente ridotte - l’agenzia Reuters calcola 200mila partecipanti al raduno contro Lukashenko, 5.000 a quello convocato da lui - l'uomo che si è autoproclamato vincitore delle elezioni con l'80% dei voti sembra in realtà sempre più isolato. E tuttavia seguita ad attaccare, insulta gli oppositori chiamandoli «ratti» e «criminali», avverte che il nemico è all eporte: carri armati e aerei della Nato sarebbero ammassati alle frontiere occidentali, a 15 minuti dal confine. L’Alleanza Atlantica smentisce.

Lukashenko minaccia ritorsioni, accusa Polonia, Lettonia, Lituania e Ucraina di interferire ordinando nuove elezioni, avverte che non darà via il Paese «neppure da morto». Una seconda telefonata con il Cremlino sembra averlo rassicurato. Vladimir Putin, le cui intenzioni sono apparse finora piuttosto indecifrabili, gli avrebbe garantito appoggio militare. A dire il vero, ancora una volta la versione dei fatti dell'agenzia di Stato bielorussa, Belta, è più decisa di quella russa.

La marcia della libertà a Minsk

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Questo il resoconto della telefonata come riferito dal Cremlino: Putin e Lukashenko hanno ripreso «la discussione sulle complicanze seguite alle elezioni presidenziali in Bielorussia, tra queste le pressioni esercitate dall'esterno. Da parte russa è stata confermata la disponibilità a fornire il sostegno necessario alla risoluzione di questi problemi sulla base dei principi di un accordo per la creazione di un'Unione di Stati e, nel caso, in linea con un accordo di sicurezza collettiva».

La ragione per cui Lukashenko insiste sull'esistenza di minacce da parte della Nato. Il comunicato del Cremlino, tuttavia, sembra comunque insistere sull'accettazione di un'Unione tra i due Paesi come condizione per il sostegno al regime.Terminato il suo intervento, Lukashenko ha lasciato il centro della città ai propri rivali, allontanandosi con il suo corteo di auto nere come un fuggiasco.


Dalle fabbriche, dai vagoni del metro', dai cortili la gente trasmette filmati in cui qualcuno chiede: chi ha votato per Lukashenko? Silenzio, seguito da un boato in risposta alla domanda: chi ha votato per Svetlana Tikhanovskaya? A Minsk, ma anche in alcune ambasciate bielorusse all'estero, la bandiera nazionale rossa e verde, rimasta dall’era sovietica, viene ammainata, per lasciare il posto a quella tradizionale storica, bianca con una striscia rossa in mezzo. La svolta non si è ancora compiuta, ma questo non è più il Paese di Lukashenko.

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