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Biennale del Whitney: le opere denunciano diversità, indifferenza e repressione

Ritardata di un anno a causa della pandemia, la mostra mette a fuoco ciò che significa essere americani oggi

di Maria Adelaide Marchesoni

Coco Fusco, Your Eyes Will Be an Empty Word, 2021, Still, © Geandy Pavon

6' di lettura

La biennale del Whitney Museum (New York dal 6 aprile al 5 settemrbre) e quella di Venezia in corso hanno un denominatore comune: sono il risultato di un'indagine, una pianificazione del lavoro di preparazione iniziato alla fine del 2019, prima che la pandemia di Covid-19 prendesse piede e, in particolare per la Whitney Biennial, anche prima dell’omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto in servizio. Ma l'aspetto più spaventoso è che si stanno svolgendo nel pieno di una guerra in Europa combattuta per le strade che sta mietendo numerose di vittime tra i civili.

“Quiet as it's Kept”

Il sottotitolo “Quiet as it's Kept” della Whitney Biennial che avrebbe dovuto svolgersi l'anno scorso, è un'espressione colloquiale che i due curatori David Breslin e Adrienne Edwards, entrambi del Whitney Museum, hanno preso in prestito dalla scrittrice Toni Morrison, dal batterista jazz Max Roach e dall’artista David Hammons, ed è una frase tipicamente detta prima di comunicare qualcosa che dovrebbe essere tenuto segreto. Un segno distintivo di questa biennale è che per tutta la mostra ricorre il simbolo di due parentesi tonde invertite ) (, tratto da un componimento del 1968 del poeta d'avanguardia N.H. Pritchard (il cui manoscritto originale è incluso in mostra). Il simbolo condensa in due caratteri tipografici lo spirito di questa biennale: la sua propensione «all'apertura, ad andare al di là di quanto è contenuto, in direzione dell'incontenibile» nelle parole dei curatori.

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Se nelle edizioni del passato la Biennale del Whitney è stata a lungo il più importante osservatorio del “momentum” dell’arte contemporanea americana, quest'anno (siamo giunti alla 80ª) offre ai visitatori una percezione molto diversa dell'offerta presente, oggi in prevalenza costituita da pittura. Infatti mentre la maggior parte delle gallerie commerciali e delle case d’asta sono focalizzate sulla vendita di dipinti figurativi, questi sono quasi assenti nella proposta curatoriale del Whitney che, invece, è inondata di opere realizzate con materiali e metodi insoliti e dove politica e attivismo sono in primo piano.

Artisti e opere

Sessantatré tra artisti e collettivi che con le loro opere riflettono sulle sfide, le complessità della nostra epoca il cui messaggio esplicito è, soprattutto, di identità, inclusione e appartenenza. Se si vogliono sintetizzare le scelte dei curatori attraverso i numeri, emerge per esempio che il 37% degli artisti ha 40 anni o meno che, rispetto ad altre Biennali del passato, è una percentuale bassa (nell'edizione del 2019, era il 56%). Significativa la presenza di artisti che vivono a Los Angeles o New York (59%), che rimane la città più rappresentata alla biennale, dove risiedono ben 25 artisti. Le scelte curatoriali hanno puntato anche su artisti che lavorano al di fuori degli Stati Uniti o vivono in città sul confine del Messico (Tijuana e Ciudad Juárez) e nativi come First Nation in Canada per esplorare le “dinamiche dei confini e ciò che significa essere ‘americano'”.
Accanto ad opere di artisti affermati come H arold Ancart, Alfredo Jaar e Adam Pendleton troviamo il lavoro di diversi artisti deceduti, tra cui, Jason Rhoades (morto a soli 41 anni, noto per le sue installazioni scultoree su larga scala, che incorporano vari materiali ispirati dalla cultura automobilistica di Los Angeles, in vendita da David Zwirner), Denyse Thomasos e Theresa Hak Kyung Cha (morta tragicamente nel 1982 a soli 31 anni) che ha beneficiato di un rinnovato interesse negli ultimi anni.

Questi artisti si confrontano con una nuova generazione che sta scalando le vette del sistema dell'arte, come Aria Dean (Los Angeles 1993), Jacky Connolly (New York, 1990), Emily Barker (San Diego, 1992), Woody De Othello (Miami, 1991) e Andrew Roberts, (Tijuana, Messico, 1995), in assoluto l'artista più giovane presente in mostra (lavora con Pequod Co., Mexico City e House of Chappaz Barcelona e Valencia). Due le sue opere esposte: una video installazione “La Horda”, 2022 dove quattro lavoratori zombie sono degli avatar presenti nella pagina di un videogioco “scegli il tuo giocatore” e, non distante, “Cargo: A certain doom”, un braccio mozzato sempre di uno zombie sul quale è tatuata la freccia di Amazon.

