il valore della privacy

Big data, il prodotto siamo noi

di Carmine Fotina


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(Adobe Stock)

3' di lettura

È sempre più facile imbattersi in tesi e opinioni opposte quando si cerca di attribuire un valore economico ai Big data. Ma non è difficile riconoscere, da qualunque lato si studi l’argomento, che forse in questo caso «il prodotto siamo noi». Un’affermazione messa al centro del libro Big data - Come stanno cambiando il nostro mondo (il Mulino, oggi la presentazione al Salone di Torino), di Marco Delmastro e Antonio Nicita, che analizza le implicazioni economiche della gestione dei Big data nella società digitale, approfondendo in particolar modo i risvolti sulla titolarità del dato, sul suo valore e su quanto quest’ultimo possa impattare sulla corretta concorrenza del mercato nell’era dei big five (Google-YouTube, Amazon, Facebook-WhatsApp-Instagram, Apple, Microsoft) e dei loro futuri possibili epigoni.

Antonio Nicita, commissario dell’Authority per le comunicazioni ed esperto di antitrust, e Marco Delmastro, direttore del servizio economico-statistico della stessa Autorità, si addentrano nelle dinamiche del grande «scambio implicito» che ci vede spesso protagonisti inconsapevoli nel gioco degli algoritmi: servizi gratuiti offerti dalle grandi piattaforme elettroniche e dai social media in cambio della nostra attenzione, del rilascio di dati che permetteranno poi pubblicità personalizzate, promozioni, marketing sofisticato ritagliato sui nostri gusti e le nostre esigenze più dettagliate, sulla frequenza ad acquistare, sulla nostra disponibilità a pagare, sul tempo dedicato alla fruizione di un prodotto o di un servizio oppure alla loro ricerca. Ecco che «il prodotto siamo noi».

Se ciò è vero, però, è giusto interrogarsi sul valore che si può dare a questo prodotto al pari di quelli messi al centro di transazioni esplicite del mercato. Sono tre «v» - velocità, varietà, volume - a determinare la quarta, cioè per l’appunto il valore dei nostri dati, quell’insieme di informazioni che va dai segnali geolocalizzati alle ricerche online, dai messaggi sui «social» agli acquisti sul web, dalle informazioni sanitarie a quelle occupazionali, partendo ovviamente dai dati personali cosiddetti «strutturati» (nome, foto, indirizzo email, estremi bancari).

Adesso il punto decisivo - e cuore della tesi esposta da Nicita e Delmastro - diventa riconoscere, all’interno di un’efficace cornice regolamentare, a chi genera il dato la proprietà dello stesso: «Nel caso della definizione di un diritto di proprietà per il dato oggi siamo a un bivio. Dobbiamo scegliere. E pure in fretta». Da un lato c’è una lettura tradizionale del dato personale, “pre-digitale”, secondo la quale esso non è un diritto proprietario, perché parte essenziale non negoziabile della nostra persona. Possiamo al massimo «delegarne» un uso per certi fini, affidandolo a una piattaforma digitale.

Dall’altro c’è la lettura “digitale” del dato, che parte da una considerazione sempre più evidente. La piattaforma online che lo riceve lo usa per realizzare una transazione economica, sia essa pubblicità personalizzata, profilazione per usi politici o altro, con il paradosso che l’informazione diventa de facto un bene privato proprietario per l’over the top o social media di turno e non anche per chi lo ha generato.

Di qui la proposta di far emergere, riconoscere, “ufficializzare” in qualche modo il valore proprietario del dato generato dagli utenti come in un vero mercato, in cui dovrebbe vigere a pieno titolo anche la regola della portabilità da una piattaforma o un social network a un altro. Un cambio di paradigma radicale che avrebbe impatti positivi anche sulla concorrenza, a detta degli autori. Perché l’uso «delegato» del dato di fatto permette una valorizzazione economica solo all’interno della piattaforma che lo riceve, con un utilizzo «monopolistico». Un uso proprietario alla fonte, con la cessione che può passare da una piattaforma all’altra, consentirebbe invece di far emergere posizioni dominanti e di applicare anche all’intangibile economia digitale le buone pratiche dell’antitrust.

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