debutto in laguna

Biennale Arte: i 5 padiglioni da non perdere ai Giardini

di Sara Dolfi Agostini


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Cathy Wilkes, Untitled, 2019, Mixed Media, dimensioni variabili. Veduta dell'installazione, Cathy Wilkes, British Pavilion, Biennale Arte, Venezia, 2019.

7' di lettura

Con il numero record di novanta partecipazioni nazionali, la Biennale di Venezia è sempre più difficile da navigare per gli appassionati d'arte e a volte si è costretti a rinunciare a qualcosa. Ma la visita ad alcuni padiglioni nazionali dei giardini non è negoziabile, nonostante le code che si formano all'ingresso. Chi sono gli artisti invitati a rappresentare i paesi “big” - Stati Uniti, Francia, Germania, Svizzera e Gran Bretagna? Ecco una panoramica sulla loro carriera, sul loro mercato e sul progetto espositivo pensato per Venezia.

Martin Puryear , Swallowed Sun (Monstrance and Volute), 2019 , Pino giallo, acciaio, poliestere, tela, corda. Due parti (a) 22 ft. 8 in. × 44 ft. × 1 ft., (b) 21 ft. × 7 ft. 9 in. × 23 ft. 3 in., overall 22 ft. 8 in. × 44 ft. × 24 ft. 3 in. Photo: Joshua White – JWPictures.com, courtesy Matthew Marks Gallery, foto courtesy Madison Square Park Conservancy

Martin Puryear

Tra gli ultimi ad annunciare la scelta artistica per il padiglione veneziano, gli Stati Uniti hanno deciso di puntare su Martin Puryear (1941), il secondo artista afro-americano a rappresentare il paese, subito dopo Mark Bradford nel 2017. Puryear, che lavora con la galleria Matthew Marks a New York, è noto per le sue sculture di arte pubblica e, infatti, l'ente committente per la prima volta non è un museo ma il Madison Square Park Conservancy . L'organizzazione no profit ha all'attivo 35 progetti site-specific nello spazio pubblico di E rwin Redl, Teresita Fernández, Paula Hayes, Tony Cragg e dello stesso Martin Puryear, che nel maggio 2016 ha realizzato «Big Bling», una scultura monumentale in bilico tra vocabolario astratto e figurativo che richiama i temi del lavoro inteso come manodopera e artigianato, ma anche la questione della proprietà privata nello spazio urbano.

Martin Puryear: Liberty/Libertà , La Biennale di Venezia, U.S. Pavilion, Venice, Italy, 2019, Photo: Joshua White – JWPictures.com , courtesy Matthew Marks Gallery , photo courtesy Madison Square Park Conservancy

Puryear è poco conosciuto in Europa, ma in America ha influenzato tre generazioni di artisti con forme pure che richiamano il Minimalismo, realizzate però in materali naturali come il legno e ispirate da temi politici. Le sue opere, soprattutto scultoree, sono state protagoniste di una mostra allo Smithsonian American Art Museum , Washington, DC nel 2015, mentre nel 2007 il MoMA di New York ha realizzato una retrospettiva che ha viaggiato anche al Modern Art Museum of Fort Worth , alla National Gallery of Art, Washington, DC e al San Francisco Museum of Modern Art . In asta le sue opere più quotate sono sculture degli anni '80 a prezzi medi di 650mila dollari, mentre il record è di 1,8 milioni dollari da Christie's New York nel 2014.
Per la mostra veneziana, dal titolo «Martin Puryear: Liberty / Libertà»̀, l'artista ha dichiarato di rappresentare gli Stati Uniti come artista e cittadino, e affronta questioni irrisolte della democrazia americana rivisitando il concetto di appartenenza attraverso la lente della storia. La mostra si declina in sette sculture, tra cui una dedicata a Sally Hemings, la donna schiavizzata da cui il presidente Thomas Jefferson ebbe cinque figli. Ad accogliere i visitatori, invece, c'è una scultura pubblica che si insinua davanti all'ingresso del padiglione ad evocare una realtà di facciata, prodotto di una realtà di luci e ombre.