La Biennale occupa il quinto e il sesto piano del museo, i due piani non potrebbero essere più diversi l'uno dall'altro. Il quinto è una grande sala bianca, piena di luce, senza un solo muro divisorio, solo partizioni sospese e indipendenti dove sono presenti una serie di oggetti e installazioni, a prima vista, apparentemente casuale. Se la luce che invade la stanza facilita la visita è, talvolta, difficile soffermarsi davanti alle opere ma anche leggere le didascalie (in inglese e spagnolo), poiché in alcuni casi il posizionamento delle didascalie è molto confuso a causa delle numerose installazioni.
Il sesto piano, all'ingresso consigliano di iniziare la vista da questo piano, è, al contrario, quasi interamente buio, costituito da una serie di alcove e anticamere, scarsamente illuminate con pareti e tappeti neri. Il primo approccio con la Biennale sono due grandi dipinti in bianco e nero di Denyse Thomasos (1964–2012) densi di linee. Uno è intitolato “Jail”, e l’altro intitolato “Displaced Burial/Burial at Gorée” si riferisce a un’isola al largo del Senegal, centro della tratta degli schiavi dell’Atlantico, entrambi sono realizzati nel 1993 (in asta il prezzo più recente è 13.821 $ per l'opera “Whistle” un acrilico su tela del 1994 di piccole dimensioni venduto nel 2013).

La video denuncia

Diverse le opere video, anzi si può affermare che il video è il protagonista di questa biennale nonostante le difficoltà che questa pratica artistica incontra soprattutto per la durata, talvolta impegnativa, che non facilita la fruizione nelle mostre collettive. Tra le proposte in alta definizione due sono quelle che suscitano una profonda e intensa commozione per i temi che affrontano. “Your Eyes Will Be an Empty World”, 2021 dell'artista multidisciplinare cubana-americana Coco Fusco è un video di 12 minuti che riprende l’artista a Hart Island, il cimitero pubblico di New York City per i morti non reclamati, dove nel 2020 le vittime di Covid-19 sono state sepolte in fosse comuni. La video installazione di Alfredo Jaar, “06.01.2020 18.39“ presenta una protesta a Washington DC la settimana in cui Derek Chauvin uccise George Floyd. Mentre si guarda il video in bianco e nero potenti, ma invisibili, ventilatori nella stanza creano l'effetto degli elicotteri della polizia che volano bassi sopra la testa delle persone che stanno protestando. La serie dei video continua con “Ruby Nell Sales” di Adam Pendleton , classe 1984 (lavora con Pace Gallery) artista concettuale newyorkese, inserito due volte nella lista 30 Under 30 di Forbes Magazine è presente nelle collezioni del Tate di Londra, al MoMA e al Guggenheim Museum di New York, con lavori che combinano pittura, serigrafia, collage, video e performance (in asta Christie's un gesso e inchiostro serigrafico su tela, realizzato nel 2012 è stato venduto nel 2017 a 225.000 $ da una stima di 40-60.000 $).

Le diversità

Passando al quinto piano, come anticipato, l'allestimento delle opere è discutibile poiché alcune meriterebbero maggior spazio per esprimere al meglio la loro qualità e l’esposizione di oggetti e installazioni alla fine dà l’impressione di una certa casualità. Le sculture biomorfe che presentano oggetti riciclati raggruppati e sospesi in reti intrecciate di Veronica Ryan, candidata al Turner Prize, i disegni della portoricana Awilda Sterling-Duprey, realizzati con gli occhi bendati, i disegni “Untitled” di Ralph Lemon, in mostra per la prima volta, i vasti acrilici in bianco e nero di enyse Thomasos. Si impone tra tutti ”A Clockwork”, 2022, una monumentale scultura cinetica dell'artista Sable Elyse Smith, che evoca una ruota panoramica e gira lentamente, come un orologio analogico. Realizzata in alluminio e mobili in acciaio progettati per le sale di visita delle prigioni, ed esprime la continuità tra i complessi industriali dell’intrattenimento e della prigione.

Infine, l'installazione testuale di Rayyane Tabet, “100 Civics Questions” si estende all’interno, all’esterno e sul sito web del museo. L’artista di origini libanesi propone le domande del test di naturalizzazione degli Stati Uniti, che i candidati alla cittadinanza americana (come lo stesso Tabet) devono fare. Si va da domande semplici : “Quando celebriamo il giorno dell’indipendenza?” ad altre più impegnative: “Cos’è lo stato di diritto?”, esposta all’esterno del ristorante del Whitney. L'artista così esplora ciò che significa essere americano, ma anche tutta la burocrazia, l’ideologia e l’emozione che deriva dal cambiamento dello status di cittadinanza.

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