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Seconda notte di scontri in Bielorussia Tikhanovskaya: sono io la vincitrice

La leader dell’opposizione si rifiuta di riconoscere i risultati ufficiali che attribuiscono al presidente più dell’80%

di Antonella Scott

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(EPA)

La leader dell’opposizione si rifiuta di riconoscere i risultati ufficiali che attribuiscono al presidente più dell’80%


3' di lettura

Non è importante chi vota, diceva Stalin, ma chi conta i voti. Niente di più pertinente alle elezioni presidenziali di domenica in Bielorussia, dove si ironizza che magari le autorità non si sono neppure prese il disturbo di far contare davvero le schede, dopo aver deciso a priori la percentuale più opportuna al presidente in carica da 26 anni, a caccia del sesto mandato. Così, nell’universo parallelo in cui si muove il regime, domenica sera alla chiusura dei seggi, e in una capitale blindata dalle forze antisommossa, gli exit poll di Stato hanno comunicato che Aleksandr Lukashenko ha ricevuto il 79,7% dei voti e la sua rivale, Svetlana Tikhanovskaya, soltanto il 6,8%. Risultati ulteriormente migliorati, per Lukashenko, con i primi dati riferiti lunedì mattina: 80,23%, 9,9% Tikhanovskaya.

«Io mi considero la vincitrice di queste elezioni - ha subito reagito la leader dell’opposizione, parlando lunedì alla stampa - la maggioranza era con noi». L’ex insegnante di inglese, divenuta suo malgrado leader dell’opposizione in poche settimane, si è rifiutata di riconoscere risultati che, ha detto «contraddicono nel modo più totale il buon senso». E ha aggiunto: «Le autorità stanno cercando di mantenere le proprie posizioni con la forza».

L’assenza di controlli, di osservatori indipendenti e giornalisti, con diverse circoscrizioni ad attestare una maggioranza di voti per l’opposizione, ha alimentato la convinzione di un voto illegittimo, infestato da brogli e mancanza di trasparenza. L’annuncio dei primi risultati, domenica sera, aveva riversato nelle strade delle città bielorusse i manifestanti che nelle settimane passate si erano mobilitati per sostenere Svetlana Tikhanovskaya e le sue alleate, entrate in scena all’ultimo momento per prendere il posto dei candidati che il regime aveva incarcerato, o costretto alla fuga.

La violenta reazione delle forze dell’ordine, i feriti, i tremila arresti della prima notte di scontri non hanno scoraggiato i dimostranti, tornati alla carica lunedì sera dopo qualche ora di tregua. E malgrado la stessa Tikhanovskaya, che finora ha evitato di unirsi alle proteste «per evitare provocazioni», abbia indicato un’altra strada: chiedendo alle autorità il riconteggio dei voti nelle circoscrizioni più dubbie, e colloqui per negoziare un trasferimento pacifico del potere.

La Bielorussia cammina su un filo: se Lukashenko sta perdendo legittimità e appoggi, è molto difficile immaginare quanto riuscirà a restare in sella, quanto sia ancora solida la sua presa sul regime. Quanto è disposta a fare la Russia, rimasta finora dietro le quinte, per sostenerlo.

L’opposizione avrebbe organizzato per martedì uno sciopero generale, dalle province arrivano testimonianze di membri delle forze dell’ordine passati dalla parte dei dimostranti. Da parte sua Lukashenko rilancia la sfida accusando alcuni Paesi - ha citato il Regno Unito, la Polonia e la Repubblica Ceca - di essere registi della protesta. E l’Europa, sempre molto guardinga nei suoi confronti per non marginalizzarlo lasciandogli Mosca come unico punto di riferimento, ha preso posizione con il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas. Secondo cui è necessario valutare l’ipotesi di un ritorno alle sanzioni contro il regime.

Le sanzioni, ha ricordato il capo della diplomazia tedesca, erano state abolite visti i passi avanti compiuti da Lukashenko sul fronte dei diritti umani: «Dobbiamo decidere se questa è ancora una scelta valida, alla luce degli ultimi giorni». La situazione preoccupa anche la Casa Bianca, che parla di intimidazioni ai candidati dell’opposizione, detenzione di protestanti pacifici, ostacoli posti alla votazione: l’invito al governo bielorusso è di astenersi dall’uso della forza. Ma per Lukashenko, probabilmente, ormai restare al potere è la sola priorità, da difendere a ogni costo.

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