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Big-Tech, il rapporto antitrust del Congresso Usa prescrive la fine dei monopoli

Uno studio di 16 mesi e 449 pagine pone le basi per drastiche riforme contro lo strapotere di Amazon, Google, Apple, Facebook. Le aziende protestano

di Marco Valsania

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Uno studio di 16 mesi e 449 pagine pone le basi per drastiche riforme contro lo strapotere di Amazon, Google, Apple, Facebook. Le aziende protestano


5' di lettura

Un atto d'accusa di 449 pagine. Per delineare un progetto antitrust che, attraverso drastici scorpori di attività, divieti a ulteriori acquisizioni, intenso pattugliamento e multe da parte delle autorità di supervisione, spezzi quello che viene definito come il potere monopolistico di Big Tech. Delle grandi aziende tecnologiche americane e in particolare del poker da oltre cinquemila miliardi di dollari capitalizzazione di Borsa formato da Amazon, Google di Alphabet, Apple e Facebook.

120 volte monopolio

E' questa la conclusione del rapporto della sottocommissione Antitrust della Camera americana, emesso assieme all'insieme della Commissione Giustizia da cui dipende. Un lavoro durato in tutto sedici mesi e che non è stato fermato neppure dalla pandemia. Ha esaminato oltre un milione di documenti e ascoltato e passato al setaccio centinaia di testimonianze, di rivali dei colossi tecnologici come dei loro amministratori delegati. Di Jeff Bezos come di Tim Cook, di Sundar Pichai come di Mark Zuckerberg. Un report che nelle sue pagine contiene, non a caso, ben 120 volte la parola chiave, “monopolio”.

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Come i baroni del petrolio

Il giudizio d'insieme sui leader del tech statunitense e globale è pesante: le quattro grandi aziende da “coraggiose startup” si sono ormai trasformate “nel genere di monopoli che per l'ultima volta abbiamo visto nell'era dei baroni del petrolio e dei magnati delle ferrovie”, si legge. “Sebbene queste aziende abbiamo portato chiari benefici sociali, il loro dominio ha avuto un costo”. Quale? Sono state capaci di abusare delle loro posizione dominante sulla frontiera digitale, dettando prezzi e regole per commercio, motori di ricerca, pubblicità, servizi di social network e editoria. Abbastanza da essere apostrofate come autoproclamati “gatekeeper”, guardiani. In un altro passaggio del testo le imprese vengono tacciate senza mezze misure di ricorrere a “modelli di comportamento che sollevano il dubbio se si ritengano al di sopra della legge o semplicemente considerino violare la legge come un costo per fare business”.

I repubblicani tentennano

Il rapporto arriva con un caveat. E' stato sottoscritto dalla maggioranza democratica, guidata dai deputati Jerrold Nadler e David Cicilline, ma non integralmente dai repubblicani. Le critiche ai leader tech arrivano in realtà da tutti i colori politici, ma i provvedimenti correttivi da prendere non hanno ricevuto un “voto” unanime. Quattro conservatori, capitanati dal deputato Ken Buck, hanno appoggiato una serie di misure di rafforzamento dei budget e delle capacità di intervento delle authority antitrust, considerate decisamente inadeguate a fronte della enorme crescita dei protagonisti. Dando alle stampe un separato testo hanno però evitato accuratemente di chiedere invece azioni più drastiche quali breakup e profonde riorganizzazioni delle società, che considerano eccessive e hanno apostrofato come una “opzione nucleare”. Il leader repubblicano alla Commissione Giustizia, Jim Jordan, si è distanziato ancora di più, accusando i democratici di aver ignorato l'unico aspetto importante a suo avviso delle violazioni commesse dai giganti di Internet, e cioè la discriminazione ai danni di voci conservatrici.