Laure Prouvost

È un anno pieno di avvenimenti per l'artista francese Laure Prouvost (1978), la terza donna a rappresentare il proprio paese dopo Annette Messager (2005) e Sophie Calle (2007). Prima di calarsi nel ruolo – con la giovane curatrice di caratura internazionale Martha Kirszenbaum - Prouvost ha inaugurato la sua mostra retrospettiva al M HKA di Anversa, visitabile fino al 19 maggio prossimo, e negli ultimi anni ha collezionato mostre personali - dal Palais de Tokyo (2018) all'Hangar Bicocca di Milano (2016) - e riconoscimenti del calibro del Turner Prize (2013) e del Max Mara Art Prize for Women (2011). Nel mercato l'artista collabora con tre gallerie, Galerie Nathalie Obadia di Parigi e Bruxelles, Carlier | Gebauer di Berlino e Lisson Gallery di Londra e New York. L'opera prodotta per la presentazione a Venezia, dal titolo «Deep See Blue Surrounding You/Vois Ce Bleu Profond Te Fondre», è stata parzialmente finanziata da un'edizione speciale dell'artista in 100 esemplari venduta a 4.000 euro: un arazzo in cui Prouvost riprende un detto francese e lo traduce in immagine, e in lingua inglese, adattandolo così ai nuovi standard comunicativi di oggi, tra social network e globalizzazione.
L'opera in mostra, invece, è una videoinstallazione immersiva che interroga concetti come appartenenza e identità attraverso un viaggio fantastico da Parigi a Venezia al confine tra documentario e finzione. Mescolando linguaggio e immagini con ironia e senso poetico, Prouvost riflette su ciò che distingue diverse comunità e generazioni, alla ricerca di un nuovo umanesimo in una società schizofrenica, sempre più sospesa tra realtà fisica e virtuale. L'opera, prodotta appositamente per la presentazione veneziana, continuerà il suo percorso espositivo in Francia grazie agli Abattoirs de Toulouse e a LaM de Villeneuve-d'Ascq .

L'artista Natascha Süder Happelmann con la sua portavoce Helene Duldung durante la conferenza di presentazione del Padiglione Tedesco alla Biennale di Venezia. (Foto Stefan Fischer)

Natascha Süder Happelmann

Non ha stupito la scelta di Natascha Sadr Haghighian per il Padiglione Tedesco di quest'anno. L'artista e attivista ha una carriera di grande prestigio alle spalle – con ben due partecipazioni consecutive alla Documenta nel 2012 e 2017, più numerose mostre istituzionali ed è rappresentata dalla berlinese König Galerie. Ma il suo curriculum non è accessibile, perché è proprio uno dei feticci del mondo dell'arte che Natascha Sadr Haghighian prende di mira nel suo lavoro, portando avanti le idee della Critica Istituzionale di cui uno dei riferimenti è stato Hans Haacke, che proprio nel 1993 creò uno dei più potenti progetti per il Padiglione Tedesco alla Biennale di Venezia.
Natascha Sadr Haghighian utilizza strumenti investigativi e linguistici per esaminare le strutture sociali che dominano la nostra realtà. Nel progetto «bioswop.net» (dal 2004), per esempio, ha costruito una piattaforma online per la condivisione di curricula artistici il cui scopo ultimo è mettere in discussione il valore economico che gli attribuiscono gli attori del mercato dell'arte per giustificare il prezzo delle opere. Invece, nell'opera esposta all'ultima Documenta, «The Society of Friends of Halit» (2017), l'artista ha prodotto un'indagine scientifica alternativa sulla morte di Halit Yozgat per mano del gruppo neonazista NSU, in collaborazione con il gruppo londinese Forensic Architecture.
A Venezia, partecipa con lo pseudonimo Natascha Süder Happelmann, risultato di un'appropriazione ironica degli errori di battitura del suo nome di battesimo e di un tentativo di integrazione linguistica con la cultura teutonica in occasione della Biennale. Inoltre, la sua identità è celata da una maschera a forma di sasso che le copre il volto, e a farle da portavoce c'è l'attrice tedesca Susanne Sachsse – anche lei dotata di un nome di fantasia che di nuovo richiama integrazione, Helene Duldung. Il doppio dell'artista si confronta con la questione dell'immigrazione, al centro del dibattito politico in Germania ed in Italia, costruendo due spazi, o meglio due società divise da un muro – una puntellata di sassi e infiltrazioni d'acqua, l'altra infestata da un'impalcatura e sei composizioni sonore cacofonicamente sovrapposte. L'ingresso è dalla porta laterale, e l'edificio mantiene le tracce della mostra precedente (architettura ndr), a sottolineare la transitorietà di ogni forma di occupazione

