la sfida nel farmaceutico

Big Pharma, al via una guerra di brevetti e fusioni da 418 miliardi di dollari

di Enrico Marro

3' di lettura

Il 2018 sarà un anno da incorniciare, come non si vedeva da prima della crisi del 2008. I colossi del farmaceutico stanno scaldando i motori per strapparsi a suon di miliardi nuovi brevetti e giovani promesse del biotech, in un folle valzer di fusioni e acquisizioni reso possibile dal “regalo” di Donald Trump: la riforma fiscale statunitense. Big Pharma utilizzerà le centinaia di miliardi di dollari risparmiati in tasse per cercare di trovare nuovi redditizi business sotto forma di brevetti. Secondo le stime di Baker McKenzie, quest’anno il valore dei “deal” nel farmaceutico schizzerà all’impressionante cifra di 418 miliardi di dollari, il doppio dell’anno scorso. Impossibile?

Solo in questo primo scorcio dell’anno le acquisizioni hanno toccato quota 30 miliardi di dollari, con il mese di gennaio non ancora terminato. Secondo Thompson Reuters era almeno dal 2007 che non si assisteva a un avvio così spumeggiante. Solo le due operazioni portate a termine pochi giorni fa dalla francese Sanofi e dal gruppo biotech statunitense Celgene valgono più di 20 miliardi di dollari, cifre ben superiori rispetto al valore di Borsa delle aziende acquisite.

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Sanofi, per esempio, ha staccato un assegno da 11,6 miliardi di dollari per Bioverativ, azienda Usa specializzata nell’emofilia e quotata al Nasdaq, pagandola il 63% in più del suo prezzo di mercato. Una cifra folle. Provate a dare un’occhiata al grafico di Borsa di Bioverativ: inchiodato da anni nel range 50-60 dollari, il 21 gennaio scorso si è ritrovato improvvisamente spiaccicato sul soffitto, a sfiorare i 104 dollari. Miracolo dell’operazione Sanofi. Stessa musica per l’acquisizione di Celgene, che ha comperato i laboratori Juno di Seattle (quotati al Nasdaq) per i promettenti sviluppi delle sperimentazioni sui farmaci anticancro. Strapagandoli, come si capisce chiaramente dal grafico di Borsa: il 16 gennaio Juno viaggiava sui 45 dollari, il 22 gennaio si ritrova in orbita a quasi 86 dollari.

Perché questa “febbre” da acquisizioni, condotta peraltro in modo così costoso? Per il solito motivo: i vecchi, redditizi brevetti continuano a scadere, e con i generici ormai dominati dalla Cina l’unico modo per continuare a far soldi è divorare un’azienda che “contenga” nuovi miracolosi brevetti, in grado di rimpiazzare il pensionamento dei vecchi. Sanofi, per esempio, è alle prese con le difficoltà di un suo grande classico nel campo dell’insulina (il Lantus), insidiato dalla sua versione “biosimilare”. Celgene sa che non manca molto alla scadenza del brevetto sul suo farmaco anticancro top, Revlimid, che al più tardi dal 2022 dovrà vedersela con la concorrenza dei generici.

Il fatto che il valzer di acquisizioni venga effettuato senza badare a spese ha contribuito a gonfiare quella che molti analisti hanno definito come “la bolla del Biotech”: valutazioni di Borsa di alcune società farmaceutiche completamente sganciate dai fondamentali. Da questo punto di vista il 2018 promette bene (o male, a seconda dei punti di vista): secondo Dialogic i compratori di aziende farmaceutiche sono finora stati disposti a pagare un astronomico premio dell’81% sul valore di Borsa delle loro prede, quasi il doppio del 42% medio registrato nel 2017. Tanta generosità si deve un po’ ai miliardi regalati da Trump con la riforma fiscale, ma soprattutto con il terrore che siano i competitor a conquistare le prede più ambite.

Quali saranno i grandi colpi del 2018 sul mercato? Circolano indiscrezioni di una colossale fusione tra Pfizer e Bristol Myers, un’operazione destinata a valere fino a 80 miliardi di dollari che permetterebbe alla società newyorchese di riconquistare la leadership mondiale strappatale l’anno scorso dalla svizzera Roche.

Pfizer è uno degli esempi di quanto può rivelarsi precario il dominio di Big Pharma, minata dalle scadenze dei brevetti: per esempio il Lipitor (farmaco cardiovascolare) fatturava 13 miliardi di dollari nel 2007 e oggi è precipitato a 1,4 miliardi, il Viagra - che viaggiava sui sette miliardi nel 2014 - oggi si ritrova a un miliardo. L’eventuale fusione con Bristol Myers rappresenterebbe un’operazione di portata storica, come non se ne vedevano dal 2008, dai tempi dell’acquisizione di Wyeth da parte della stessa Pfizer. Sarà un 2018 pieno di sorprese, per Big Pharma.

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