Un Glass-Steagall per il tech

Le divergenze segnalano che il lancio di vere e proprie nuove legislazioni e campagne bipartisan contro Big Tech potrebbe essere frenato o rinviato. Ma il lavoro dei deputati compie grandi passi avanti nel mettere nel mirino le aziende, ponendo le basi e fornendo le argomentazioni per prossime riforme e anche azioni più immediate . Il Dipartimento della Giustizia, che sta indagando su tutti i leader hi-tech, si sta preparando in particolare a far scattare un ricorso antitrust nei prossimi giorni o settimane contro Google e il suo dominio tra i motori di ricerca, che dovrebbe essere affiancato da denunce anche di numerosi procuratori generali degli stati. Il rapporto della maggioranza democratica invoca inoltre senza mezzi termini l’importanza di arrivare alla più vasta riformulazione della legislazione antitrust in decenni, diventando il j'accuse anti-monopolistico di Washington nel settore tecnologico più influente dal caso portato negli anni Novanta contro Microsoft. Anche il breakup da parte degli organismi antitrust del colosso delle telecomunicazioni AT&T un decennio prima avvenne grazie al sostegno di politiche che erano stata prima discusse e eventualmente varate dal Congresso. Cicilline ha adesso battezzato le nuove proposte come una versione per l'universo tech del Glass-Steagall Act, la storica legge degli anni Trenta che separò le banche commerciali e d'investimento. E vale la pena ricordare che il Congresso non è solo in questo sforzo ambizioso. La stessa Federal Reserve ha dedicato negli ultimi anni simposi proprio alla necessità di rivedere le normative antitrust per fare i conti con le distorsioni a più livelli sui mercati, dai prodotti al lavoro, causate dall’imporsi dei nuovi mega-gruppi tecnologici.

Più fondi e più poteri alla Ftc

In maggior dettaglio il rapporto, che dedica spazio soprattutto a Amazon e Google e a cascata poi a Apple e Facebook, chiede che alle società esaminate per legge non sia permesso di possedere piattaforme e di competere su questi stessi marketplaces. Che loro ulteriori conquiste di startup o di concorrenti siano nei fatti messe al bando. E che risorse e maggiori poteri siano affidati alle authority federali per meglio combattere abusi e ovviare a decenni di “fallimenti istituzionali” quando di tratta di antitrust tech. La Federal Trade Commission avrebbe la possibilità di imporre multe barriere al proprio staff per evitare la porta girevole di incarichi al soldo delle aziende dopo il loro lavoro per l'agenzia, un fenomeno che può comportare indebita influenza aziendale sulle authority.

Google e Amazon nel mirino

Google è presa di mira per monopolio nelle search e nella raccolta pubblicitaria connessa. Userebbe pratiche anti-concorrenziali quali inserire informazioni senza il permesso da terzi per migliorare la qualità e gli esiti delle ricerche. Amazon domina diversi settori ma anzitutto il commercio elettronico: qui vende prodotti che competono direttamente con retailer indipendenti che usano la sua piattaforma. L'azienda inoltre promuove, nei suoi servizi, i propri prodotti a scapito di altri. Ben 2,3 milioni di retailer su scala globale vendono via Amazon, e per il 37% la piattaforma è l'unica fonte di entrate. Amazon avrebbe inoltre discriminato a scapito di sviluppatori nella sua grande attività sul cloud. Apple è accusata di monopolio nel mercato della app per iPhone e iPad, una realtà che le consente di strappare commissioni del 30% sulla vendita legate alle app. Questo ha danneggiato anche i consumatori, che alla fine pagano prezzi più elevati. Il controllo eccessivo di Facebook sul mondo del social networking viene a sua volta definito come “radicato” a rafforzato a colpi di acquisizioni di rivali o di fedele imitazione delle loro innovazioni. Nel caso di Instagram, il rapporto afferma che Facebook ha rilevato e poi soffocato lo sviluppo del servizio per evitare che scavalcasse altri suoi prodotti.

Le proteste delle aziende

La reazione dei protagonisti aziendali non è tardata. Se Apple e Google hanno indicato di voler studiare il rapporto, Amazon e Facebook l'hanno criticato. Amazon ha affermato che lungi dal facilitare la concorrenza la ridurrebbe e invece di aiutare piccoli business li danneggerebbe, “costringendo milioni di retailer indipendenti ad abbandonare negozi online”. Facebook ha difeso a spada tratta ancora una volta le sue acquisizioni di Instagram e WhatsApp, approvate a suo tempo dalle autorità ma ora sotto accusa perché hanno eliminato potenziali concorrenti in crescita. “Siamo in concorrenza con una varietà di servizi, con milioni e anche miliardi di utenti”, ha fatto sapere. “Le acquisizioni fanno parte di ogni settore e sono parte di come innoviamo, come portiamo nuove tecnologie per offrire maggior valore alla gente”.


Riproduzione riservata ©
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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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