Pauline Boudry / Renate Lorenz, Moving Backwards, Swiss Pavilion at the 58th, International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, 2019. Courtesy le artiste, (Foto: Annik Wetter)

Pauline Boudry / Renate Lorenz

Pauline Boudry e Renate Lorenz lavorano insieme a Berlino dal 2007 riflettendo sul rapporto tra singolo e comunità dal punto di vista sociale e politico, e prefigurando nuove modalità di coesistenza. Amicizia, partecipazione e resistenza sono alcuni dei temi elaborati dalle artiste per riflettere su come sbloccare gli ingranaggi di una società paralizzata da forze reazionarie e sempre più invadente degli spazi di libertà personale. Le loro ultime performance sono state prodotte da High Line e da Participant Inc. , due istituzioni di riferimento a New York, e a fine aprile la Stoschek Collection di Berlino ha inaugurato una mostra personale tra le più estese mai realizzate sul loro lavoro. Nel mercato dell'arte, invece, lavorano con la galleria Marcelle Alix di Parigi, che vende le loro opere a prezzi tra 1.300 e 28mila euro.
Per il padiglione svizzero Venezia, Pauline Boudry e Renate Lorenz sono state selezionate da Charlotte Laubard, docente responsabile del Dipartimento di arti visive della Haute Ecole d'Art et de Design (HEAD) di Ginevra e già direttrice del CAPC , museo d'arte contemporanea di Bordeaux, dal 2006 al 2013. Il titolo del progetto, «Moving Backwards», echeggia nei movimenti a ritroso di cinque performer negli spazi del padiglione, trasformati per l'occasione in un locale notturno. La coreografia è amplificata da una vasta installazione filmica tra oggetti e incontri inaspettati che modificano l'esperienza sensoriale del visitatore. L'opera sarà esposta anche nella mostra personale delle artiste al Centro de Arte Dos de Mayo di Madrid, che ha prodotto parte dell'installazione veneziana, ed è il tema aggregante di un giornale gratuito su militanza politica, postcolonialismo e teoria queer distribuito gratuitamente all'interno del padiglione.

Cathy Wilkes

La Gran Bretagna ha scelto Cathy Wilkes (1966) – la terza artista dopo Phyllida Barlow l'anno scorso e Sarah Lucas nel 2015. Wilkes torna a Venezia dopo aver rappresentato la Scozia (2005) e aver partecipato alla mostra internazionale curata da Massimiliano Gioni nel 2013. Insieme all'artista veterana della Biennale c'è Zoe Whitle, selezionata da un pool di giovani critici d'arte individuati dal British Council per lanciare nuove voci, seppur già curatrice dell'arte internazionale alla Tate Modern fe fresca di nomina come curatore senior all' Hayward Gallery di Londra, diretta proprio da Ralph Rugoff. Cathy Wilkes è rappresentata da due gallerie di rilievo internazionale come The Modern Institute e Xavier Hufkens . In asta, invece, ha un solo passaggio da 17.500 sterline incluso buyer's premium per «Untitled» del 2012.
Cathy Wilkes rappresenta una generazione di artisti formatisi alla prestigiosa Glasgow School of Art ed emersi a metà dagli anni '90. Il suo lavoro non ha mai perso di interesse, con mostre personali – tra le altre - alla The Renaissance Society, University of Chicago (2012), a Tramway, Glasgow (2014) e recentemente al MoMA PS1, New York (2017). Inoltre, l'artista è stata nominata per il Turner Prize nel 2008 e ha vinto la prima edizione del Maria Lassnig Prize nel 2017.
Le sue opere sono ambienti scultorei con manichini in papier-mâché, spesso donne o bambini, oggetti trovati di provenienza domestica, animali giocattolo, disegni e dipinti che suggeriscono percorsi della memoria e universi emotivi in continua ridefinizione. Dotate di una forte presenza scenica, le opere hanno un legame intrinseco con l'artista, che le considera come autoritratti, e suggeriscono la necessità di mantenere uno sguardo intimistico di matrice psicologica sulla realtà, oltre la dimensione tecnologica e mediatica che spesso concentra la nostra attenzione. Uno dei temi portanti del padiglione di Wilkes è la creazione, in un paesaggio onirico che funge da contraltare alla mostra internazionale di Ralph Rugoff.

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